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Uomini-pesce: leggende o realtà?

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Uomini-pesce: leggende o realtà?
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Gli esseri umani possono modificare il loro corpo per poter vivere sott'acqua? La tribù dei Bajau Laut sembra esserci riuscita. Tra leggende e fatti reali, scopriamo tutto sugli uomini-pesce

  • Esistono gli Uomini-Pesce?
  • Nicola, per tutti Colapesce: una leggenda siciliana
  • Leggende simili
  • Gli Uomini-Pesce: dalla Babilonia al resto del mondo
  • Il ragazzo anfibio di Liérganes
  • I Bajau Laut della Malesia, gli Uomini-Pesce asiatici

ESISTONO GLI UOMINI-PESCE?

È possibile che una persona abituata a stare tante ore in mare, o comunque nell'acqua di un fiume o di un lago, possa diventare un pesce? I piccoli appassionati di scienza la considereranno una leggenda, ossia una cosa sicuramente bella da ascoltare e da raccontare, ma che ha solo qualche fondamento nella realtà e non rappresenta la verità. Eppure, nel corso dei secoli, eccezionali scienziati e studiosi hanno trascorso molto tempo a farsi questa domanda; e qualcuno ha persino risposto affermativamente. Scopriamo dunque racconti e fatti reali su questi... Uomini-Pesce!

NICOLA, PER TUTTI COLAPESCE: UNA LEGGENDA SICILIANA

Da oltre tre secoli esiste una leggenda molto famosa che narra di un ragazzo siciliano di nome Nicola ma chiamato Cola, che viveva a Messina. Amava così tanto il mare che se ne stava nell'acqua dalla mattina alla sera. Sua madre si arrabbiava molto e gli urlava sempre di uscire, facendogli capire che non era un pesce ma un essere umano. Ma ogni volta che lei gridava, lui se ne andava sempre più lontano. La mamma non lo sopportava più e lo maledì esprimendo il desiderio che diventasse veramente un pesce. La maledizione funzionò: Cola diventò mezzo uomo e mezzo pesce e non tornò più a riva.

La madre, dal dolore di non vederlo più, morì. Il ragazzo fu chiamato da tutti Cola Pesce (o Colapesce, scritto tutto attaccato), ed il Re di Messina si interessò al suo caso e volle parlare con lui. Mandò un marinaio ad avvertirlo in mare, e Colapesce si diresse al palazzo del monarca. Il Re gli chiese di visitare il fondale del mare di tutta la Sicilia e di ritornare poi a palazzo a dirgli cosa avesse visto. Dopo qualche giorno, Colapesce tornò e raccontò al Re di aver visto in fondo al mare delle montagne e delle valli e pesci di ogni specie; ma che c'era un punto, esattamente vicino al faro, in cui non era riuscito a vedere niente e a trovare il fondo. Il Re gli chiese di andare ancora più giù per sapere su che cosa fosse poggiata Messina, cosa che il ragazzo pesce fece riportando poi al Re che Messina era costruita su uno scoglio che a sua volta poggiava su tre colonne, di cui una sana, una scheggiata e una rotta. Ma il Re non si dava pace e voleva sapere cosa ci fosse sotto il faro. Colapesce ci tornò e neanche stavolta vide il fondo, ma solo un grosso pesce che gli aveva fatto così tanta paura da non voler mai più tornare lì. Per convincerlo, il Re si tolse dal capo la sua corona tempestata di pietre preziose e la gettò in mare dalla cima del faro, dicendo a Cola di andarla a prendere. Colapesce, pur rispondendogli di sì, gli disse che sentiva che questa volta non sarebbe tornato mai più su. Allora chiese al Re di dargli una manata di lenticchie: se queste fossero tornate su da sole, significava che lui non sarebbe tornato. Colapesce si immerse con le lenticchie in mano. Dopo un po', tornarono a galla solo queste. Nessuno ha mai più rivisto il ragazzo, e si dice che sia ancora là sul fondo a sorreggere le colonne danneggiate per non far sprofondare la città di Messina.

Questa leggenda è talmente famosa che uno dei più grandi scrittori italiani di sempre, di nome Italo Calvino, la raccontò nella sua opera Fiabe d'Italia, che è uno di quei libri che dovete leggere assolutamente!

LEGGENDE SIMILI

Sono davvero tante le leggende simili a quella di Colapesce che circolano in Europa da mille anni e un bel po' di esse sono perfino più antiche!

Ce n'è una francese che data del 1100 e racconta, in versi poetici, di un ragazzo-pesce di nome Nichola de Bar. Immediatamente dopo, in Inghilterra, si raccontò di un ragazzo di nome Nicolaus, detto Pipe, che viveva in mare e lì cercava cose preziose. Sempre in Inghilterra si raccontava, più di 800 anni fa, di un certo Nicolaus detto Papa. Una diretta antenata della leggenda di Colapesce data del 1200 e narra proprio di un nuotatore di Messina, di nome Nicola, che viveva in mare. Ci sono altre versioni della leggenda siciliana in cui Colapesce sarebbe tuttora in fondo al mare per reggere la colonna rotta su cui posa Messina. A Napoli esiste una versione simile in cui il ragazzo si chiama Pesce Nicolò.

GLI UOMINI-PESCE: DALLA BABILONIA AL RESTO DEL MONDO

Fin dall'antichità, le leggende sugli uomini-pesce sono state molte e si trovano in differenti civiltà. Nella terra di Sumer, secondo un'antichissima leggenda, vivevano gli Apkallu, sette saggi che erano metà uomini e metà pesci. Discendevano da un essere divino di nome Oannes, che scese sulla terra circa 6.000 anni fa per farci conoscere le arti e le scienze. Oannes arrivò a Babilonia e tutti poterono vedere che aveva la faccia d'uomo in una testa di pesce, una coda lunghissima con gambe e piedi umani.

Altri popoli antichi hanno avuto un Dio-pesce. Fenici, Amorrei, Siri ed Aramei avevano uno stesso Dio-pesce, di nome Dagon (in ebraico, la radice -dag significa pesce). In Cina, il semi-dio iniziatore della civiltà era Fu Hsi, uomo-pesce che avrebbe compilato l'I Ching, il Libro dei mutamenti. La dottrina del mitraismo adottò nei propri rituali un copricapo insolito che ricorda quello degli uomini-pesce assiri; da questo copricapo è nata la mitra, che ancora oggi vediamo sulla testa di certi ecclesiastici.

Abbiamo parlato poco sopra del dio Oannes; questo nome lo abbiamo mutuato dai Greci, visto che i popoli che lo veneravano lo chiamavano Uan. Pensate che dall'altra parte del mondo, nell'America centrale, i Maya veneravano un essere anfibio che chiamavano Uaana, ossia colui che risiede nell'acqua. Nel Mali una tribù di nome Dogon (nome simile a Dagon) adorava un essere superiore di nome Nommo, dal corpo di pesce, che aveva propiziato tutta la loro cultura. A Rodi c'erano i Telchini, dèi anfibi dotati di poteri magici che Zeus cacciò perché avevano mutato il clima.

Che dire dei tritoni e delle sirene, umani dalla vita in su e pesci dalla vita in giù? In Giappone esistevano i Kappas, degli esseri con mani e piedi pinnati, che giunsero dall'Oceano Pacifico per istruire gli uomini, e si venerava Ningyo, un pesce con testa umana. In Polinesia il creatore, di nome Vatea, era mezzo uomo e mezzo delfino. Il fondatore di Atene, Cecrope, aveva il corpo umano e la coda di pesce, così come suo figlio Erittonio. Potremmo proseguire a lungo, ma adesso andiamo a vedere una storia piuttosto...particolare.

IL RAGAZZO ANFIBIO DI LIÉRGANES 

Ma oltre alle leggende ci sono storie o presunte tali, testimoniate da grandi studiosi e persone forse sì un po' pazzoidi, ma non certo bugiarde.

La storia più strana viene dalla Spagna, dalla cittadina di Liérganes, vicino a Bilbao, e data di circa quattro secoli fa. Lì in quella cittadina viveva un ragazzo di nome Francisco de la Vega. Egli era un bravo nuotatore e aveva l'abitudine di tuffarsi nel fiume insieme agli amici. Un giorno, mentre i suoi compagni erano usciti dall'acqua, Francisco non tornò più. Dopo qualche mese i suoi genitori lo dettero per morto. Tuttavia, diversi pescatori videro nuotare un pesce che, in realtà, non era esattamente un pesce, ma sembrava in tutto e per tutto un...uomo.

Le voci di avvistamenti divennero così insistenti e frequenti che molti si interessarono al caso. Nei successivi anni, tutti i pescatori dei dintorni lo videro, descrivendolo sempre con le sembianze di un essere umano, e più precisamente di un giovane. Passava ancora il tempo e continuavano gli avvistamenti, finché un giorno, dopo circa quindici anni che era scomparso, Francisco uscì dall'acqua e andò a trovare la sua famiglia. Diceva pochissime parole e stava per quasi tutto il tempo zitto. Quando i suoi familiari gli davano da mangiare, lui spesso non voleva niente. Nel poco tempo che restò lì, divenne triste, non mangiava, non parlava e si sentiva malinconico. Così, un giorno, decise di tornare in acqua. Non tornò mai più sulla terraferma, anche se sempre, per anni, fu avvistato dai pescatori.

Un grande genio spagnolo dell'epoca, che si chiamava Benito Jeronimo Feijoo, scrisse che era assolutamente possibile che un essere umano, a forza di frequentare gli ambienti marini fin da piccolo, potesse sviluppare sia grandi capacità di nuoto che quella di poter stare per molto tempo sott'acqua. In pratica, egli confermò la possibilità che un umano potesse assumere, con il tempo e adattandosi all'ambiente marino, delle caratteristiche proprie dei pesci.

Ciò che sosteneva Feijoo fu in qualche modo confermato non solo dagli scienziati posteriori, ma da alcune etnie e popolazioni tuttora esistenti che, per adattarsi all'ambiente marino, hanno sviluppato nel tempo caratteristiche diverse dai “normali” esseri umani. Intendiamoci: gli individui di queste popolazioni, come ad esempio i Bajau Laut della Malesia, non sono diventati per metà uomini e per metà pesci, ma possono stare tantissimo tempo sott'acqua senza respirare. L'evoluzione permette ad ogni specie vivente, in realtà, di adattarsi alle condizioni ambientali mutando le caratteristiche genetiche. Non ci credete?

I BAJAU LAUT DELLA MALESIA, GLI UOMINI-PESCE ASIATICI 

I Bajau Laut sono un'etnia che vive nell'area marina che comprende le Filippine, l'Indonesia e la Malesia. Non vivono quasi mai sulla terraferma, ma sulle barche, in palafitte e...in mare. Trascorrono le loro giornate tra un'immersione e l'altra per pescare. Senza usare alcun tipo di attrezzatura, si immergono a decine di metri di profondità e possono stare in apnea per oltre dieci minuti.

La loro natura è talmente straordinaria da essere oggetto di studio di scienziati e ricercatori. Una squadra internazionale di scienziati, coordinata dal Center of Geogenetics dell'Università di Copenaghen, ha analizzato il DNA dei Bajau Laut, scoprendo una mutazione in un gene regolatore dell'ormone T4, che è prodotto dalla ghiandola tiroidea ed è responsabile della velocità con cui il corpo utilizza l'energia disponibile (tasso metabolico). In breve, quest'ormone permette di contrastare le ridotte quantità di ossigeno indotte dalle immersioni. Sono poi stati individuati dei geni che favoriscono l'apporto di ossigeno al cuore, al cervello e ai polmoni e altri che invece impediscono l'accumulo di livelli elevati di anidride carbonica nel sangue.

In media, i Bajau Laut trascorrono circa il 60% della loro vita dentro l'acqua. Hanno inoltre una milza grandissima, simile a quella delle foche e di altri animali marini. In pratica, sono il prodotto di una selezione naturale che li ha plasmati in modo da consentire loro di inabissarsi e trattenere così a lungo il respiro. I membri della popolazione Bajau Laut hanno quindi sviluppato nel tempo adattamenti fisici e genetici per poter vivere la maggior parte del tempo in acqua, per immergersi fino a quasi 80 metri di profondità e trattenere il fiato fino a 13 minuti.

È vero che il record del mondo di apnea è di 18 minuti, ma è stato fatto da una persona che si allena per ottenerlo. Qui parliamo invece di prestazioni quotidiane, della vita di tutti i giorni. In più, senza pinne, né palloncini o pesi. Vivono da secoli in case galleggianti e utilizzano barche di legno tipiche come il perahu, il djenging, il balutu, la lepa, il pilang e la vinta. Già nel 1521, Antonio Pigafetta (che navigava insieme a Magellano) li descrisse dicendo che tale popolazione costruisce le proprie abitazioni in barche e non vive diversamente. Nell'immersione trascorrono in media cinque ore al giorno. Alcuni perforano i propri timpani da giovani per facilitare l'immersione (però ciò provoca in essi, da anziani, la sordità).

I Bajau Laut, i veri uomini-pesce, sono apolidi, cioè non hanno nazionalità né patria. La loro patria è il mare, e il loro nome significa nomadi del mare. Vivono ovviamente di pesca e nei fondali vanno “a caccia” di materiali per poter elaborare il loro artigianato molto apprezzato sulla terraferma. In ogni casa-palafitta o casa-imbarcazione, vive un nucleo familiare. Gli uomini si dedicano alla pesca, mentre le donne si dedicano ai bambini e alla cucina del pesce.