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La violenza di genere secondo le adolescenti (coi consigli dell’esperto)

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La violenza di genere secondo le adolescenti (coi consigli dell’esperto)
Mondadori Media ©️ realizzata con AI

Un'indagine svela che l'81% delle ragazze tra i 12 e i 20 anni ritiene che la violenza di genere sia un problema culturale dovuto a una società in cui l'uomo, da sempre, domina la donna. Come si fa a invertire la rotta?

Ti sarà capitato sicuramente di sentir parlare di violenza di genere. A scuola, in famiglia, in tv e magari sui social: è un tema molto discusso e che ti coinvolge direttamente perché, in quanto parte della nuova generazione, hai il potere di cambiare le cose. Un’inchiesta ha infatti dimostrato che l’83% delle adolescenti italiane pensa che la violenza di genere sia causata dal contesto culturale. Ma cosa significa?

Cosa significa violenza di genere

Iniziamo con le basi: magari ne hai sentito parlare tante volte ma nessuno ti ha mai dato una definizione di violenza di genere. Proviamo ad aiutarti noi: la violenza di genere è quella che si scatena, appunto per motivi di genere. Cioè quando una donna, un uomo o una persona LGBT+ subisce violenza a causa del suo genere o del suo orientamento sessuale. Essendo le donne le vittime principali di violenza di genere, ormai violenza di genere e violenza sulle donne sono espressioni che si usano per indicare lo stesso concetto.

Secondo il Ministero dell’Interno, “è 'violenza contro le donne' ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l'art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne”.

Violenza di genere e mentalità sessista

Webboh Lab, che si occupa proprio di indagare ragazze e ragazzi della Generazione Z, ha condotto una instant survey nella Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2023 (il 25 novembre). Cioè ha intervistato ben 8.000 ragazze di età compresa tra i 12 e i 20 anni per capire cosa pensano della violenza di genere.

Ebbene, secondo il 71% di queste giovani donne, la causa della violenza di genere e quindi della violenza sulle donne è da imputare alla cultura della dominanza dell’uomo e alla mentalità sessista. E ancora una volta, cosa significa? Che secondo loro, la violenza contro le donne esiste ed esisterà finche ci sarà disparità di genere, sul lavoro, in politica, a livello decisionale, in famiglia.

Chi commette violenza non è un “mostro”

Sempre secondo le giovani intervistate, i comportamenti violenti degli uomini nei confronti delle donne non sono dovuti a stress o problemi psicologici, ma piuttosto da una cultura che da secoli normalizza il potere dell’uomo nei confronti della donna. Basti pensare che, fino a poco tempo fa, le donne non potevano votare, avere un proprio conto corrente, nemmeno avere una vera giustizia in caso di violenza acclarata. Gli uomini avrebbero quindi un ruolo dominante che difficilmente mettono in discussione, perché fonte di privilegio, e negherebbero quindi qualsiasi forma di responsabilità rispetto alla violenza di genere.

Come si riconosce un uomo violento?

Se è vero che non tutti gli uomini sono violenti, è anche vero che la violenza non è soltanto quella fisica: può essere verbale, psicologica, professionale. E questo si verifica molto spesso. Le ragazze interpellate da Webboh Lab hanno individuato infatti almeno cinque profili di uomo violento:

  • L’uomo che si auto assolve (43%), giustificando continuamente i propri comportamenti violenti (c’è sempre un motivo per farlo)
  • L’uomo di tipo medievale (19%), cioè colui che ha un legame molto forte coi ruoli di genere, anche nelle dinamiche familiari (la cosiddetta famiglia patriarcale)
  • L’uomo che tende ad amplificare la violenza raccontata dalle notizie di cronaca (17%)
  • L’uomo che lotta contro lo stress personale e la pressione familiare (12%)
  • L’uomo deresponsabilizzato (9%), che imputa la sua violenza agli squilibri di potere e ai ruoli di genere

Come si fa a combattere la violenza di genere?

Tra le opzioni per combattere la violenza di genere proposte dalle ragazze intervistate in occasione del 25 novembre ci sono l’educazione affettiva, il percorso psicologico, le attività di sensibilizzazione e l’adozione di misure più restrittive rispetto alle attuali già ai primi segnali di aggressività. In pratica, bisogna cercare di proteggere ragazze e donne non appena emergono dei segnali preoccupanti – che spesso vengono sottovalutati, come insistenza, “troppo amore”, gelosia – ma al tempo stesso bisogna educare i maschi, soprattutto i giovani, affinché cambino e smettano di vedere la donna come un oggetto di cui possono fare ciò che vogliono.

Come riconoscere la gelosia “sana” da quella “killer”

Proprio di gelosia, troppo amore, educazione ai sentimenti e alle emozioni parla spesso il dottor Stefano Rossi, psicopedagogista e scrittore, tra i principali esperti italiani quando si parla di adolescenza. Per Rossi, bisogna lavorare su più piani e livelli: con le ragazze e con i ragazzi, ma più generalmente con tutta la società (genitori, amiche, amici, insegnanti), e sia dal punto di vista emotivo che da quello sentimentale. Emozioni e sentimenti sono infatti due aspetti molto diversi di ciò che proviamo:

  • Le emozioni sono biologiche
  • I sentimenti sono invece al confine tra biologia e cultura, e sono quindi anche figli dei significati che ogni cultura ci propone: qual è il significato dell’amore e quali sono i gesti che ci legittimiamo e legittimiamo all’altro/a? Essendo aspetti culturali, l’educazione è fondamentale

Educare ai sentimenti è un processo necessario per vivere in una società in cui ci sia meno violenza e in cui sia donne che uomini possano sentirsi liberi, accolti e non in contrasto tra loro. Per esempio, è importante – secondo Rossi – capire bene quali sono le red flag e come allontanarsene. Questo messaggio è rivolto soprattutto alle ragazze ma può e deve essere colto anche dai genitori, dagli insegnanti, dalle amiche, dagli amici e dai ragazzi stessi.

Parlando di gelosia, per esempio, Rossi ne distingue due tipi: quella custode e quella killer.

La gelosia cosiddetta “custode” è quella che si può definire “sana”. La proviamo tutti quando sentiamo che l’altro si sta disconnettendo perché noi siamo connessi alle persone con cui leghiamo; è delicata e custodisce il rapporto nel rispetto della libertà dell’altro.

La gelosia che invece Rossi definisce “killer” è, usando una metafora, un buco nero, perché mangia la luce dell’altro e lo fa su ben tre livelli:

  • quello della libertà, per cui chi è geloso impone confini ben precisi e limita il movimento dell’altro/a
  • quello della serenità, perché la persona gelosa è paranoica, ossessiva, non si fida
  • quello della violenza, cioè chi è geloso in questi termini è anche violento: ricordati che chi dà una sberla oggi la darà anche domani, e chi non controlla le proprie emozioni e distrugge oggetti per sfogarsi un giorno distruggerà anche te.

È importante – continua Rossi – che di fronte a queste “red flag” le ragazze siano consapevoli che nemmeno la stella più luminosa, intelligente e matura può curare un buco nero. Basta pensare di dover curare un ragazzo troppo geloso, ossessionato, violento. Basta rassicurarsi e giustificarlo: l’unica cosa da fare è scappare a gambe levate, mettersi in salvo, proteggere la propria luce.

Come spiega anche nel suo libro Lezioni d’amore per un figlio, Rossi insiste sul fatto che questa non sia una lezione soltanto per le ragazze. Anche i genitori devono essere in grado di riconoscere i comportamenti sbagliati, la gelosia killer, dei propri figli. Anche un amico o un’amica deve dire a quel compagno che il suo comportamento non è quello giusto. E soprattutto: quando si riconosce questo tipo di gelosia, è fondamentale chiedere aiuto e offrire supporto a chi la prova

Riconoscere le red flag: il primo passo per proteggersi

Questo perché, sottolinea Stefano Rossi, siamo all’interno di una cultura patriarcale, e l’inchiesta di Webboh dimostra che le ragazze ne sono consapevoli. Ma per sganciarci dagli stereotipi di genere è importante che a livello di educazione si faccia apprendimento reciproco.

Se sei una ragazza, consiglia Rossi, impara dai tuoi amici maschi il diritto all’audacia, al coraggio. Impara a occupare gli spazi, a far sentire la tua voce.

Se sei un ragazzo, invece, impara dalle tue amiche la bellezza del prendersi cura dell’altro. Il machismo, la mascolinità tossica, privano l’uomo del diritto a una delle emozioni più importanti, la tristezza.

Gli uomini devono imparare a esprimere le proprie emozioni

Dato che la tristezza è una delle emozioni più importanti, spiega Rossi, è fondamentale che i ragazzi imparino a vivere pienamente, anziché “sopravvivere”. Devono sentirsi in diritto di esprimere le proprie emozioni. Se sei un ragazzo e sei il primo censore di te stesso e pensi di non avere diritto di piangere, non capisci che la tristezza è l’emozione che custodisce la tua sensibilità. Inoltre, la condivisione delle emozioni, quelle piacevoli e quelle meno piacevoli, ci permette di connetterci all’altro in modo più profondo.

Non esistono emozioni buone o cattive: tutte portano con sé un significato e si è capaci di regolarle solo quando si riesce a nominarle.

Se sei un ragazzo e hai paura di apparire “debole” agli occhi della società ricordati una cosa: alle ragazze piacciono i ragazzi che si aprono, parlano di ciò che provano e sentono. Condividere è il miglior modo per entrare in sintonia e legarsi profondamente. Non credere a chi ti dice che piacciono quelli più forti: più forti sono coloro che sanno mostrarsi fragili senza pensare di non piacere più per questo. Le emozioni – conclude Rossi - hanno tutte una natura relazionale, nella condivisione emotiva la gioia e la felicità si moltiplicano, ma anche la tristezza al contrario si depotenzia nel momento in cui posso dividerla con qualcuno che amo e mi ascolta.

A scuola, a casa, ovunque, è fondamentale fare educazione sentimentale, che ci fa riflettere sui significati dei sentimenti e i gesti di cura a essi connessi, ma anche educazione emotiva, che ci aiuta a trasformare i sassi in parole, affinché non si trasformino in pietre da scagliare contro qualcuno.

Per approfondire l’educazione sentimentale, trovi in libreria Lezioni d’amore per un figlio, di Stefano Rossi, edito da Feltrinelli. Per spiegare cos’è l’educazione emotiva Stefano Rossi ha scritto Mio figlio è un casino, sempre edito da Feltrinelli.

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