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24 ore nelle Repubbliche Marinare: come si viveva a Pisa?

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24 ore nelle Repubbliche Marinare: come si viveva a Pisa?
Giovanni Garattoni

A spasso per la Pisa del XII con Leonardo, figlio di un ricco mercante, in procinto di raggiungere il padre in Nordafrica. A quei tempi Pisa era una potenza marittima nel Mediterraneo, allora il mare più importante del mondo, insieme a Genova, Amalfi e Venezia.

A Pisa, nel quartiere di Chinzica, sulla riva sinistra dell’Arno, la gente è già al lavoro quando esco di casa alle sei e mezza: gli artigiani stanno aprendo le loro botteghe, i mercanti si avviano verso il fiume, i contadini cominciano ad arrivare sui loro carri dalle campagne; mendicanti e predicatori cercano l’attenzione dei passanti, le donne si accalcano intorno alle fontane pubbliche per prendere l’acqua.

PISA

La città è molto animata: non che succeda niente di particolare oggi, ma siamo alla fine del XII secolo e Pisa è una città importante, con i suoi diecimila abitanti, le colonie, i privilegi portuali e i propri mercanti su tutte le sponde del Mediterraneo. Sono fiero di essere nato qui!

Le campane della chiesa di Santa Cristina, di fronte a casa mia, hanno suonato mezz’ora fa: mi sono infilato la veste corta sulla camicia di cotone, le brache di tela e, sopra, i pantaloni più pesanti. Con i calzari ancora in mano, ho fatto di corsa le scale di legno che dalle stanze del piano superiore portano in cucina: mia madre, che ha già acceso il fuoco, ha insistito perché mi lavassi mani e faccia nel catino. Poi mi ha dato due fette di pane scuro e mi ha lasciato libero di uscire: devo comprare un paio di suole di riserva, da portare con me quando partirò, domani; ma soprattutto voglio godermi quest’ultimo giorno in città.

CHE FORTUNA ANDARE A SCUOLA!

Sono fortunato: mio padre è un mercante, la mia famiglia è ricca e viviamo in una casa a tre piani, in un bel quartiere. Ho anche potuto studiare: tra i 10 e i 12 anni ho frequentato la scuola della cattedrale di Pisa, poi ho lavorato come apprendista per il contabile di un fondaco, un edificio commerciale dove i mercanti fanno affari e i contabili tengono i registri dei conti. Non è un lavoro facile, anche perché bisogna imparare a usare l’abaco.

Sapete cos’è? È una tavoletta divisa in sette righe orizzontali, ognuna destinata ai denari, alle lire e ai loro sottomultipli, e serve a fare i calcoli. Ma è inutile che vi spieghi come funziona: il meccanismo è troppo complesso. E noiosissimo! Perciò potete capire quanto sia contento di partire: ora che ho 15 anni, mio padre, che si trova in Africa settentrionale come rappresentante della dogana, vuole che lo raggiunga lì, per frequentare la famosa scuola araba di calcolo.

PORTO SUL FIUME

Eh, il richiamo dell’acqua: camminando a casaccio sono finito sulle banchine dell’Arno, nel porto fluviale cittadino, dove attraccano le imbarcazioni più piccole. «Leonardo!» mi saluta uno dei funzionari doganali che conosce mio padre. Gli sorrido. Accanto a lui un mercante contratta il prezzo di alcune merci, mentre gli scrivani e i cambusieri registrano il carico delle navi in lunghi elenchi.

TORTURA

Ho saltato la seconda colazione, quella delle nove, e a mezzogiorno ho già una gran fame: mi fermo in un’osteria, a mangiare una zuppa di legumi con lardo e pane. Poi mi dirigo verso la bottega del calzolaio. Taglio attraverso i vicoli, stando attento a evitare il contenuto dei vasi da notte che la gente ha svuotato dalla finestra, ma quando sbuco sulla piazza mi trovo davanti, con orrore, la pubblica tortura di un ladro: l’hanno messo alla gogna, lo hanno frustato e ora gli stanno marchiando a fuoco le guance.

Cercando di non guardare, compro le suole e al calar del sole sono di nuovo a casa. Mia madre, al lume di candela, è china sul mantello in feltro che indosserò durante il viaggio: sta cucendo, al suo interno, l’immagine di San Cristoforo, protettore dei traghettatori, dei viaggiatori e dei mercanti. Mi guarda e mi sorride con le lacrime agli occhi. A mezzanotte, quando i monaci si levano per suonare le campane, sto già dormendo sereno.

A partire dall’XI secolo, le città portuali di Venezia, Pisa, Genova e Amalfi (oltre alle più piccole Ancona, Gaeta, Noli e Ragusa) diventarono particolarmente ricche e importanti grazie ai loro commerci. Oggi le conosciamo col nome di Repubbliche Marinare, ma tra di loro non si chiamavano così: furono gli storici dell’Ottocento a definirle in questo modo.

4+4 CITTÀ-STATO SEMPRE IN LITE

Cos’avevano di particolare rispetto agli altri centri d’Italia?Innanzitutto erano città-Stato indipendenti, ognuna aveva una propria moneta accettata in tutto il Mediterraneo, una propria flotta e proprie leggi marittime, consoli e fondachi (magazzini e alloggi per i mercanti) nei porti del Mediterraneo e delle città straniere.

Ebbero enorme importanza nel Medioevo, perché con le loro navi trasportarono dalle lontane terre d’Oriente e del Nordafrica merci preziose altrimenti introvabili, come spezie, profumi e tessuti, mentre sulle coste italiane imbarcarono gli eserciti cristiani impegnati nelle crociate in Terra Santa. Ma non andarono mai molto d’accordo fra loro e spesso si scontrarono per motivi economici.