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La storia di Liliana Segre, andata e ritorno dall’inferno

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A 13 anni finì ad Auschwitz. Liliana Segre ci ha raccontato come la sua vita si trasformò in un incubo.

«Il mio viaggio verso Auschwitz è iniziato tanto tempo fa...». Liliana Segre oggi ha 89 anni ed è senatrice a vita della Repubblica Italiana, ma il 30 gennaio 1944, quando si ritrovò su un carro bestiame al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano, era solo una spaurita 13enne.

Da questo binario, tra il 1943 e il 1945, partirono 15 convogli stipati di migliaia di ebrei destinati alle camere a gas, a causa della persecuzione nazifascista. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati nei campi di concentramento, sopravvissero solo Liliana e altri 24.

L'INIZIO DELL'INCUBO

«Era l’11 settembre 1943. Avvenne allora la mia prima separazione dagli affetti familiari. Quel giorno feci la valigia e partii con il signor Pozzi, sfollato in Val d’Ossola, in Piemonte» ci ha raccontato Segre.

Il signor Pozzi era un fornitore della ditta tessile del padre di Liliana, che dopo l’emanazione delle leggi razziali si offrì di aiutarli. «In quel piccolo bagaglio - ricorda Liliana - misi una specie di quadernone rilegato che si chiamava Album dei Ricordi e in cui le mie amiche avevano scritto un pensierino. Poi un maglione e delle scarpe di ricambio».

«Quel Pozzi fa parte degli amici eroici. Era venuto a prendermi per mettermi in salvo; io non volevo andare, ma mio padre mi obbligò, fu irremovibile. Il signor Pozzi e la sua famiglia mi tennero nascosta con documenti falsi per oltre un mese, finché poterono. Quando i tedeschi iniziarono a fare controlli sui documenti, mio padre capì che non ero più al sicuro».

Un’altra fuga. Un’altra famiglia. «rimasi a Castellanza, in provincia di Varese, per tutto il mese di novembre del 1943, a casa di Paolo Civelli, un amico fraterno di papà. Ma anche lì non ero a casa mia». Liliana Segre rivide il padre quando cercarono di fuggire in Svizzera con un permesso della questura di Como. «Un documento che si rivelò carta straccia» ricorda. «Andammo al confine come richiedenti asilo, ma ci ricacciarono indietro perché non ci credettero. Per quella guardia di frontiera eravamo dei bugiardi: non era vero che gli ebrei in Italia venivano perseguitati. Così fummo arrestati».

PRIGIONIERI E DEPORTATI

Così Liliana e suo padre finirono in carcere: prima a Varese, poi a Como, infine a San Vittore a Milano. Lui nel reparto maschile, lei in quello femminile, sola, senza nemmeno più la sua valigia e il suo album: «non avevo più nulla, nemmeno gli indumenti di ricambio. Ricordo solo una grande sporcizia e l’impossibilità di fare il bucato. Quando arrivò l’ordine di deportazione, capii che il bagaglio non mi sarebbe più servito».

Il resto è la storia del viaggio verso il campo di concentramento di Auschwitz: «Dal vagone piombato non potevo vedere nulla, solo percepire l’alba e il tramonto, avevo perso la cognizione del tempo non sapevamo dove stavamo andando, dove ci avrebbero portati, intuivo solo che quello sferragliare delle ruote del treno mi allontanava sempre più da casa. Ricordo il dondolio, il buio, i miei stati d’animo. Non avevo più fame né sete».

UN ANNO E MEZZO AD AUSCHWITZ

Auschwitz si presentò agli occhi di Liliana come un’enorme spianata di neve. Intorno freddo e desolazione.

«Una volta scesi dal treno - ha scritto la senatrice nel suo libro Fino a quando la mia stella brillerà (edizioni Il battello a Vapore) - ci ritrovammo subito circondati da tanta gente: c’erano i prigionieri del campo che avevano l’ordine di smistare le valigie, c’erano i soldati nazisti che smistavano noi, le guardie con i cani al guinzaglio che abbaiavano».

Da quel momento non rivide mai più suo padre. Era il 6 febbraio 1944.

Liliana fu destinata a lavorare in una fabbrica di munizioni insieme ad altre 700 donne e ragazze, che facevano i turni giorno e notte. «Mi avevano internata nel settore femminile del complesso di Auschwitz-birkenau, oggi in Polonia. Con il passare dei giorni smisi di piangere, iniziai a chiudermi in me stessa, non parlavo più».

Quell’anno e mezzo passato nel campo di concentramenti e sterminio, per Liliana resta un incubo ancora oggi. Ha tuttora ben impresso nella mente il ricordo di quando doveva mettersi in fila nuda per la selezione, della baracca dove dormiva, del vestito a righe, della stella gialla, dei pidocchi e del freddo. Quell’inferno durò fino alla metà di gennaio del 1945 quando, con l’avanzare dei russi, i nazisti decisero di evacuare il campo.

Lei, insieme agli altri prigionieri, iniziò una marcia di settimane fino al campo di Malchow, in Germania, dove restò fino all’aprile del 1945.

La liberazione arrivò il 1° maggio: «non potevamo crederci» racconta Liliana Segre «eravamo esauste ma di una felicità che, ancora oggi, non saprei descrivere per quanto era grande. Sono potuta tornare in Italia quattro mesi dopo, alla fine di agosto del 1945. Un altro viaggio in treno, ma con vagoni aperti. Era estate ed eravamo ancora vivi». Incredibilmente vivi.