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Che cos’è il Risorgimento e quando è stato “inventato”?

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Che cos’è il Risorgimento e quando è stato “inventato”?
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Quanto sai di quel periodo storico che si chiama Risorgimento? Quando è iniziato e come si è concluso? Ecco tutto quello che devi sapere, spiegato bene!

C'è un capitolo della storia italiana particolarmente interessante, anzi, avvincente, ed è il Risorgimento. Ma sei sicuro di sapere bene di che cosa si tratta? Se stai studiando questo periodo storico a scuola o semplicemente vuoi approfondire, ecco le informazioni che ti servono per sapere tutto sul Risorgimento!

Quando si comincia a parlare di Unità d’Italia?

Molti libri di scuola fanno cominciare il Risorgimento tra il 1816 e il 1820, durante quel periodo chiamato Restaurazione, ma, se andiamo a vedere bene, le cose non stanno esattamente così. Infatti, nelle insurrezioni del 1820-21 non si parlò mai di unità d’Italia: Palermo si ribellò per ottenere l’indipendenza, Napoli per avere una costituzione e il Piemonte per strappare la Lombardia e il Veneto all’Austria. Inoltre, questi “moti” erano organizzati soltanto da un gruppetto di ricchi liberali che si riunivano in società segrete; i contadini, invece, non avevano mai sentito parlare della costituzione e anche se l’avessero ottenuta, per loro non sarebbe cambiato proprio nulla. Tutto questo, però, non ci deve far credere che nei secoli passati non fosse esistita l’idea dell’Italia e degli italiani, intesi come un unico popolo accomunato dalla stessa lingua, dalla stessa religione e soprattutto dalla stessa cultura; basti pensare ad esempio a Dante, Michelangelo, Galilei e tanti altri “italiani” illustri. Dal punto di vista politico, invece, quasi nessuno pensava di sostituire i sovrani presenti nella penisola con un re d’Italia, soprattutto perché il papa era fortemente contrario ad essere circondato da una grande nazione. All’inizio, quindi, i ribelli chiedevano soltanto maggiore libertà e una costituzione.

Ma perché nell’Ottocento le costituzioni erano così importanti? Perché, senza questo “pezzo di carta”, le leggi venivano fatte nei salotti del re, il quale, alla presenza di alcuni nobili, in una notte decideva le sorti di una guerra, di una tassa o di qualunque altra cosa. Con una costituzione, invece, anche il re sarebbe stato obbligato a rispettare le leggi.

I moti del 1830-1831

La seconda tappa del percorso che ha portato all’Unità d’Italia è rappresentata dai “moti” del 1830-31. Anche in questo caso, le ribellioni del centro Italia – Ducato di Modena, domini pontifici e Ducato di Parma – furono organizzate da un gruppetto di persone per cacciare i vecchi governanti, per chiedere la costituzione e per svecchiare la classe politica. Nulla più… nessuna unità d’Italia.

Mazzini e il suo progetto “romantico”

Le cose cambiarono con Giuseppe Mazzini, un personaggio molto importante che per la prima volta parlò di Unità d’Italia. Il suo però era un sogno irrealizzabile che si sarebbe ben presto scontrato con i governanti di mezza Italia. Mazzini non chiedeva la Costituzione, invocata dalle classi alte della popolazione, ma cose ben più rivoluzionarie, come la Repubblica e la Democrazia. Per fare una repubblica però avrebbe dovuto cacciare dall’Italia i Savoia – sovrani del Regno di Sardegna (compreso il Piemonte) – e i Borbone – re del Regno delle Due Sicilie. Inoltre, per renderla unita e indipendente, avrebbe dovuto sconfiggere gli Austriaci, che occupavano la Lombardia e il Veneto, e avrebbe dovuto convincere il papa ad interessarsi soltanto di questioni religiose.

Nonostante le difficoltà insormontabili, Mazzini, da buon sognatore, si convinse che il suo progetto sarebbe stato realizzato grazie ad una rivoluzione democratica che sarebbe sicuramente riuscita con l’aiuto di Dio… non esisteva alcun piano B. Adesso democrazia è una parola abusata – tutti siamo democratici… più o meno – ma nella prima metà dell’Ottocento i democratici erano considerati dei pericolosi rivoluzionari, quasi dei terroristi, che cercavano di fare arrivare il popolo al governo, anche con l'uso delle armi; infatti, Mazzini nel 1833 fu condannato a morte per attività sovversiva. In una di queste insurrezioni mazziniane, si mise in luce un giovanotto di cui sentiremo molto parlare: Giuseppe Garibaldi.

Anche nel caso delle ribellioni degli anni Trenta, sebbene Mazzini avesse voluto coinvolgere il popolo, i rivoluzionari che accettarono di portare avanti il suo progetto furono pochissimi: nel 1844, alla spedizione mazziniana dei fratelli Bandiera parteciparono solo diciassette uomini… e furono massacrati; per quella di Pisacane nel 1857 all’inizio partirono in ventiquattro… e furono massacrati.

Dalla ribellione globale del 1848 al “genio” di Cavour

La situazione cambiò nel 1848 quando tutta Europa fu messa a ferro e fuoco da una protesta globale… non era mai successa una cosa del genere. I giovani di tutta Europa, che ormai sapevano leggere e scrivere e avevano sconfitto la fame, si ribellarono al mondo dei vecchi nobili che si consideravano migliori degli altri per natura.

Anche nel 1848 tutto cominciò per la Costituzione. Quando i palermitani e i napoletani scesero in piazza, Leopoldo di Toscana, Carlo Alberto di Savoia e persino il papa, per evitare guai peggiori, concessero subito una carta costituzionale. Nel frattempo, appena si seppe che l’impero austriaco era in crisi, Milano insorse e i Savoia dichiarano guerra all’Austria – sette volte più grande e più popolosa del Piemonte – per impadronirsi della Lombardia e del Veneto. La motivazione principale che spinse il Regno di Sardegna a dichiarare guerra all’impero austriaco fu la conquista del nord Italia… nemmeno in questo caso si parlava di unità e infatti il tricolore era ancora “illegale”. All’inizio le cose andarono bene, ma piano piano gli Austriaci, dopo aver risolto i problemi interni, ebbero la meglio sui piemontesi e in poco tempo tutto tornò come prima.

L'entrata in scena di Cavour

Subito dopo la sconfitta, in Piemonte si fece largo la figura di un grande leader, il conte Camillo Benso di Cavour… nobile, liberale e uomo d’affari. Apparteneva all’altissima nobiltà sabauda e infatti fu battezzato da Paolina Bonaparte, la sorella dell’imperatore Napoleone. La sua famiglia era fedelissima ai Savoia prima, ai Francesi dopo e, quando Napoleone fu sconfitto, ritornò ad essere fedele ai Savoia, tanto che suo padre fu nominato capo della Polizia. Cavour no… lui era schedato dagli Austriaci per le sue idee liberali.

Nonostante il fallimento delle insurrezioni del 1848, i Savoia furono l’unico Stato italiano a mantenere la costituzione, ma, come si faceva nel Medioevo, la chiamarono “Statuto” per indicare che era stata concessa benevolmente dal re. Comunque, la Costituzione c’era e ci furono pure le prime elezioni. In questo clima si mise in luce una nuova classe politica liberale, tra cui vi era appunto Cavour, che cominciò a parlare seriamente di Italia unita. All’inizio si riferiva soltanto al nord Italia, ma col passare del tempo, visto che tutto stava andando per il meglio, si fece ingolosire e cominciò a pensare di unificare l’intera penisola.

Il ruolo di Napoleone III nell'Unità d'Italia

Sapendo che il Piemonte da solo non sarebbe mai riuscito a strappare Milano e Venezia all’Austria, Cavour si fece aiutare dal sovrano più potente d’Europa, l’imperatore di Francia, Luigi Napoleone Bonaparte, nipote del grande Napoleone. Secondo gli accordi, – chiamati di Plombières – se il Piemonte fosse stato attaccato dagli Austriaci, la Francia sarebbe dovuta intervenire in sua difesa. Gli Austriaci caddero nel tranello e, temendo di essere assaliti, poco tempo dopo dichiararono guerra al Piemonte: Cavour non aspettava altro! Quando tutto sembrava andare bene, però, ci fu un colpo di scena: Napoleone III, dopo aver conquistato la Lombardia, si ritirò senza impadronirsi del Veneto, per la disperazione di Cavour.

Ma non era tutto perduto! Nell’aprile del 1860 Palermo insorse per chiedere nuovamente l’indipendenza da Napoli; tra l’altro nel maggio del 1859 era morto il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, ed era salito al trono suo figlio Francesco II, inesperto, timido e introverso. A quel punto, due giovani rivoluzionari siciliani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo, per cercare di sfruttare l’insurrezione dei palermitani, convinsero il più grande generale in circolazione a scendere in campo: Giuseppe Garibaldi. Cavour fiutò l’affare e non fece nulla per bloccare la famosa “Impresa dei Mille”.

Il più grande di tutti: Giuseppe Garibaldi

Senza ammetterlo apertamente, a Cavour piaceva l’idea che qualcuno potesse cacciare i Borbone da Napoli al posto suo; in questo modo avrebbe potuto conquistare il Regno delle Due Sicilie senza entrare in conflitto con le altre potenze europee. Avrebbe dovuto stare attento solo a non infastidire il papa, protetto dall’imperatore Napoleone III. Questa volta Cavour avrebbe potuto veramente unificare l’Italia. Tra l’altro Garibaldi aveva promesso di consegnare tutte le conquiste al re. E se non l’avesse fatto? Se invece avesse fondato una repubblica? Cavour scelse di fidarsi e lo fece partire.

Ma chi era questo famoso Garibaldi? Giuseppe Garibaldi era una vera e propria star ancor prima dell’Impresa dei Mille. Già nel 1850 a Torino era stata pubblicata una sua biografia e nel 1859, un anno prima della partenza per la Sicilia, a New York e a Londra erano uscite in inglese le sue memorie.

Dopo l’impresa dei Mille fu amato, elogiato e osannato in tutto il mondo. Per comprendere la grandezza del personaggio, possiamo citare un episodio: durante un viaggio a Londra, Garibaldi fu acclamato da più di mezzo milione di persone, sia dame di corte che gli inviavano lettere d’amore sia operai che lo invitavano a visitare i loro circoli. Persino il principe Edoardo VII, futuro re d’Inghilterra e figlio della regina Vittoria, si precipitò a Londra per conoscerlo personalmente. La sua fama fu talmente vasta che la regina Vittoria, Karl Marx, Michail Bakunin e decine di ambasciatori di mezzo mondo parlarono di lui nelle loro lettere. Persino il presidente degli Stati Uniti d’America Lincoln lo invitò a schierarsi dalla sua parte nella guerra di successione americana.

La vita piena d'avventure di Garibaldi

L’enorme notorietà derivava dalla sua biografia a dir poco burrascosa. Fu arrestato nove volte e una volta fu persino condannato a morte; fu assalito dai pirati; fu ripetutamente ferito in battaglia; fu ufficiale di sei eserciti differenti, fu ammiraglio della marina dell’Uruguay e fu parlamentare di cinque nazioni differenti. Tutto questo senza mai accettare denaro! Infatti, quando per due mesi ricoprì la carica di dittatore del Regno delle Due Sicilie non si assegnò nemmeno uno stipendio. Nonostante tutto questo e nonostante avesse combattuto senza mai farsi corrompere e senza mai abbandonarsi ad alcun eccesso, oggi, capovolgendo la sua figura, in qualche sito – in realtà senza alcuna pretesa di scientificità – è definito un ladro, un corrotto e un bandito. Niente di più falso!

Perché qualcuno parla male di Garibaldi?

La versione “negativa” di Garibaldi si basa soprattutto sulla repressione messa in atto nelle campagne siciliane da alcuni suoi uomini, primo fra tutti il generale Nino Bixio. Mentre Garibaldi risaliva la Sicilia, i contadini siciliani avevano frainteso il senso della sua “impresa” ed erano insorti per massacrare i nobili e per prendersi le loro terre. A quel punto Garibaldi fu costretto a intervenire; famosa l’insurrezione di Bronte e purtroppo altrettanto famoso – grazie alla meravigliosa novella Libertà di Verga – l’intervento di Nino Bixio il quale, per la gioia dei proprietari terrieri, represse con violenza la sanguinosa ribellione dei contadini siciliani. È giusto dire che a metà dell’Ottocento le fucilazioni erano molto frequenti e tutti i sovrani d’Europa – forse esclusa soltanto l’Inghilterra – ne facevano larghissimo uso. Anche la ribellione siciliana del 1837, in occasione di un’ondata di colera, fu repressa con estrema ferocia dal marchese Del Carretto, ministro della polizia borbonica. Inoltre, il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, soprannominato “Re bomba”, nel 1848 rase al suolo interi quartieri della città di Messina con pesanti bombardamenti.

“Sistemate” le insurrezioni, Garibaldi, con l’appoggio di decine di volontari arrivati da mezzo mondo e soprattutto con la protezione dell’Inghilterra, che non voleva che il sud cadesse in mani francesi, entrò a Napoli e cacciò il re. A quel punto Cavour, terrorizzato che il meridione d’Italia diventasse un covo di pericolosi mazziniani e di terribili repubblicani, decise di intervenire. Si precipitò a Teano, vicino Caserta, bloccò Garibaldi e il 25 ottobre 1860 si fece consegnare tutte le terre conquistate: Garibaldi mantenne le promesse e Vittorio Emanuele II di Savoia finalmente, il 17 marzo 1861, fu proclamato re d’Italia. Nel frattempo, i Piemontesi, con la scusa di raggiungere Garibaldi ed evitare che conquistasse Roma, invasero lo Stato Pontificio e sottrassero parecchi territori al papa a cui, dopo l’unificazione d’Italia, rimase soltanto la città di Roma e parte del Lazio. Il papa, furibondo, scomunicò Vittorio Emanuele II e tutti coloro i quali avevano collaborato alla creazione del nuovo Regno d’Italia.

L’Unità d’Italia poteva essere fatta diversamente?

Dopo l’Unità, purtroppo Cavour, la mente più geniale di tutti, morì a soli cinquant’anni. Senza di lui, i piemontesi, non sapendo cos’altro fare, estesero le leggi sabaude a tutta Italia e non si preoccuparono delle grandi differenze che esistevano tra le varie parti del Regno. Inoltre, il re Vittorio Emanuele II non cambiò il proprio nome, come suggeriva la tradizione. Questo gesto, apparentemente di poco conto, fece capire che, secondo lui, si trattava di una conquista e non di un’unificazione di vari regni.

I primi anni furono durissimi: pareggio del bilancio, fame e tasse. Le masse popolari meridionali capirono subito che le loro speranze erano state deluse e insorsero in maniera violenta contro il nuovo Stato. In poco tempo scoppiò quella protesta che i libri di storia chiamano “Brigantaggio”. In realtà i famosi “briganti” protestavano per l’odiata tassa sul macinato e per la leva obbligatoria e chiedevano il ritorno dei Borbone.

Come ha giustamente sostenuto il prof. Alessandro Barbero, il Brigantaggio fu una guerra civile, combattuta non tra il sud e il nord, ma tra i contadini poveri che non possedevano la terra e i ricchi possidenti che non sapevano nemmeno quanta ne avessero. I proprietari terrieri meridionali, infatti, si schierarono apertamente per la violenta repressione dei briganti.

Le rivolte interessarono tutto il meridione – soprattutto la Campania, la Basilicata e la Calabria – ma non la Sicilia nella quale nessuno si sognava di richiamare i tanto odiati Borbone. Addirittura nel 1861 i briganti conquistarono Melfi, in provincia di Potenza, e fecero tornare il sindaco borbonico.

L’insurrezione fu talmente violenta che i piemontesi furono costretti a inviare ben 120.000 uomini, la metà dell’esercito del Regno d’Italia, e a dichiarare lo stato di guerra. Le operazioni furono coordinate dal generale Alfonso La Marmora, lo stesso che aveva combattuto contro gli Austriaci durante le guerre d’indipedenza. L’esercito fu aiutato anche da uomini dello Stato pontificio e addirittura da truppe inviate dalla Francia, in aiuto del papa. Risultato: ci furono più morti nella lotta contro il brigantaggio che in tutte le guerre d’indipendenza italiana.

Personaggi di grande importanza, come Massimo D’Azeglio, si schierarono contro la repressione nel meridione d’Italia e addirittura Garibaldi, nel 1863, si dimise dalla Camera per protestare contro i metodi usati dall’esercito italiano. Nino Bixio invece si schierò dalla parte dei Savoia. Purtroppo, la delusione e la rabbia dei contadini meridionali ricadde proprio su Garibaldi, colui il quale, più di tutti, aveva combattuto per loro.

Bibliografia

  • Banti Alberto M., Il Risorgimento italiano, Laterza, 2008.
  • Di Gregorio Adriano, La storia raccontata ai ragazzi… e non solo, Algra editore, 2020.
  • Guerri Giordano B., Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, Mondadori, 2017.
  • Isnenghi Mario, Garibaldi fu ferito. Il mito, le favole, Donzelli, 2010.
  • Lupo Salvatore, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, 2015.
  • Macry Paolo, Unità a Mezzogiorno.Come l’Italia ha messo assieme i pezzi, Il Mulino, 2012.
  • Scirocco Alfonso, Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Laterza, 2007.
  • Viarengo Adriano (a cura di), Lettere, diari, scritti e discorsi di Cavour, Rizzoli, 2010.

Sitografia

Canali YouTube

  • Alessandro Barbero - Pensare l'Italia, (2010).
  • Alessandro Barbero, Il Brigantaggio, (2020).
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