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Olio di palma sì o no? Il dibattito non si ferma

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Olio di palma sì o no? Il dibattito non si ferma

Dopo l’articolo comparso su Focus Junior 158, alcuni focusini ci hanno scritto per saperne di più sull’olio di palma. Fa male o no alla salute? Nuoce o no  all’ambiente? La risposta è un po’ lunga ma vale la pena leggerla fino in fondo

L’olio di palma è un olio vegetale saturo non idrogenato ricavato dalle palme da olio. È probabilmente l’olio commestibile più prodotto al mondo. È anche un componente importante di molti saponi, prodotti alimentari, polveri detergenti e prodotti per la cura della persona.

Dal frutto si ricava olio solido a temperatura ambiente (anche se con un processo di frazionamento questo si può poi separare in componente liquida e solida).

Generalmente gli oli vegetali sono grassi insaturi, ovvero quelli che fanno aumentare il comunemente detto “colesterolo buono”. I grassi saturi, principalmente grassi animali (come il burro, per intenderci) fanno aumentare invece il cosiddetto “colesterolo cattivo”. L’olio di palma è un grasso saturo, il che lo accomuna, in quanto a effetti sull’organismo, più o meno al burro. L’olio di palma, però, è un grasso non idrogenato.

L’idrogenazione è un processo chimico per cui i grassi liquidi diventano solidi, quindi ad esempio più facilmente stoccabili. I grassi idrogenati vengono purtroppo usati in snack confezionati, sia dolci (come le merendine) che salati (ad esempio le patatine in busta) e si possono ritrovare in gran parte degli alimenti da fast food.

 

È ormai appurato da anni che i grassi idrogenati sono dannosi per la salute: già nel 2002 l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Usa ne ha raccomandato la totale eliminazione dalla dieta. Da allora l’olio di palma ha conosciuto una rapidissima diffusione, in quanto già solido e valida alternativa a tali grassi. 

Riguardo all’olio di palma si è letto di tutto: che causi problemi cardiovascolari, il diabete e addirittura il cancro. In realtà, se consumato in grosse quantità e per lungo tempo, tutto ciò che ingeriamo può portare a problemi di salute, acqua compresa. I grassi vanno ovviamente assunti con moderazione, a maggior ragione se si tratta di grassi saturi.

 

Quale dottore vi consiglierebbe di ingerire dosi illimitate di burro? Nessuno. Ma quanti dottori sentite suggerire l’eliminazione completa del burro dalla dieta quotidiana per evitare il cancro? Eppure il burro contiene il 66%  di acidi grassi saturi, ben più dell’olio di palma (che ne contiene il 52%).

 

L’olio di palma è spesso contenuto negli snack per bambini, e questo può ovviamente portare i genitori a preoccuparsi. Semplicemente non è salutare mangiare quantità eccessive di snack, ma questo è un problema non legato agli ingredienti in se stessi. Quando oggi l’olio di palma viene sostituito dal burro o da altri grassi saturi (quali l’olio di cocco, al giorno d’oggi spesso descritto come toccasana, ma contenente addirittura il 92% di acidi grassi saturi), il problema può semmai solo acuirsi.

E ricordiamo che l’utilizzo dell’olio di palma è cresciuto negli ultimi anni proprio per andare a sostituire i grassi idrogenati, quelli sì dannosi anche in piccole quantità. Purtroppo, oggi l’olio di palma viene spesso sostituito nei principali prodotti in vendita se non ha burro o olio di cocco, da oli vegetali non saturi, ma eccessivamente liquidi e quindi sottoposti a idrogenazione: un esempio su tutti, l’olio di girasole.

 

Uno studio dell’Università di Bari ha messo in collegamento una proteina dannosa per il pancreas con il consumo di acido palmitico nell’insorgenza di un tipo di diabete. L’acido palmitico è sì caratteristico dell’olio di palma, ma è contenuto anche in altri grassi saturi ed è presente in quantità degne di nota anche in formaggi, carne e burro. 

La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità attribuisce all’acido palmitico un “effetto aterogeno ed ipercolesterolemizzante, che incide negativamente sul rischio cardiovascolare”. Gli stessi rischi, però, sono associati anche ad altri acidi contenuti nei grassi saturi.

 

Inoltre, la notizia riguarda uno studio sperimentale condotto in vitro, in cui gli scienziati hanno perfuso cellule di pancreas con del palmitato – che, ricordiamo, non è olio di palma, ma uno dei suoi componenti – e le cellule hanno registrato un danno. Ma questo non significa assolutamente che mangiare l’olio di palma faccia venire il diabete 2, perché una situazione sperimentale come quella, sebbene indicativa, non può essere assolutamente tradotta in un effetto diretto sull’organismo (un sistema molto più complesso da analizzare).

Insomma, come in molte altre situazioni, quello da tenere a mente è che l’utilizzo eccessivo può creare potenziali problemi (come nel caso della carne rossa, altro allarme diffusosi in Italia più che in altri Paesi), e che il singolo nutriente non rovina la salute come succede invece nel caso di un contesto dietetico scorretto. 

Nel febbraio 2016 il Ministero della Salute ha pubblicato online il proprio parere “sulle conseguenze per la salute dell’utilizzo dell’olio di palma come ingrediente alimentare”, basandosi su un documento prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Il ministero scrive: “La letteratura scientifica non riporta l’esistenza di componenti specifiche dell’olio di palma capaci di determinare effetti negativi sulla salute, ma riconduce questi ultimi al suo elevato contenuto di acidi grassi saturi rispetto ad altri grassi alimentari. Evidenze epidemiologiche attribuiscono infatti all’eccesso di acidi grassi saturi nella dieta effetti negativi sulla salute e, in particolare, un aumento del rischio di patologie cardio-vascolari”.

 

L’Istituto Superiore di Sanità conclude dunque che non ci sono evidenze dirette nella letteratura scientifica che l’olio di palma abbia un effetto diverso sul rischio cardiovascolare rispetto agli altri grassi con simile composizione percentuale (se non maggiore) di grassi saturi e mono/poliinsaturi quali, ad esempio, il burro.

Dunque: l’olio di palma è un grasso saturo vegetale, fa forse meno male del burro (ovvero per niente o quasi, se utilizzato con moderazione, un po’ come la maggior parte degli ingredienti), ma nemmeno lontanamente quanto altri grassi trattati chimicamente quali l’olio di girasoli idrogenato. Ecco perché negli ultimi anni era andato a sostituirli in moltissimi prodotti alimentari.

Le critiche all’olio di palma, però, non giungono solo dal punto di vista della salute. Ma anche sul fronte ambientale.

 

Si è detto spesso che l’olio di palma è l’ennesimo prodotto che arricchisce le multinazionali a scapito degli abitanti dell’Indonesia e della Malesia (i maggiori produttori di olio di palma, con una produzione superiore al 90% del totale mondiale). Il fenomeno del land grabbing, ovvero della sottrazione delle terre ai legittimi proprietari da parte delle multinazionali, è però in evoluzione e non esistono monitoraggi e dati complessivi. Esistono soltanto casi studio.

 

L’Indonesia inoltre non è un Paese poverissimo e sfruttabile, ma sta diventando una potenza economica funzionante e in crescita, e le coltivazioni di palma da olio sono uno dei motori di questa espansione. Il fatto che possano esserci dei soprusi da parte di parti economicamente interessate alla produzione non è legato al tipo di coltivazione: la faccenda sarebbe complessa e delicata anche se si trattasse di coltivazioni di caffè, zucchero, girasole, o di qualsiasi altro prodotto coltivato in situazioni prive di legislazione chiara ed equilibrata. È stata inoltre istituita una “tavola rotonda” per controllare e cercare di regolamentare la situazione a livello internazionale e renderla il più sostenibile possibile, la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil). Ad essa hanno aderito diverse aziende accusate dal punto di vista etico, che cercano in questo modo di dimostrare la loro attenzione all’ambiente e ai diritti dei lavoratori.

Sono poi state avanzate preoccupazioni per l’ambiente e l’ecosistema che, secondo alcuni, verrebbe distrutto a ritmi folli e senza nessuna remora. Si è detto che, se si continuasse a questo ritmo, l’intera superficie forestale dell’Indonesia dovrebbe essere rasa al suolo entro pochi anni. Questo non è però vero, poiché se da una parte si assiste a una parziale deforestazione per fare spazio alle coltivazioni di palma da olio, dall’altra questa deforestazione è strettamente controllata: l’Indonesia (al contrario di molti Paesi occidentali, tra cui l’Italia) è sempre stata ligia al rispetto degli accordi internazionali, con i quali ha garantito il mantenimento della superficie verde originale al di sopra del 50%.

In parte ovviamente la superficie di foresta originale si sta riducendo, ma dovremmo chiederci quale diritto abbiamo per giudicare se sia più importante arrestare tale diminuzione piuttosto che far decollare l’economia di un Paese che è sempre stato considerato “terzo mondo” e che sta cercando di svilupparsi grazie a queste coltivazioni.

 

Le specie animali che si vogliono giustamente proteggere saranno comunque protette, in quanto il loro habitat non verrà catastroficamente distrutto come predetto da alcune associazioni animaliste occidentali (presentando resoconti fotografici spesso legati ad altri eventi e presentati invece come collegati all’olio di palma). Se poi tale habitat verrà ridotto, possiamo solo augurarci che le nostre preoccupazioni vengano condivise anche dagli abitanti indonesiani, nel momento in cui riusciranno a sopravvivere dignitosamente.

Le domande che bisognerebbe porsi sono:
1) perché in Italia e in Europa abbiamo sviluppato l’economia a scapito della superficie verde che ricopriva le aree destinate, nelle ultime decine o centinaia di anni, alle coltivazioni tipiche delle nostre economie, mentre quando cercano di farlo economie emergenti questa pratica viene demonizzata? 
2) chi condanna la coltivazione della palma da olio ha sotto mano dati che permettano di considerare l’olio di palma meno sostenibile da un punto di vista ambientale, rispetto agli oli vegetali di cui si auspica la coltivazione al suo posto?

Perché il rapporto tra il terreno coltivato e la resa del prodotto è di svariate volte migliore nel caso della palma da olio rispetto a praticamente tutti gli altri oli vegetali disponibili per l’industria alimentare. Un ettaro di palme da olio produce 7-8 volte l’olio che produce un ettaro di girasoli. Questo vuol dire che se l’industria fosse costretta a sostituire l’olio di palma con altri oli vegetali, dovremmo destinare alla produzione di olio molta più terra coltivabile, a parità di domanda. E la superficie coltivabile, quando aumenta, lo fa necessariamente a scapito degli ecosistemi naturali, foreste comprese. Inoltre la coltivazione della palma da olio richiede meno acqua, pesticidi, fertilizzanti, carburante ed energia rispetto alle alternative, ed è enormemente più produttiva. 

Ma c’è un modo per sapere se un’azienda (e dunque i suoi prodotti) usa olio di palma coltivato in modo sostenibile, cioè nel rispetto delle regole per la deforestazione? 
WWF International e Greenpeace International si occupano da tempo dell’olio di palma e degli effetti sull’ambiente. Ed entrambe hanno stilato una pagella dei buoni e dei cattivi. 

In questa pagina del WWF International potete inserire il nome dell'azienda che vi interessa e saprete se sta usando olio di palma sostenibile. 

Ecco anche il comunicato di sintesi in italiano

 

Sul sito di Greenpeace International a settembre 2016 è stato invece pubblicato un documento sull’olio di palma, la deforestazione e il rispetto degli impegni da parte delle aziende.

Ecco il documento di sintesi in italiano

 

Andate a farvi un giro, potreste avere delle sorprese!

 

Questo ovviamente non dovrebbe garantire all’olio di palma un trattamento di favore, ma nemmeno ostacoli: quando si parla di sostenibilità, questi sono fatti che andrebbero tenuti in considerazione. La deforestazione purtroppo esiste e sarebbe bellissimo se non ce ne fosse bisogno, ma spesso le alternative sono ancora meno sostenibili.