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Chi era Totò Riina?

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Il 17 novembre 2017 muore il boss mafioso che per decenni ha tenuto in pugno Palermo e la Sicilia. Conosciamo meglio la vita e la carriera criminale di uno degli uomini più pericolosi della storia italiana, ritenuto responsabile anche delle morti dei giudici Falcone e Borsellino

Totò Riina, il "capo dei capi" di Cosa Nostra,  è morto alle 3:37 del mattino presso la clinica universitaria di Parma dove era degente da tempo a causa di una lunga malattia, lontano dalla sua Sicilia, che per decenni ha governato con pallottole e terrore.



Ma chi era 'zu Totò?


Salvatore Riina, detto Totò 'u curtu per via della bassa statura, nasce il 16 novembre 1930 a Corleone (Palermo) da una famiglia poverissima che presto deve fare a meno anche del propriocapofamiglia.



Il padre Giovanni e fratellino di Totò, Francesco (7 anni), muoiono infatti a causa dell'esplosione di una vecchia bomba americana che i Riina avevano trovato in campo e che volevano aprire per rivendere il metallo e la polvere da sparo. A tanto spingeva la fame e la miseria delle genti di campagna in quegli anni.



 



Rimasto come uno dei pochi sostegni per la famiglia, Totò cresce nella miseria e alimenta la sua indole violenta.



Negli anni della gioventù, insieme agli amici Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, si avvicina alla figura di Luciano Liggio, uno dei malavitosi locali affiliati al Dottor Michele Navarra, il boss della zona. 



 



A soli 19 anni Totò viene condannato a 12 di reclusione per l'omicidio di un suo coetaneo, Domenico Di Matteo, ma nel 1956 viene già scarcerato e intraprende insieme a Liggio una sanguinosa lotta per impadronirsi del posto di Don Navarra a capo del potere criminale corleonese. Fino al 1963, Corleone diviene teatro di violenze e omicidi che vedono Don Navarra ed i suoi uomini eliminati uno ad uno.



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Nel 1963 però Riina è di nuovo dietro le sbarre. Durante un banale controllo stradale, la Polizia gli ha trovato addosso un'arma non dichiarata e dei documenti d'identità falsi. Nel 1969 torna nuovamente libero per insufficienza di prove (dopo aver minacciato di morte i giudici e le loro famiglie) e la sua fama criminale oltrepassa i confini della piccola Corleone.



 



Riina, Liggio e Provenzano infatti entrano in affari con le grandi famiglie palermitane di Cosa Nostra, la mafia siciliana, e nel 1969 sono direttamente coinvolti nella "Strage di Viale Lazio" comandata per punire con la morte il Boss "ribelle" Michele Cavataio.



 



L'ascesa criminale



Negli anni '70, Totò u curtu diventa Totò "la belva", grazie alla ferocia con cui si prende tutto ciò su cui si posano i suoi avidi occhi.



Stabilita un'alleanza criminale con i potentissimi capi palermitani Stefano Bontate e Gateno "Tano" Badalementi, Riina inzia la sua scalata: nel 1971, dopo aver già messo le mani su contrabbando, traffici di drogaappalti edili, fa uccidere il procuratore Pietro Scaglione, divenuto troppo "invadente" e partecipa a diversi sesquestri di persona mirati non solo a estorcere denaro, ma anche ad indebolire le famiglie mafiose rivali.



 



Nel 1974 poi, Totò Riina prende il posto di Luciano Liggio, arrestato a Milano, all'interno della "Commissione", l'organo decisionale composto dalle più importanti famiglie mafiose.



 



Verso la fine degli anni '70, Riina e i Corleonesi si sentono troppo forti per poter essere arginati da poteri superiori.



Nel 1978 Riina ottiene l'espulsione dalla Commissione dell'ex alleato Tano Badalementi e negli anni successivi a Palermo si scatena una vera guerra di mafia in cui Riina, Provenzano ed i loro scagnozzi riescono a fare piazza pulita dei vecchi boss.



Bontate, Inzerillo, Di Cristina, Calderone: tutte le famiglie più importanti vengono decimate dai Corleonesi!


In questa stagione di sangue, però non sono solo i capi delle cosche a finire ammazzati.



Per proteggere il loro nascente impero mafioso, i corleonesi uccidono chiunque si possa opporre alla loro scalata: vengono percià trucidati i politici Piersanti Mattarella (1980) e Pio La Torre (1982), il giudice Rocco Chinnici (1984) ed il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), inviato in Sicilia proprio per contrastare l'avanzata dei poteri mafiosi.



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Dentro lo Stato



La guerra di Riina e dei suoi però non viene combattuta solo con le armi.



I corleonesi infatti riescono a farsi amici influenti all'interno dello stesso Stato Italiano: da Vito Cianciminio, corleonese come Riina e Provenzano e  sinaco di Palermo nel 1971, fino a Salvo Lima, importante membro della Democrazia Cristiana(il partito italiano più potente di allora), molti politici finscono per fare affari con 'zu Totò.



 



Non tutti però si sottomettono alla prepotenza mafiosa e alcuni giudici, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, portano avanti le inchieste per condannare in un Maxi Processo i responsabili di tanta violenza criminale.



 



Un grosso contributo allo smascheramento delle attività criminose di  Cosa Nostra viene inaspettatamente da Tommaso Buscetta, ex-boss mafioso scappato in Brasile per sfuggire alla ferocia di Riina durante la "pulizia" dei vecchi capi.



"Masino Buscetta" non si ritene un pentito, ma avvelenato dall'uccisione di molti suoi amici e famigliari, rivela al giudice Falcone la struttura e le attività di Cosa Nostra.



 



Le dichiarazioni di Buscetta si dimostrano fondamentali per la condanna a numerosi ergastoli di Riina, Provenzano e degli altri mafiosi alla sbarra durante il Maxi Processo del 1992.



 



Mai la mafia era stata colpita così duramente dalla legge italiana e infatti le ritorsioni non tardano ad arrivare. 



Riina e Provenzano, condannati "in contumacia", ma ancora a piede libero, organizzano infatti l'assassinio dei maggiori responsabili di quello smacco: in pochi mesi, sia Falcone che Borsellino muoiono in due tremendi attentati (la "Strage di Capaci" e la "Strage di Via d'Amelio")



wikipedia


Ma per Riina la fine è vicina


La morte dei giudici Falcone e Borselino è una ferita insanabile per tutto il Paese e l'opinione pubblica insorge: ora basta!



 



Gli sforzi si quadruplicano e una caccia serrata stringe il cerchio attorno a Totò "la belva", che finalmente viene arrestato dai Ros dei Carabinieri il 15 gennaio 1993. Quello è l'ultimo giorno di libertà di Totò Riina, che viene condannato al carcere duro.



 



Dal giorno della sua cattura si susseguono indagini, inchieste e interrogatori che rivelano inquietanti dettagli sul rapporto tra Mafia e Stato, ma ora tutto ciò non riguarda più 'zu Toto, spentosi una notte di novembre insieme ai suoi fantasmi e ai suoi segreti.



 

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