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Storia romana: le Guerre Puniche

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Date, protagonisti e momenti salienti dello storico scontro tra Roma e Cartagine: ecco tutto il necessario per una ricerca sulle Guerre Puniche.

Per Guerre Puniche (264 a.C. - 146 a.C.) s'intendono una serie di conflitti che tra il III e il II secolo a.C videro come protagoniste Roma e Cartagine, che si sfidarono per la supremazia totale sul Mar Mediterraneo. Questa importate fase storica si concluse con la vittoria totale della Repubblica romana, che divenne così la potenza egemone destinata a dominare l'Occidente per secoli.

Le Guerre Puniche, chiamate così dal modo in cui i Romani chiamavano i Cartaginesi (punes, puni) furono tre:

- Prima Guerra Punica (264 a.C. - 241 a.C)

- Seconda Guerra Punica (218 a.C - 202 a.C)

- Terza Guerra Punica ( 149 a.C - 146 a.C)

IL CONTESTO

Alla metà del III secolo a.C Roma era ormai una realtà florida che dall'originaria culla nel Lazio aveva cominciato un'inesorabile espansione ottenuta soprattutto grazie ad un esercito organizzato e che sulla terraferma si era dimostrato quasi imbattibile. Cartagine invece era una colonia feniciafondata da viaggiatori provenienti da Tiro intorno all'814 a.C sulle coste settentrionali dell'Africa, nell'odierna Tunisia, e che nei secoli si era trasformata in un'autentica potenza commerciale in grado di controllare buona parte del Mar Mediterraneo (Nord Africa, Spagna e Magna Grecia) con la sua fortissima flotta.

Le due civiltà dunque si erano sviluppate più o meno nello stesso periodo e convissero a lungo in un regime di rispetto reciproco, legati da numerosi accordi commerciali che per molto tempo impedirono loro di "pestarsi i piedi". Ma la cosa non era destinata a durare...

DUE MONDI DIFFERENTI

Sia Roma che Cartagine continuavano a crescere per ricchezza e forza militare, dunque era quasi inevitabile che ad un certo punto le due potenze si sarebbero trovate a rivaleggiare per invadere una la sfera d'influenza dell'altraI Romani infatti avevano capito che per ottenere un ruolo predominante avrebbero dovuto estendere il dominio sui mari, che però allora erano in gran parte sotto il controllo dei Cartaginesi, maestri della navigazione e commercianti di stirpe. 

I principali motivi delle frizioni dunque erano principalmente di carattere politico ed economico, ma quando si giunse alla guerra vera e propria, allora la lotta assunse i contorni di un vero scontro tra civiltà e modi di vivere differenti. Gli storici latine del tempo e delle epoche successive amavano sottolineare con evidenza questo aspetto, benché sotto molti punti di vista le due realtà fossero molto simili.

Quali erano invece queste grandi differenze?

Cartagine era governata da un'oligarchia più conservativa, che riservava la cittadinanza (dunque uno status privilegiato) solo a chi poteva vantare origini puramente cartaginese, mentre Roma si stava aprendo per inglobare le importanti famiglie etrusche, latine e delle popolazione italiche che via via erano finite sotto il dominio dell'Urbe.

I signori cartaginesi inoltre erano ricchissimi e amavano vivere nel lusso, mentre la morale del vero vir (uomo) romano - che non era ancora quella degli imperatori - preferiva uno stile di vita molto più sobrio, meglio ancora se dedito alle attività militari.

A ciò va aggiunta poi una componente epica della rivalità tra le due città, che lo stesso Virgilio raccontò nel suo poema, l'Eneide. Secondo la tradizione mitica infatti Enea, il fuggitivo troiano che in Italia diede vita alla stirpe che poi avrebbe fondato Roma, durante la sua fuga da Troia sedusse e abbandonò Didone, fondatrice e prima regina di Cartagine, che per il dolore si uccise chiedendo al suo popolo di vendicarla.

PRIMA GUERRA PUNICA (264 a.C. - 241 a.C)

La prima delle guerre puniche venne innescata da un fatto che avvenne in Sicilia.

Nel 264 a.C i Marmentini, un gruppo di soldati mercenari che tempo addietro aveva conquistato la città di Messina, si sentivano minacciati da Gerone, il tiranno di Siracusa e, dopo un tentativo fallito di alleanza con i Cartaginesi, chiesero aiuto a Roma. I romani avevano da tempo rivolto le loro attenzioni verso Magna Grecia (le antiche colonie greche fondate in tutta l'Italia meridionale) e dunque il Senato decise d'intervenire, nonostante una simile decisione avrebbe sicuramente portato ad uno scontro con Cartagine, anch'essa interessata ad approfittare della situazione per estendere il controllo sull'isola.

E infatti la guerra scoppiò. I romani però, pur essendo formidabili guerrieri, erano consapevoli di partire in svantaggio contro una potenza marittima del calibro di Cartagine, dunque compirono uno sforzo considerevole per rafforzare la flotta, la quale in un tempo sorprendentemente breve passò dalle appena 20 triremi (un tipo di navi da guerra mosso dal lavoro di tre file di rematori) a poter disporre di altre 100 quinqueremi, veloci e in grado di fronteggiare le imbarcazioni cartaginesi.

Dopo qualche schermaglia sulla terraferma e una battaglia navale che alle isole Lipari vide la disfatta del console romano Gneo Cornelio Scipione Asina, il primo grande scontro avvenne in mare nel 260 a.C a Milazzo, dove la flotta romana capitanata dall'altro console Caio Duilio conseguì una grande e inaspettata vittoria.
Ma come riuscì un esercito che fino a poco tempo prima quasi non disponeva di una Marina a battere dei navigatori provetti come i "puni"?

Gran parte del merito fu di una particolare trovata ingegneristica, il corvo (corvus), ossia un ponte mobile dotato di uncini che "agganciavano" le navi nemiche e permettevano ai soldati stipati sul ponte di invadere l'altra imbarcazione. Grazie a questo strumento i Romani potevano trasformare la battaglia navale in uno scontro tra fanterie, campo in cui l'Urbe non aveva eguali.

Forte di questo successo, Roma tentò di chiudere la partita mandando Marco Attilio Regolo ad assediare Cartagine nel 256 a.C, ma questa volta fu il turno dei romani di subire una sorprendente sconfitta sulla terraferma: l'esercito venne distrutto dalle truppe cartaginesi e anche la flotta subì tragiche perdite in seguito ad una tempesta. Lo stesso Attilio Regolo fu fatto prigioniero e ucciso. La leggende vuole che i Cartaginesi lo fecero rotolare all'interno di una botte foderata di chiodi.

La Repubblica però, seppur con gran fatica, riuscì a rimettere in piedi una nuova flotta e nel 241 a.C il console Quinto Lutazio Catulo sbaragliò ancora le navi cartaginesi presso le isole Egadi ponendo fine alla prima guerra punica. Roma riuscì così a mettere le mani sulla Sicilia e, tre anni più tardi, su Corsica e Sardegna, avvantaggiandosi della debolezza punica.

LA SECONDA GUERRA PUNICA (218 a.C - 202 a.C)

Frastornata dalla batosta subita da un popolo che, almeno sul mare, avevano sempre ritenuto inferiore, Cartagine dovette riorganizzarsi per ritrovare vigore e pagare le indennità di guerra dovute ai vincitori. Protagonista della ripresa cartaginese fu la nobilissima famiglia dei Barca, di cui prima il generale Amilcare e poi il figlio Annibale furono gli esponenti più illustri.

Scacciati dalla Magna Grecia infatti, gli eserciti di Cartagine dovettero rivolgere le loro mire verso la Spagna. Le truppe di Amilcare quindi attraversarono tutta la costa nordafricana fino a raggiungere lo stretto di Gibilterra e da lì la penisola iberica. Qui Amilcare sottomise molte popolazioni locali, spingendosi ai confini dei possedimenti di Roma.

A scatenare la guerra però fu Annibale Barca, figlio di Amilcare, nonché uno dei grandi protagonisti delle Guerre Puniche.

Nel 219 a.C infatti il giovane Annibale decise di attaccare Sagunto (nei pressi dell'odierna Valencia). Questa città era all'interno dei confini cartaginesi, ma rimaneva alleata della Repubblica e la sua conquista - e distruzione - fu un'inaccettabile provocazione per il Senato romano, che subito chiese a Cartagine di destituire Annibale dal comando degli eserciti in Spagna. Di fronte al rifiuto, Roma si preparò alla guerra.

Annibale però, contraddicendo la tradizione marinaresca della sua gente, era uno strabiliante stratega militare anche sulla terraferma e dopo essersi alleato con altre popolazioni di Galli ostili ai Romani, iniziò un'inarrestabile avanzata che culminò con l'invasione dell'Italia, attraversando le Alpi con il celebre esercito di elefanti e sconfiggendo sonoramente il nemico nelle battaglie di Trebbia e Ticino (218 a.C) e sul Lago Trasimeno (217 a.C.).

Fu però a Canne (in Puglia), nel 216 a.C. che Annibale mostrò tutto il suo genio militare, infliggendo agli avversari una delle più cocenti sconfitte militari dell'intera storia romana. A Canne le truppe romane vennero letteralmente distrutte (le perdite furono tra i 47.000 e gli oltre 70.000 uomini, in base alle diverse fonti) e l'eco della vittoria di Annibale fu tale che molte città dell'Italia meridionale - una su tutte, Capua - decisero di cambiare bandiera e allearsi con Cartagine. In quelle settimane a Roma si visse con il terrore di vedere da un momento all'altro le truppe di Annibale stagliarsi verso l'orizzonte. La fine della Repubblica non era mia stata così vicina.

Incredibilmente però - forse perché consapevole di non avere la forza e gli alleati necessari per assediare la capitala romana - Annibale non affondò il colpo ma si stabilì a Capua e per quasi 12 anni governò di fatto buona parte dell'Italia meridionale. Durante questa fase, che passerà alla storia come "gli ozi capuani", Roma riuscì a riprendere forza.

A prendere in mani le redini della Repubblica furono gli altri grande protagonista delle Guerre Puniche: Quinto Fabio Massimo, detto "il Temporeggiatore" e Publio Cornelio Scipione, che poi verrà soprannominato l'Africano.

Il primo riuscì attraverso una tattica paziente che gli fece guadagnare il suo nomignolo a riconquistare lentamente le città perdute negli anni passati, mentre Scipione, insieme al padre, ingaggiò i fratelli di Annibale in Spagna, costringendoli alla ritirata. Uno di questi, Asdrubale, cercò di portare rinforzi ad Annibale in Italia ma venne intercettato, sconfitto e ucciso sul campo di battaglia presso il fiume Metauro (207 a.C), nelle attuali Marche.

Annibale così, dopo anni di vittorie, si ritrovò privo di rifornimenti. Ma il peggio doveva ancora venire perché nel frattempo Scipione, contravvenendo alla decisione del Senato, nel 204 a.C era sbarcato in Africa e stava minacciando Cartagine. In tutta fretta dunque Annibale abbandonò la penisola italica per salvare la madrepatria.

Lo scontro decisivo avvenne nel 202 a.C a Zama, vicino a Cartagine. Qui si affrontarono i due più grandi generali del loro tempo ma fu Scipione, il più giovane, a prevalere, utilizzando in modo magistrale la cavalleria per attaccare sui fianchi la fanteria punica.  La sconfitta fu decisiva e ancora una volta Cartagine dovette sottomettersi alle condizioni romane, rinunciando ai possedimenti in Spagna e Nord Africa, smantellando la flotta e accettando di dover chiedere il permesso ai Romani per poter muovere guerra contro ogni altro nemico.

LA TERZA GUERRA PUNICA (149 a.C. - 146 a.C.)

Sebbene Roma avesse ormai annichilito Cartagine ponendola in una posizione subalterna, questa continuava ancora a fare paura ad una certa "fetta" del Senato, la quale era convinta che la potenza fenicia prima o poi sarebbe tornata a minacciare l'autorità romana. Inoltre - elemento non trascurabile - il sempre più vasto territorio romano necessitava di molta più terra da coltivare.

Uno dei maggiori esponenti della linea dura contro i Cartaginesi era il senatore Marcio Porcio Catone, detto "il Censore", che durante un viaggio in Africa era rimasto sorpreso dalla magnificenza che Cartagine aveva mantenuto nonostante la sconfitta. Per lui dunque la città doveva essere definitivamente rasa al suolo (Carthago delenda est, "Cartagine deve essere distrutta", disse in un famoso discorso al Senato).

Il pretesto si presentò quando in seguito ad una provocazione da parte del re dei Numidi, Cartagine gli dichiarò guerra. Roma intervenne subito e Cartagine accettò tutte le condizioni, tranne quella di abbandonare la città e fondarne una nuova, più lontana dal mare. Tanto bastò per far prevalere in Senato la linea di Catone il Censore e nel 149 a.C Scipione l'Emiliano, figlio adottivo dell'Africano, venne inviato a porre fine per sempre all'esistenza della storica rivale.

Nel 146 a.C dunque, dopo una resistenza di tre anni, Scipione l'Emiliano assediò la capitale e in otto giorni ne ottenne la capitolazione.

Gli abitanti furono ridotti in schiavitù, gli edifici vennero bruciati e abbattuti e su quella che un tempo era un delle città più potente del mondo conosciuto venne sparso del sale in modo che (anche a livello simbolico) non potesse mai più ricrescere nulla. Secondo la tradizione lo stessoScipione l'Emiliano scoppiò in lacrime vedendo tanta devastazione, pensando al fatto che un giorno tutti i grandi imperi - quindi anche Roma - erano destinati a finire.

Il territorio cartaginese divenne parte delle province d'Africa e terminarono così le Guerre Puniche.

 

 

FONTI: Treccani; Ab Urbe Condita (Tito Livio); Focus Storia; Dizionario di Storia (Istituto dell'Enciclopedia Italiana)