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Dante Alighieri: il 25 marzo si celebra il sommo poeta con il Dantedì

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Oggi, 25 marzo, si celebra la prima edizione del Dante Dì. Perché il 25 marzo? Gli studiosi hanno individuato in questa data l’inizio del viaggio del sommo poeta, nella Pasqua del 1300, nei regni dell’oltretomba. Inizio della Divina Commedia.

È il 1316 e mi trovo a Verona, nello splendido palazzo del Signore di questa città: devo intervistare uno dei suoi illustri ospiti... Eccolo laggiù: Dante Alighieri, seduto alla sua scrivania, con la penna d'oca in mano. Di certo lo conoscete: è uno dei più grandi poeti italiani e, per tutti, il Padre della nostra lingua. Fu infatti il primo a proporre ai dotti di non scrivere più le loro opere in latino, visto che pochi le capivano. Avrebbero dovuto usare, invece, il “volgare”, la lingua parlata dal popolo (il volgo), da cui poi è nato l'italiano.

Messer Dante, posso disturbarla con qualche domanda?
«Ma certo. Mi dica: cosa vuol sapere?».

I nostri lettori sono curiosi: come si diventa Sommo poeta?
«Beh, ovviamente studiando: teologia, filosofia, fisica, astronomia, dialettica, grammatica e retorica. E' molto faticoso, ci vogliono passione, perseveranza e, soprattutto, un buon maestro: il mio si chiamava Brunetto Latini, era uno degli uomini più colti di Firenze. E' stato quasi un padre e mi è dispiaciuto molto quando è morto».

Lo immagino. So che ha perso prima del tempo molte persone care: sua madre Bella degli Abati a 5 anni, suo padre Alighiero di Bellincione a 17...
«Purtroppo è così. Per un po' mi sono dovuto occupare da solo della mia famiglia: il mi' babbo era un cambiavalute e a volte arrotondava facendo... ehm... l'usuraio. Ma quel mestiere non faceva per me: io amavo scrivere poesie, con quel “dolce stil novo” che andava di moda allora».

Beh, dolce lo era senz'altro: molti di quei versi erano per una donna speciale...
«Non mi faccia arrossire, sono un uomo sposato... Anche se devo ammetterlo: per mia moglie Gemma non ho mai scritto neppure un verso. Che posso farci? La mia fonte di ispirazione è sempre stata l'onesta e gentile Beatrice».

Quando vi siete conosciuti?
«Avevo 9 anni, lei 8: ricordo bene quel 1° maggio 1274. Era la festa di Calendimaggio: la vidi nella ressa, con quei suoi occhi azzurri e l'abito rosso porpora, e il cuore cominciò a tremare sì fortemente che il tremito si trasmise a tutto il corpo».

In altre parole, si innamorò. Ma perché non vi sposaste, allora?
«In realtà ci siamo visti in tutto un paio di volte, di sfuggita. Non so nemmeno se provasse qualcosa per me. E poi eravamo già fidanzati: io con Gemma e lei con un ricco banchiere. Povera la mia Beatrice: quando morì, nel 1290, aveva solo 24 anni. È per lei che ora sto scrivendo la mia opera più grande...».

La Commedia! “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura”...
«Esatto! Ma dove l'ha letto il primo verso? Ah, non importa: sono sicuro che quando sarà finita sarà un successone. Allora sì che i miei concittadini si pentiranno di avermi cacciato da Firenze!».

Le manca tanto la sua città?
«Moltissimo. L'esilio è così doloroso: non immagina quanto sa di sale lo pane altrui...».

Meno aulico, messer Dante...
«Ehm sì: non sa quanto mi pesa dover dipendere dall'elemosina dei nobili Signori e vivere nelle loro corti, piene di gente falsa e ruffiana. E dire che per la mia Firenze ho persino preso le armi: a Campaldino, per esempio, ho combattuto contro gli Aretini, l'11 giugno 1289. Ero nella prima schiera dei cavalieri: tanta paura prima, tanta gioia dopo».

Ma allora come c'è finito in esilio?
«Tutta colpa della politica. Ha presente i due partiti opposti, quello dei guelfi, sostenitori del papa, e quello dei ghibellini, sostenitori dell'imperatore? Ecco, dopo aver cacciato i ghibellini, i guelfi fiorentini litigarono fra loro e si divisero: da una parte i guelfi bianchi come me, che odiavano papa Bonifacio VIII, e dall'altra i guelfi neri, che invece lo appoggiavano. Nel 1301 i Neri presero il controllo della città e cacciarono o uccisero tutti i loro più importanti avversari politici. Me compreso».

Che brutta storia!
«A dir la verità l'anno scorso ci hanno anche provato a farmi tornare. Ma pretendevano che mi pentissi, che andassi in carcere per qualche giorno. Non ho accettato: io in patria tornerò a testa alta o mai più».

Shhh... Dante ancora non lo sa, ma a Firenze non ci rimetterà più piede. Nel 1319 si trasferirà a Ravenna, alla corte di Guido da Polenta, e qui morirà di malaria due anni dopo. E oggi 25 marzo l'Italia gli ha dedicato una Giornata nazionale il Dantedì!

 

APPROFONDIMENTO SULLA LA DIVINA COMMEDIA

Noi la conosciamo come “Divina Commedia” (il titolo che le venne dato nel Cinquecento), ma per Dante era semplicemente la “Comedía”.

È sicuramente la sua opera più famosa, un lungo capolavoro in versi, scritto in “volgare” e diviso in tre parti: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Il linguaggio è difficile, ma la trama è avvincente: parla infatti del viaggio del poeta nell'aldilà. Dentro c'è di tutto: mostri e creature orribili, amore, odio, paura, mitologia e Storia (perché Dante racconta anche di eventi e persone del suo tempo). E ovviamente c'è Beatrice, la sua guida nel Paradiso.

CARTA IDENTITA'
Nome: Durante di Alighiero degli Alighieri
Soprannome: Dante
Professione: Sommo Poeta
Nato a: Firenze nel 1265; battezzato il 26 marzo 1266
Morto a: Ravenna nel 1321
Causa di morte: malaria
Segno zodiacale: Gemelli
Sposato con: Gemma Donati
Figli: 3 (Pietro, Jacopo, Antonia)
Pregi: integerrimo, intelligente e appassionato
Difetti: troppo orgoglioso
I suoi migliori amici: i letterati Guido Cavalcanti e Lapo Gianni
Malattie: pare soffrisse di improvvisi attacchi di sonno (narcolessia)
Lingue conosciute: latino e dialetto fiorentino
La sua passione: Beatrice (alias Bice di Folco Portinari)

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