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La Resistenza fu veramente una “Guerra civile”?

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La Resistenza fu veramente una “Guerra civile”?
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La Resistenza italiana, semplicemente Resistenza, anche detta Resistenza partigiana o Secondo Risorgimento, fu l'insieme di movimenti politici e militari che in Italia dopo l'armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Leggi tutto

Come è stata interpretata la Resistenza? Negli ultimi decenni, la lettura storiografica della Resistenza è cambiata profondamente. Durante la cosiddetta “Prima repubblica”, la versione predominante parlava di una lotta di un intero popolo contro l’occupazione nazista. Il mondo cattolico, che aveva combattuto in prima linea i Nazifascisti, sapeva benissimo cos’era stata la Resistenza e aveva più volte puntato l’attenzione sulla ferma opposizione di tutti gli Italiani contro l’occupazione tedesca delle principali città del Nord Italia.

Per questo motivo, in quegli anni, si parlava di “Guerra di Liberazione”. In seguito, invece, la lotta di un intero popolo è diventata la lotta di una parte del popolo e di conseguenza la Resistenza è stata interpretata come una “Guerra civile” tra Fascisti e Comunisti, una “notte in cui tutte le vacche sono nere”, per dirla alla Hegel. Se si leggono bene le fonti, però, quest’ultima versione non regge perché il ruolo della popolazione civile non può essere in alcun modo negato né ridimensionato. Basta citare, ad esempio, gli scontri di Porta San Paolo a Roma e quelli della liberazione della città di Napoli.

Sebbene fossero senza ordini, senza direttive e con l’esercito allo sbando, a Porta San Paolo, i Romani cercarono in tutti i modi di bloccare l’ingresso in città dei Tedeschi. Benché di gran lunga più numerosi e armati fino ai denti, i Nazisti impiegarono più di un giorno per sconfiggere i Romani, aiutati dai Granatieri di Sardegna, dal Reggimento Lancieri di Montebello e dalla Divisione Sassari. Un episodio analogo è accaduto anche a Napoli quando, tra il 27 e il 30 settembre del 1943, a pochi giorni dalla costituzione della Repubblica Sociale Italiana, i Napoletani insorsero e, durante le famose “Quattro giornate”, cacciarono i Tedeschi ancor prima dell’arrivo degli Alleati, grazie ad alcuni reparti dell’esercito rimasti fedeli al re. Ma facciamo un passo indietro!

 Come si arriva alla Resistenza?

Gli episodi che misero definitivamente in crisi il Fascismo sono tre e si verificarono dal marzo al luglio del 1943. Il primo è un atto simbolico che non provocò effetti politici immediati ma dimostrò che il Fascismo era in crisi e che non controllava più il Paese. Nonostante gli scioperi fossero stati dichiarati illegali e tutti i sindacati – escluso quello fascista – fuorilegge, nel marzo del 1943 le industrie del Nord furono investite da una grande ondata di scioperi. In Italia non si scioperava da oltre vent’anni – dai tempi del cosiddetto “Biennio rosso” tra il 1919 e il 1920 – e ciò dimostra l’eccezionalità degli scioperi e la loro grande importanza politica. Il fulcro della protesta fu lo stabilimento “Mirafiori” della FIAT di Torino ma la ribellione si propagò in fretta e, nonostante gli arresti e le fucilazioni, coinvolse oltre 100.000 operai. Ufficialmente i lavoratori chiedevano salari più alti e orari di lavoro più leggeri, ma in realtà si reclamava la fine della guerra e la caduta del Fascismo.

La seconda vicenda, di gran lunga più importante, fu lo sbarco in Sicilia da parte degli Alleati. Dopo la sconfitta delle truppe tedesche e italiane in Nord Africa, gli Alleati, nella Conferenza di Casablanca, decisero di avviare l’operazione Husky e il 10 luglio 1943 sbarcarono nelle coste meridionali della Sicilia. All’inizio gli Alleati non incontrarono alcuna resistenza e furono accolti da una popolazione festante. Emblematico è il caso di Augusta dove l’esercito italiano abbandonò in fretta le posizioni e si arrese agli Americani senza combattere. Per tanto tempo questo episodio è stato bollato come un grande atto di vigliaccheria, ma in realtà la scelta di arrendersi fu strettamente politica: anche in questo caso, come negli scioperi del Nord, si chiedeva con forza la fine della guerra e del Fascismo. Nonostante Mussolini poco tempo prima avesse dichiarato "Li fermeremo sul bagnasciuga" e nonostante l’arrivo dei rinforzi, gli Alleati il 22 luglio del 1943 entrarono a Palermo. Tre giorni prima dell’arrivo delle truppe inglesi e americane a Palermo, il 19 luglio 1943 Roma fu pesantemente bombardata. Questo tragico evento rappresentò un gran colpo per il Regime che aveva più volte affermato che gli Americani non avrebbero mai osato bombardare Roma per via della presenza del papa e della sua storia millenaria… e invece gli Americani osarono!

Mentre il papa e il re visitavano i quartieri bombardati – il più colpito fu quello di San Lorenzo – Mussolini raggiunse Hitler a Feltre in un incontro farsa, nel quale i due ribadirono che avrebbero combattuto fino alla vittoria che tra l’altro, secondo loro, era ormai vicina. La facilità della caduta della Sicilia e i bombardamenti di Roma fecero capire al re che l’Italia era allo sbando e che la guerra era ormai persa. Così, nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 Mussolini fu messo in minoranza dal Gran Consiglio del Fascismo e l’indomani fu arrestato. Poco più di un mese dopo, l’Italia chiese l’armistizio agli Alleati, reso pubblico l’8 settembre del 1943. Il 9 settembre i Tedeschi occuparono le principali città del nord con mezzi corazzati e paracadutisti e l’indomani, il re, la famiglia reale, il Governo e i vertici militari abbandonarono Roma e si rifugiarono a Brindisi, fondando il cosiddetto “Regno del Sud”. Era l’inizio della Resistenza.

La Resistenza politica: il Comitato di Liberazione Nazionale

All’indomani della pubblicazione dell’armistizio, a Roma fu fondato il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che comprendeva tutte le forze antifasciste appena uscite dalla clandestinità. Anche in questo caso, vedendo più da vicino la composizione del CLN, si capisce che la Resistenza non fu una Guerra civile tra Fascisti e Comunisti. Il Comitato di Liberazione Nazionale era formato da nove membri e, fino al giugno del 1944, fu presieduto da Ivanoe Bonomi, un personaggio lontanissimo dal mondo comunista. Bonomi – massone e interventista – fu espulso dal Partito Socialista per l’appoggio alla guerra coloniale in Libia. Dal 1916 al 1921 fu ininterrottamente ministro, dapprima dei lavori pubblici, nei governi Boselli e Orlando, e addirittura ministro della guerra nei governi Nitti e Giolitti. Tra il 1921 e il 1922, ricoprendo la carica di presidente del Consiglio, si mostrò morbido nei confronti delle squadre fasciste e invece represse con violenza le prime formazioni antifasciste, come gli “Arditi del Popolo”. Nel 1922 votò la fiducia al primo governo Mussolini.

Anche la composizione del CLN era piuttosto eterogenea. I membri rappresentavano i sei principali partiti antifascisti, due di sinistra (Partito Comunista e Partito Socialista), due di centro (Democrazia Cristiana e Partito D’azione) e due di destra (Democrazia del Lavoro e Partito Liberale). In particolare, possiamo notare che il rappresentante della “Democrazia del lavoro” – partito formato da notabili prefascisti – era un tale Meuccio Ruini, interventista, nazionalista, colonialista e nel 1920 persino ministro delle colonie. Il membro del Partito Liberale, Alessandro Casati, era un nobile milanese che fu ministro della Pubblica istruzione nel primo governo Mussolini.
Il presidente del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), con sede a Milano, era un tale Alfredo Pinzoni, il quale, nonostante non fosse più giovane, nel 1940 si arruolò volontario in guerra e combatté nel Regio Esercito col grado di maggiore fino agli inizi del 1942. Nel 1943, dopo l’armistizio, scelse di rimanere fedele al re.

La Resistenza militare: il Corpo volontari per la libertà

Anche all’interno dell’ala militare del CLN, il “Corpo volontari per la libertà”, vi erano personaggi ideologicamente lontani dal mondo comunista, come Manlio Brosio, che dal 1964 al 1971 fu il primo italiano a diventare Segretario della NATO, o Mario Cevallotto, Gran Maestro Venerabile della Loggia massonica. Tra le formazioni militari e le associazioni di volontari, la Brigata Garibaldi, comunista, era la più numerosa; accanto a questa, vi erano la brigata del Partito D’Azione (Giustizia e Libertà), quella socialista Brigata Matteotti, repubblicana Brigata Mazzini, cattolica Fiamme Verdi e Brigata del Popolo e persino monarchica e di destra, composta dai cosiddetti “badogliani” Formazioni autonome e Federazione italiana volontari della libertà.

Fra i “Rossi” – come erano chiamati in gergo i comunisti – e gli “Azzurri”, appunto i “badogliani”, vi erano pesanti contrasti che qualche volta diventavano persino violenti, come si può magnificamente leggere nel romanzo Una questione privata di Beppe Fenoglio, anch’egli partigiano “Azzurro”. I badogliani, “travestiti da inglesi”, erano odiati dai Rossi anche perché, grazie ai “lanci” degli Inglesi, avevano a disposizione armi moderne, carne e sigarette. Era rarissimo che le due fazioni combattessero insieme e persino che si scambiassero i prigionieri. «Sai che ce l’abbiamo amara con voi badogliani? (…) Non siete buoni né per noi né per loro», afferma un membro della Brigata Garibaldi sempre in Una questione privata di Beppe Fenoglio.

E non è tutto. La Resistenza contro l’occupazione nazista fu combattuta anche dai vertici della grande industria italiana del dopoguerra, come Gianni Agnelli, Adriano Olivetti, Eugenio Cefis ed Enrico Mattei, e da interi reparti dell’esercito, come la Divisione Piave, i Granatieri di Sardegna e soprattutto gli Alpini che ritornavano dalla Russia, furibondi nei confronti di Mussolini e del regime per essere stati spediti in Unione Sovietica a combattere una guerra senza speranza. In ogni caso, l’unica battaglia regolare dei reparti dell’esercito italiano contro i Tedeschi fu la cacciata dei Nazisti dalla Corsica, combattuta dai reggimenti dislocati nei Balcani e nell’Egeo insieme a partigiani corsi e all’esercito francese.

La maggior parte dell’esercito italiano, però, senza ordini e senza vertici, fu catturato dai Tedeschi: su 800.000 prigionieri, più di 630.000 si rifiutarono di combattere al fianco dei Nazisti, anche a costo di essere deportati in Germania. Oltre ai soldati, anche la maggior parte dei vertici dell’esercito si schierò con la Resistenza; emblematici sono gli esempi del colonello Giuseppe Cordero di Montezemolo e del generale Sabato Martelli Castaldi, entrambi barbaramente uccisi dai Tedeschi il 24 marzo del 1944 nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Tutte le formazioni militari partigiane furono comandate dal generale Raffaele Cadorna, figlio di Luigi Cadorna, tristemente noto per la disfatta di Caporetto del 1917, e nipote di Raffaele Cadorna, comandante regio nel 1870 durante la famosa “Breccia di Porta Pia”. Un capitolo a parte è rappresentato dai tantissimi Carabinieri – tra cui anche alcuni Comandanti Generali – che, raggruppati nel “Fronte Clandestino di resistenza dei Carabinieri” attivo già prima dell’armistizio, hanno perso la vita per combattere contro i Tedeschi. Tra questi il più famoso è sicuramente il vicebrigadiere Salvo D’Acquisto che il 23 settembre del 1943 fu fucilato dai Nazisti nel tentativo di evitare un rastrellamento della popolazione civile.

Tra le fila della Resistenza troviamo addirittura alcuni Fascisti di primo piano. Significativa è la vicenda di Aldo Finzi, uno dei “Combattenti” che partecipò alla Marcia su Roma. Fu deputato del Partito Nazionale Fascista sin dal 1921, membro del Gran Consiglio del Fascismo e sottosegretario agli Interni fino al 1924, quando fu costretto a dimettersi per il suo coinvolgimento nell’omicidio Matteotti. Essendo di famiglia ebraica, dopo l’approvazione delle Leggi razziali, nel 1838, Finzi si allontanò dal Fascismo e prese parte attiva alla Resistenza fino ad essere fucilato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

E quindi fu “Guerra civile”?

Le fonti e le vicende personali di tutti coloro i quali hanno preso parte alla lotta per la liberazione dell’Italia – come abbiamo già visto – confermano ancora una volta che la Resistenza non fu una guerra civile; accanto a queste motivazioni, possiamo anche sottolineare alcuni motivi che potremmo definire “tecnici”. Intanto la Resistenza non interessò tutto il territorio nazionale ma solo una parte.

Il Regno del sud, che includeva la Sicilia, la Sardegna e tutto il meridione d’Italia fino all’Abruzzo, era sotto la gestione americana e dei loro Servizi Segreti i quali, sin dall’inizio, cercarono in tutti i modi di gestire la transizione democratica in Italia, piazzando nei posti chiave uomini di loro fiducia. Inoltre, nemmeno numericamente la Resistenza può essere considerata una guerra civile, visto che vi era un’enorme sproporzione tra le forze in campo: da un lato, 70.000/80.000 italiani che appoggiarono la Repubblica di Salò e i Nazisti, dall’altro un intero popolo.

Dal novembre 1943 la Repubblica di Salò emise dei bandi pubblici, chiamati “Bandi Graziani”, dal nome del ministro della Difesa della Repubblica di Salò, per il reclutamento di nuovi soldati e per il lavoro obbligatorio in Germania. Questi bandi furono un totale fallimento a riprova della totale opposizione degli Italiani alla Repubblica Sociale e alle truppe naziste.

I 100.000 giovanissimi che non risposero ai Bandi Graziani andarono ad ingrossare le fila della Resistenza. Infine, senza l’appoggio militare e il sostegno economico dei Tedeschi, la Resistenza non sarebbe mai avvenuta, così come non è avvenuta al Sud, dove la transazione dal Fascismo ad un sistema politico democratico fu accettata del tutto pacificamente, se si escludono sparuti episodi a favore del regime, portati avanti da un gruppetto esiguo di uomini. Senza i Tedeschi anche il Nord, dove tra l’altro il dissenso era di gran lunga più forte che nel meridione d’Italia, avrebbe evitato un’enorme carneficina.

Biografia
Adriano Di Gregorio, dottore di ricerca in Storia moderna, dapprima si è laureato in Lettere moderne e in seguito in Filosofia. Dal 1998 al 2013 ha collaborato con la cattedra di Storia moderna dell’Università di Catania e nel 2005 ha conseguito il titolo di Assegnista di ricerca. Dal 2007 al 2013 è stato professore a contratto di “Storia delle esplorazioni e delle scoperte geografiche” e di “Storia del Mediterraneo”. Attualmente collabora con il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania ed è insegnante di ruolo di Italiano e Storia negli istituti di istruzione secondaria. Ha pubblicato tre romanzi gialli – Il Peso della verità (2014), La maga e il Talismano (2016) e L’abito da sposa (2019) – e gestisce un canale Youtube, Le Lezioni di Adriano Di Gregorio, seguito da 42.000 followers. Tratto dalle sue videolezioni, ha pubblicato La Storia raccontata ai ragazzi… e non solo e L’Impero Romano raccontato ai ragazzi… e non solo. Poco tempo fa ha pubblicato la Storia della Sicilia islamica, che nei prossimi mesi sarà tradotto in arabo dalla casa editrice egiziana Eshraqa Publish.

Bibliografia
S. Peli, Storia della Resistenza italiana, Einaudi 2017.
M. Franzinelli – M. Flores, Storia della Resistenza, Laterza 2019.
T. Piffer (a cura di), Le formazioni autonome nella Resistenza italiana, Marsilio 2020.
A. Celestini, Radio Clandestina. Memoria delle Fosse Ardeatine, Einaudi 2020.
B. Fenoglio, Una questione privata, Einaudi 2022.

Sitografia

Sito ufficiale dei Carabinieri - www.carabinieri.it/chi-siamo/ieri/storia/pillole/la-resistenza-e-la-liberazione-il-secondo-dopoguerra

Sito ufficiale dei Carabinieri - www.carabinieri.it/arma/curiosita/non-tutti-sanno-che/r/resistenza-e-guerra-di-liberazione

http://it.wikipedia.org/wiki/Carabinieri_nella_resistenza_e_nella_guerra_di_liberazione_italiana

www.guerrainitalia.it/sitografia/

www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza12b.htm

www.esercito.difesa.it/storia/pagine/la-battaglia-di-monte-lungo.aspx

 

Canali YouTube

Carabinieri e Resistenza nella Liberazione d’Italia

Alessandro Barbero, La Resistenza Italiana

Filmografia

Roma città aperta, 1945, regia di Roberto Rossellini.

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