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Černobyl: la storia di un incidente nucleare

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Černobyl: la storia di un incidente nucleare
Getty Images

Alle ore 1:23 del 26 aprile 1986 una violenta esplosione nel reattore numero 4 della centrale di Černobyl innesca un incendio che produce un’enorme nube radioattiva. Ecco che cosa è successo e perché

Černobyl. Se pronunciate questo strano nome ai vostri genitori o ai vostri nonni, subito capiranno di che si tratta. Per molti anni Černobyl faceva paura solo a dirlo. Eppure Černobyl, prima del 1986, era una cittadina che faceva parte della Repubblica Socialista Sovietica, poco distante dal confine con la Bielorussia, vicina a Kiev, dove si trovava una centrale nucleare che dava lavoro a molte persone. Tutto è cambiato il 26 aprile del 1986, esattamente 38 anni fa.

Quel nome, Černobyl, è diventato un mostro terribile che ha distrutto la vita di tante persone, anche di molti bambini. A trasformare quella cittadina e molta parte dell’Europa è stata l’esplosione della centrale nucleare a causa di alcune errate operazioni di manutenzione. Il “mostro” grazie ad un’arma potentissima, l’Uranio -235 che si diffuse con una nube radioattiva, terrorizzò tutti al punto che anche in Italia si arrivò a vietare il consumo di latte e insalata. La storia di Černobyl non la possiamo dimenticare perché non accada mai più.

Dove si trova Černobyl?

Černobyl è un luogo vicino alla città di Pripyat, al confine tra la Bielorussia e l’Ucraina, due Stati oggi indipendenti a sud della Russia che all’epoca erano due Repubbliche dell’Urss, l’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Dal 1986, Piypyat è una città fantasma e Černobyl si è notevolmente spopolata. A Pripyat, in quell’anno erano in 47mila abitanti, ora non c’è più un’anima. Prima della guerra tra Russia e Ucraina, a Černobyl c'erano dei lavoratori; il motivo era che il governo ucraino aveva inaugurato una centrale solare, dotata di 3.800 pannelli, proprio accanto al vecchio reattore nucleare. Nel 2019, inoltre, è stato realizzato uno scudo protettivo per isolare la zona della catastrofe, dove permangono le radiazioni. Nel 2022, con l’invasione russa in Ucraina, le truppe di Mosca hanno conquistato la zona di Chernobyl. Si è temuto per possibili nuovi incidenti a causa dell’interruzione di energia. Dopo circa un mese i russi si sono ritirati.

Che è successo quel 26 aprile?

Era l’una e ventitré minuti, ora locale, quando il reattore numero quattro è esploso. Ci sono state due distinte esplosioni a distanza di pochi secondi l'una dall'altra. La prima è stata una liberazione di vapore surriscaldato ad altissima pressione che ha lanciato verso l'alto il disco di copertura in acciaio e cemento pesante oltre mille tonnellate che chiudeva il contenitore cilindrico del “nocciolo” del reattore. La seconda esplosione ha causato un violento incendio di grafite che ha disperso nell'atmosfera un'enorme quantità di radiazioni.

Chi sono i responsabili di questo incidente?

Quella notte i capi tecnici che lavoravano alla centrale avevano deciso di fare un esperimento. Volevano vedere cosa sarebbe successo se, per un guasto, la centrale non fosse più riuscita a produrre energia elettrica sufficiente a far funzionare la pompa dell’acqua di raffreddamento, necessaria alle operazioni del reattore. Hanno voluto vedere se la turbina, continuando a vorticare per un po’ prima di spegnersi, avrebbe mantenuto attive le pompe, prima che si avviassero i generatori di emergenza. Hanno abbassato la potenza dell’energia ma qualcosa non è funzionato: il reattore si è spento troppo rapidamente. Allora hanno deciso di riavviarlo, togliendo le barre di controllo che bloccano la reazione a catena. Così il reattore è saltato in aria. Si è scoperchiato e da lì si sono sprigionati l’Uranio 235, il Cesio 137, lo Iodio 121, lo Stronzio 90.

Quali sono state le conseguenze di questa esplosione?

Il miscuglio di queste sostanze ha formato una nube radioattiva che ha alterato il Dna delle cellule umane, animali e vegetali. I pompieri, gli uomini delle squadre di soccorso che quella notte erano intervenuti per provare a spegnere l’incendio, hanno iniziato ad ammalarsi e a morire uno ad uno. Così anche gli animali e le piante della foresta intorno a Pripyat in poco tempo sono diventati arancioni e rossi. I venti poi hanno fatto la loro parte. La nube è arrivata in tutti i Paesi europei e anche in Italia, soprattutto al Nord. Le piogge hanno depositato la radioattività al suolo contaminando la terra e i prodotti degli orti creando grossi problemi anche alla catena alimentare. Diversi anni più tardi, migliaia di persone, hanno continuato ad ammalarsi di tumore, leucemia oppure sono nati bambini con delle anomalie genetiche. È difficile quantificare il numero esatto di chi si è ammalato a causa della radiazioni ma secondo Greenpeace, un'organizzazione non governativa ambientalista e pacifista, sarebbero in tutto il mondo tra i 270.000 e i sei milioni, gli uomini, le donne e i bambini che hanno subito conseguenze.

Ma a cosa serve una centrale nucleare?

La centrale nucleare è un impianto dove si produce energia elettrica usando come “combustibili” non petrolio, carbone o gas naturale, ma i nuclei degli atomi. L’Uranio 235 è utile ma se un reattore di energia ne produce troppa diventa troppo caldo ed esplode. Impazzisce. In totale, gli impianti in funzione nel mondo – secondo l’edizione 2022 di World nuclear industry status report - sono 440 e la nazione che ne ospita di più sono gli Stati Uniti, dove ne sono attivi ben 92. Seguono la Francia con 56 e la Cina con 55. In Italia abbiamo avuto centrali nucleari fino al 1990. Dopo quell’anno – a seguito anche del referendum popolare del 1987 – sono state tutte chiuse o dismesse.

C’è sempre qualcosa di bello anche nelle storie più brutte

Subito dopo l’incidente al reattore la comunità internazionale si è attivata invitando i “bambini di Černobyl” in numerose famiglie. Molte famiglie europee decisero di ospitare bambini provenienti dalle zone colpite, mosse da una forte solidarietà umanitaria e dalla consapevolezza delle sfide sanitarie e ambientali che questi bambini affrontavano. L'obiettivo principale era ridurre l'esposizione continua a radiazioni pericolose, fornendo un rifugio sicuro e lontano dalla zona contaminata. Allo stesso tempo, l'accesso a cure mediche avanzate e supporto psicologico in Europa era fondamentale per aiutare questi bambini a superare le condizioni di salute causate dall'esposizione alle radiazioni, e per affrontare il trauma emotivo subìto. Anche in Italia negli anni Novanta tantissime persone hanno ospitato bambini che arrivavano da quella zona contaminata.

Un libro da leggere (che è anche la nostra fonte)

Chi ha scritto questo articolo è stato in Ucraina nel 2018 e ha parlato con diversi esperti che si sono occupati del disastro di Černobyl. Per approfondire puoi leggere Quelle in cielo non erano stelle, di Nicoletta Bortolotti (Mondadori)

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