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I pirati esistono ancora? Si, ecco chi sono

I pirati esistono ancora, anche se non sono come noi ce li immaginiamo, cioè non hanno un pappagallo sulla spalla o una bandana in testa come vediamo nei film o come leggiamo nei libri. Una volta, forse, i pirati assomigliavano più a questo tipo di immagine che ci rimandano i racconti, ma, in ogni caso, oggi alcuni briganti continuano a depredare il “tesoro” di altri, per mare, ma anche attraverso internet.

La petroliera con bandiera liberiana MV Sirius Star presa d’assalto dai pirati, al largo delle coste della Somalia: è stata dirottata dai pirati somali il 15 novembre a circa 450 miglia nautiche al largo del Kenya e costretta a procedere verso l’ancoraggio vicino Harardhere, in Somalia.

I pirati… di oggi
I pirati esistono ancora quindi, e navigano per i mari, in particolare in Asia, Sud America e nei mari dell’Europa dell’Est. Per esempio in Somalia, si dedicano principalmente al furto di petrolio dirottando le navi cisterna e prendendo in ostaggio gli equipaggi, per i quali chiedono anche pesanti riscatti.

l 7 novembre 2009 a Fort Pierce, in Florida, il capitano Richard Phillips fu tenuto in ostaggio dai pirati somali su questa sulla zattera di salvataggio di questa nave portacontainer, la MV Maersk Alabama: ora è in mostra permanente al Museo UDT-SEAL della Marina Nazionale Usa.
Hacker: i pirati della rete

Il termine hacker venne reso famoso dalla rivista americana Newsweek nel 1983 ma, in realtà, si usava già da molto tempo tra programmatori ed esperti di computer per indicare uno “smanettone”.

All’epoca hacker era considerato uno che non si accontentava di usare le macchine ma cercava di smontarle per capirne il funzionamento e i limiti. Le prime imprese famose degli hacker riguardano i telefoni e non i computer.

John Draper usava un fischietto per imitare il segnale di “telefonata conclusa”, per ingannare il sistema di registrazione e continuare a telefonare gratis.

Il trucco del fischietto
Negli anni Sessanta, John Draper era conosciuto come “Cap’n Crunch“, una marca di cereali in cui trovò un fischietto, la sua “arma“. Draper, infatti fischiava subito dopo aver chiamato un numero, durante il segnale di libero: il tono del fischio era simile al segnale di “riagganciato” e ingannava il sistema telefonico che registrava la telefonata come conclusa. Invece era appena iniziata, facendo risparmiare un sacco di soldi.

Anche Kevi Mitnick cominciò col telefono (come del resto anche Steve Jobs, lo scomparso fondatore della Apple), ma si spinse oltre, fino a entrare in Arpanet, l’antenato di Internet, e poi nei computer del Pentagono.

Harper Reed si definisce un hacker: nel 2012 ha curato Narvalo, la piattaforma di analisi dati per la rielezione del presidente Usa Barack Obama, riuscendo a indovinare tutti i risultati.

Pirati dei film
Nel 2017 i pirati informatici hanno minacciato la Walt Disney Company di pubblicare on line gratis I pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar, che doveva ancora uscire al cinema. La Disney non ha ceduto e per fortuna la minaccia si è rivelata una finta.

Netflix invece, poco tempo prima, era andata male: gli hacker hanno pubblicato 10 episodi della serie ‘Orange is the New Black’ prima dell’uscita ufficiale sulla piattaforma

Guardie e ladri. Vladimir Levin, invece, entrò nei computer della Citybank rubando circa 11 milioni di dollari e fu catturato da un altro hacker, Tsotomu Shimomura, che si mise a  disposizione per “inseguirlo“ virtualmente.

Un’operazione anti pirateria ad opera dei marinai della marina statunitense nel Golfo di Aden (Usa): a bordo dell’incrociatore con missili guidati USS Vella Gulf, hanno diretto questo dispositivo acustico a lungo raggio o LRAD per intercettare i pirati.

Non sempre gli hacker agiscono a fini di lucro o per “distruggere”, come fanno invece i creatori di virus o gli esperti ingaggiati da alcuni governi (ad esempio in Cina e Siria) per controllare e limitare la libera circolazione delle informazioni. Spesso, se commettono azioni illegali, il loro scopo è dimostrare i limiti e la fragilità di una certa tecnologia.

I pirati esistono anche buoni
Un esempio tra tutti è quello di Linus Torvald, creatore del sistema operativo “aperto” Linux e simbolo della comunità open source, dove tutti possono mettere le mani sui codici dei programmi per migliorarli (un po’ come con Wikipedia).

 

In mare e in politica

Il primo partito dei Pirati è nato in Svezia, poi è arrivato in Germania e anche in Italia: si batte per l’informazione e l’istruzione gratuite, quindi anche per lo scambio libero di file in Rete.

Ma non serve operare su internet per essere un pirata buono: Paul Watson, attivista canadese, è uno dei fondatori di Greenpeace e naviga nei mari per difendere le balene e gli altri animali marini dai bracconieri.Il partito pirata poi, nato in Svezia, si è diffuso in gran parte d’Europa, Italia compresa.

This post was last modified on 4 agosto 2022 10:58

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Ilaria Infante

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