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A spasso nel tempo: 24 ore nel Far West raccontate da Sallie

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A spasso nel tempo: 24 ore nel Far West raccontate da Sallie
Giovanni Garattoni

Il viaggio verso il Far West era lungo e pericolosissimo: molti morivano prima di arrivare. Tra il 1840 e il 1860, in America, si misero in viaggio 250.000 persone: per cercare terre, oro e fortuna nel selvaggio Ovest.

Uffa! Da quasi due mesi non vedo altro che prateria: calda di giorno, gelata di notte. E ancora non siamo nemmeno a metà del viaggio: sono stufa del Far West!

TERRA PROMESSA

Mi chiamo Sallie, ho 10 anni e con me ci sono mia sorella Daisy, mia mamma con un enorme pancione e papà, che guida il nostro carro. In primavera ci siamo uniti a una grande carovana di 40 famiglie in partenza dalla città di Independence: il nostro sogno è raggiungere l’Oregon, nel selvaggio Ovest o far west . Siamo tra i primi americani a essere partiti per il far west: nessuno conosce bene i pericoli che dovremo affrontare ma papà mi ha spiegato che non potevamo aspettare.

Chi arriva per primo nel far west, infatti, può scegliersi la terra e lui, che fa l’agricoltore, ne vuole un pezzo grande e fertile, per darci una casa più bella. Sotto al telo di tessuto grezzo che copre il carro non si sta male, ma le nostre scorte ci lasciano poco spazio: abbiamo 300 chili di farina, poco meno di pancetta affumicata, lardo e fagioli, 55 chili di biscotti e altrettanti di zucchero, pesche e mele secche. E ancora caffè, sale, pepe, té, un barilotto di whisky... oltre agli attrezzi da lavoro e al fucile di papà.

AIUTO: GLI INDIANI

Stanotte non ho dormito molto: verso l’una ho sentito spari, grida e il rumore di cavalli al galoppo. Mi sono affacciata dalla tenda: gli indiani! I Pawnee si sono avvicinati silenziosi al nostro accampamento per rubarci il bestiame ma la sentinella li ha visti in tempo e ha sparato. Per fortuna non sono tutti così: molti di loro ci hanno aiutato con le provviste e ci hanno indicato la strada, quando ci siamo persi. Lo stesso, però, non sono più riuscita a chiudere occhio e alle 5.30 mamma mi ha chiamato per colazione: farinata di mais e pancetta. Un’ora dopo abbiamo ripreso il viaggio.

BISONTI

Stanca degli scossoni, scendo dal carro e cammino a piedi nudi nell’erba: immagino di essere nella mia vecchia casa, in piena estate. Lì, però, non ho mai visto i bisonti. Eccoli: un’enorme nuvola di polvere si avvicina e prego che non ci vengano addosso. Li insegue un gruppetto di indiani a cavallo: con una sola freccia riescono a uccidere quegli enormi bestioni, poi fanno a pezzi la preda per ricavarne pelle per vestirsi e fabbricare corde e tende, tendini da trasformare in fili, ossa per creare attrezzi e carne per mangiare. Sarà che non mangio carne fresca da molto tempo, sarà che è mezzogiorno... ma a quel pensiero lo stomaco inizia a brontolare: per fortuna la carovana si sta fermando per una sosta lungo il fiume.

È NATO!

Poco dopo inizia a piovere: raccogliamo tutto in fretta e ci mettiamo di nuovo in marcia. I fulmini illuminano la prateria, i tuoni spaventano i cavalli e il vento strappa il telone del carro. Completamente zuppi troviamo una radura dove riposarci: gli uomini riparano i danni, le donne rammendano le stoffe... e nel frattempo la pioggia finisce. Mamma sta accendendo il fuoco per la cena con lo sterco secco dei bisonti quando la vedo scappare dentro la tenda tenendosi la pancia. Il mio fratellino ha deciso di venir fuori stasera: l’aiutano a nascere alcune donne, perché il medico che viaggia con la carovana è dovuto correre a un altro accampamento, dove due uomini hanno preso il colera.

Tocca a me aiutare Daisy a fare i compiti; poi la metto a letto, controllo le scorte e riordino. Ho appena finito, quando papà si affaccia dentro al carro: «È un maschio» esulta. Ho un fratello! Mi metto a letto serena. A mezzanotte gli uomini di guardia si danno il cambio, ma io non li sento: sto già sognando la nostra nuova casa.