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A spasso nel tempo: 24 ore durante Grande Guerra

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A spasso nel tempo: 24 ore durante Grande Guerra
Giovanni Garattoni

Una giornata tipo della Prima guerra mondiale. Ecco come la viveva un piccolo italiano, Giovanni, un bambino di otto anni

Ciao ragazzi, vi racconto come si viveva durante la Grande Guerra.

Anche se tutto intorno a me era triste, quando potevo, giocavo in strada. «Giovanni, smettila di saltare la corda o finirai per consumare tutta la suola delle scarpe!». Sapevo che mamma prima o poi mi avrebbe detto di fermarmi. Così imbraccio un pezzo di legno e faccio finta che sia il mio fucile: “Pam! Pam!”. Un nemico è morto. “Pam! Pam!”. Anche il secondo... «Giovanni!!». Sbuffo: oggi è domenica, ma mamma, che sta stendendo i panni al sole, è tanto che non sorride più, anche quando è festa. È molto nervosa da quando, dopo papà e zio Gianni, anche mio fratello Mario è dovuto partire per la Grande guerra. È successo pochi mesi fa, a maggio: Mario era uno dei “ragazzi del ’99”, li hanno chiamati così quelli come lui, che hanno compiuto 18 anni nel 1917.

SPARI, SANGUE, TOPI E PIDOCCHI

Intanto però l’hanno chiamato a combattere per la Grande Guerra a maggio, quando ancora i 18 anni non li aveva compiuti. Dice mamma che adesso sta sul Piave, al fronte: è arrivato lì dopo che gli austriaci hanno sconfitto le nostre truppe a Caporetto il 24 ottobre e ci ha già scritto una lettera. Dice che si è abituato al rumore degli spari e alle grida di chi è ferito, ma proprio non sopporta i topi, i pidocchi e il fango che gli entra nelle scarpe e sotto i vestiti. Io non ho paura né dei topi, né dei pidocchi e spero che la guerra duri almeno altri 10 anni, così anch’io potrò andare sul fronte a fare l’eroe.

AL LAVORO A 12 ANNI

Per ora invece mi tocca stare qui a Padova: una noia, soprattutto da quando il mio secondo fratello, Paolo, ha compiuto 12 anni. Mamma gli ha par lato con dolcezza, dicendogli che era diventato troppo grande e che lo Stato non mandava più i soldi del sussidio per lui: la mattina dopo Paolo ha cominciato a lavorare in fabbrica. Produce munizioni per almeno 10 ore al giorno ma, ieri sera, prima di dormire, mi ha confessato che preferirebbe essere spedito nei cantieri sulle retrovie, a costruire trincee come molti dei suoi amici. Durante la settimana anche mamma lavora in un laboratorio dove cuce divise militari.

LEZIONE DI TRINCEE

Mi piace la scuola, perché posso stare con altri bambini: la maestra ci legge spesso gli articoli del Corriere, che raccontano cosa succede al fronte e ci spiega il significato delle parole difficili. Ma a volte si interrompe e comincia a piangere, così noi non sappiamo come finisce l’articolo. Se volete, però, posso recitarvi a memoria tutti i Comuni conquistati dal nemico dall’inizio della guerra o magari i nomi dei fiumi del Carso: ce li hanno insegnati durante l’ora di geografia. La lezione che preferisco però è quella di scienze: ho imparato come si costruiscono le trincee, i reticolati e i camminamenti, anche se, a essere sincero, un po’ mi spaventano le armi, le bombe e i gas asfissianti di cui ci hanno parlato un giorno.

PANCIA VUOTA

Mi spaventano perché mi ricordano il bombardamento che c’è stato l’anno scorso: cerco sempre di non pensarci, ma ricordo ancora molto bene il rumore degli aerei, il fischio seguito dall’esplosione fortissima... certo ero piccolo allora, avevo sette anni: adesso che ne ho otto sono molto più coraggioso! E poi di case distrutte ormai ne ho viste parecchie, anche sui giornali della maestra. Io comunque preferisco il Corriere dei Piccoli. Da quando papà è partito riguardo solo i miei vecchi numeri: anche se li conosco a memoria, mi piacciono lo stesso perché mi distraggono quando mi viene tanta fame e mamma non ha nulla da darmi. Più di ogni altra cosa mi manca il sapore dello zucchero: è dal mio ultimo compleanno che non ne mangio. A volte la notte sogno papà che torna dalla Grande  guerra. Sono sicuro che quando arriverà, mi porterà un regalo: una zolletta di zucchero tutta per me.