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La mafia spiegata ai ragazzi

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La mafia spiegata ai ragazzi
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Conoscere uno dei peggiori fenomeni criminali del mondo aiuta a sconfiggerlo

«La mafia è come un libro bianco scritto con il sangue». Questa è la frase di un ragazzo di 14 anni che Antonio Nicaso, scrittore e fra i massimi esperti di mafie, ha citato nel suo libro La mafia spiegata ai ragazzi, in cui racconta una delle organizzazioni criminali più spietate al mondo.

Perché la mafia è detta "Cosa Nostra"?

La mafia siciliana, detta anche “Cosa Nostra", è un’associazione a delinquere, cioè un gruppo di persone che si unisce per compiere reati. Attraverso l’intimidazione e la violenza compie attività illecite al solo scopo di arricchirsi e acquisire potere. E sebbene i mafiosi abbiano cercato di far credere che la mafia discenda dalla leggenda dei Beati Paoli (un gruppo di “giustizieri” del XII secolo) Nicaso ci invita a spazzare via i luoghi comuni e ci racconta la verità.

Quando è nata la mafia?

La mafia è nata verso la metà dell’Ottocento e i suoi componenti erano violenti “vigilantes” al servizio dei grandi proprietari terrieri. «Non volevano aiutare i contadini e i poveracci» spiega Nicaso «ma erano sempre e solo dalla parte del potere». Nessun vendicatore, nessun giustiziere dunque, ma solo il braccio armato dei ricchi.

Per decenni la mafia ha agito nell’ombra (c’era persino chi dubitava della sua esistenza) sfruttando il cosiddetto “sistema mafioso", ossia un metodo fatto di paura, ricatti, violenza e omertà (che è il rifiuto di testimoniare le circostanze di un reato).

Per fortuna la magistratura e le forze di polizia sono riuscite lo stesso a portare a galla la verità. Che è terribile, fatta di sangue e dolore, e che per troppo tempo ha provocato sofferenza a tanti innocenti e macchiato il nome della Sicilia e dell’Italia nel mondo.

In Italia non esiste solo la mafia 

Cosa Nostra però non è l’unica “mafia” del nostro Paese: con questo termine, ormai, si indicano anche altre organizzazioni composte da criminali associati tra loro e legati da rituali, pratiche intimidatorie (cioè minacce) e violenza.

Ci sono infatti la Camorra (di origine campana), la calabrese ’Ndrangheta e, dalla Puglia, la Sacra Corona Unita e le mafie garganiche. Ma le provenienze geografiche non hanno più molto significato, poiché le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutte le regioni italiane (e anche all’estero).

La mafia si può combattere?

Le mafie, infatti, vanno dove possono arricchirsi. Antonio Nicaso, però, ci ricorda che la criminalità organizzata «non è un fenomeno con cui dobbiamo necessariamente convivere». Si può, e si deve, combattere: per esempio con i grandi processi e i sequestri dei beni ai mafiosi, con la Dia (Direzione investigativa antimafia) e con l’incessante lavoro sul territorio delle associazioni di volontariato.

Soprattutto, per Nicaso, si può combattere la mafia fin da ragazzi «studiando, informandosi, acquisendo consapevolezza e capacità critica. Occorre saper fare le proprie scelte, e costruire il bene comune, perché la mafia non vuole gente che pensa».

Parlando di lotta alla mafia non si può non parlare di due autentici eroi italiani: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Due magistrati coraggiosi e determinati che, rischiando le loro stesse vite, lottarono in prima linea contro le organizzazioni criminali.

Purtroppo, nel 1992 a Palermo, in poco più di cinquanta giorni furono entrambi fatti saltare in aria con l’esplosivo dai boss di Cosa Nostra in quelle che sono ricordate ancora oggi come le stragi di Capaci e di via D’Amelio. La loro morte, e quella degli uomini e delle donne delle loro scorte, sconvolse il mondo intero e segnò l’inizio di una nuova stagione nel contrasto alla criminalità mafiosa.

Ancora oggi il loro esempio guida il cammino e infonde coraggio a tutti coloro che non si arrendono al male e che ogni giorno combattono contro la mafia. Perché, come diceva Paolo Borsellino, «chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola».

Donne mafiose

La mafia è fatta anche di donne. Molte di loro, cresciute nell’ambiente mafioso, hanno un ruolo attivo nelle attività criminali (dallo spaccio di droga all’aiuto ai fuggiaschi e al riutilizzo di denaro illegale). Non sono mancate vere e proprie donne-boss come Maria Filippa Messina (che ispirò “Scianel”, personaggio di un libro e di una serie tv). Nel 1996 fu la prima donna mafiosa condannata al 41-bis ossia il regime speciale di detenzione riservato ai criminali più pericolosi. Queste donne hanno spesso preso il posto di mariti o fratelli (morti o finiti in carcere) dimostrando capacità gestionali e crudeltà non inferiori a quelle dei capi mafiosi maschi.

LE PAROLE DELLA MAFIA

La cupola
La mafia è chiamata “piovra” perché, come se avesse i tentacoli, si infila in molti affari criminali. I capi delle più potenti cosche (le famiglie mafiose) sono la testa della piovra,
la cosiddetta “cupola mafiosa”.

Estorsioni
La mafia chiede soldi (il famoso “pizzo”) a commercianti e ad aziende minacciando ritorsioni in caso si rifiutino di pagare.

Appalti truccati
La mafia cerca di manipolare a proprio vantaggio il regolare svolgimento della vita economica.

Usura
Le cosche portano alla rovina commercianti e imprese prestando loro denaro a tassi altissimi. Ossia chiedendone in restituzione molto di più.

I nuovi traffici, le ecomafie
Gli “affari” delle mafie si sono evoluti assieme all’economia e alla società: alle attività “tradizionali” hanno affiancato, per esempio, i reati di ecomafia, quali l’illegale smaltimento dei rifiuti tossici (che inquinano e distruggono il territorio e i reati legati al riciclaggio: grandi quantità di denaro ricavato col crimine vengono investite in attività legali solo in apparenza.