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21 marzo Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

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21 marzo Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

In occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, non dimentichiamo le vittime delle stragi, del terrorismo e del dovere

Vittime delle mafie. Domenico Gabriele, Simonetta Lamberti, Annalisa Durante, Giuseppe Letizia… Forse questi nomi non li hai mai sentiti ma dietro ciascuno di loro c’è una storia che ogni 21 marzo, tutt’Italia ricorda: sono bambini che sono stati ammazzati dalla mafia.

Purtroppo, nel nostro Paese, da decenni conviviamo con questo fenomeno criminale e dal 1961 ad oggi sono morte 1061 persone tra cui 115 ragazzi. La Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia è un modo perché ciascuno di noi non dimentichi le storie di chi ha perso un figlio, una mamma, un papà, un fratello, un amico a causa della criminalità organizzata.

Chi sono le vittime delle mafie?

Alcuni tra loro li avrai sicuramente sentiti nominare come i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ammazzati dalla mafia nei mesi di maggio e luglio del 1992, ma tra le oltre mille persone che sono finite nel mirino della mafia ci sono poliziotti, carabinieri, giudici, preti, sindacalisti, giornalisti, sindaci e anche bambini che magari si sono trovati accanto a un adulto che la criminalità voleva uccidere. Oppure sono finiti vittime nel corso di un attentato o ancora sono stati eliminati per vendetta nei confronti di un loro famigliare. I mafiosi hanno fatto fuori sempre uomini e donne (133) che hanno lottato contro, arrestandoli, denunciandoli, scrivendo articoli contro, difendendo i lavoratori o i ragazzi che altrimenti sarebbero finiti a “lavorare” per la mafia.

Qualche esempio

Pino Puglisi, era un prete che in un quartiere molto povero di Palermo, “Brancaccio”, dove vivevano anche dei mafiosi, aveva deciso di togliere i bambini dalla strada e portarli in oratorio per educarli alla legalità, per fare in modo che andassero a scuola e non finissero a spacciare droga o altro. Don Pino aveva avuto il coraggio di affrontare i mafiosi parlando male di loro anche in Chiesa: è stato ucciso il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno.

Giuseppe Impastato, era un ragazzo di Cinisi, un paese vicino a Palermo, cresciuto in una famiglia dove il papà (solo lui, non la madre) era mafioso. Peppino, come lo chiamavano tutti, aveva, tuttavia, deciso, di lottare contro il “capo” della mafia che viveva a cento passi da casa sua. Lo aveva fatto scrivendo un giornale, realizzando una radio dove lo prendeva in giro, usando l’ironia. Anche Peppino è stato ammazzato nel 1978, a trent’anni.

Tra i bambini, invece, ci sono tra i tanti, Michele Fazio, un 15enne di Bari che è stato colpito da un proiettile mentre rientrava a casa dal lavoro; Simonetta Lamberti, morta mentre viaggiava in auto con il papà magistrato, vero obiettivo dei criminali; Giuseppe Di Matteo, figlio di un mafioso che si è pentito; per vendicarsi della scelta del padre, lo avevano sequestrato, imprigionato, strangolato e sciolto nell’acido nel 1996.

Che cos’è la mafia?

So che ti starai chiedendo: ma chi sono? Dove sono queste persone così cattive? Ci sono anche nella mia città?
La mafia è nata in Sicilia ma purtroppo adesso è in tutto il mondo, non solo in tutt’Italia. È un’organizzazione di criminali che si espande dove c’è la possibilità di fare soldi ed è fatta da persone che hanno un solo obiettivo: arricchirsi ed esercitare potere per raggiungere questo scopo. Per diventare ricchi son pronti a tutto, a commettere reati (spacciare droga, armi, sequestrare persone ecc), a corrompere (dare dei soldi ai politici per avere in cambio dei favori come la possibilità di realizzare una strada, una scuola o altro), cercare complicità. La loro finalità non è sparare ma uccidono quando altri modi non hanno funzionato oppure quando qualcuno gli impedisce di fare il loro sporco “lavoro”.

È il caso di Falcone e Borsellino che con altri magistrati avevano arrestato più di trecento mafiosi: per fermarli li hanno eliminati. Usano la violenza anche per ottenere ciò che vogliono. In alcune città, ad esempio, chiedono ai commercianti il “pizzo” ovvero dei soldi che i negozianti sono costretti a dare ai mafiosi. Sono denari che la mafia usa per sostenere le famiglie dei loro sodali che si trovano in carcere. Quando un commerciante si oppone a questa specie di “tassa” illegale, allora prima gli mettono la colla nella toppa della porta del negozio per intimorirlo, poi, magari, glielo bruciano oppure arrivano al punto di ammazzarlo. Libero Grassi era un imprenditore che a Palermo aveva detto no al “pizzo”, l’hanno ucciso nel 1991. La mafia è organizzata in specie di “gruppi” nati in regioni diverse: Cosa Nostra, in Sicilia; la ‘Ndrangheta in Calabria; la Camorra in Campania, la Sacra Corona Unita in Puglia. Queste “società” oggi hanno messo gli occhi su tutte le regioni d’Italia e in tutto il mondo.

Ma la mafia può essere sconfitta?

Certo che sì! In parte è già stata sconfitta nel corso di questi anni. La morte di tutte queste persone ha scosso gli italiani che dal 1992 ad oggi hanno iniziato a organizzare una vera e propria lotta alla mafia. Ora non solo i magistrati lavorano per indagare, scoprire e arrestare queste bande criminali ma ci sono anche associazioni che aiutano chi è vittima dei mafiosi a denunciare.

A Palermo è nata da anni “Addio pizzo”, una realtà che affianca i commercianti e che li sostiene a dire di no a questa vergognosa “tassa” imposta da Cosa Nostra. Nel 1982 il Parlamento, dopo l’omicidio di Pio La Torre (un politico ideatore di queste nuove norme) ha approvato una Legge che permette allo Stato di sequestrare i beni (case, terreni, macchine ecc.) dei mafiosi. Non solo.

Negli anni Novanta, dopo la stagione delle stragi di mafia, si è diffusa l'idea di restituire alla comunità le ricchezze accumulate illecitamente dalle mafie. “Le mafie restituiscono il maltolto” è stato il nome della campagna avviata dall’associazione Libera con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme per giungere ad una rapida confisca dei patrimoni mafiosi. E così oggi in ogni regione d’Italia, ci sono ville, appartamenti, aziende tolte ai mafiosi e donate alle associazioni, ai cittadini, ai Comuni.

Nel 1995 da un’idea di un prete, don Luigi Ciotti, è nata “Libera” una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie, gruppi scout, coinvolti in un impegno “contro” le mafie, la corruzione, i fenomeni di criminalità. Per arrivare a sconfiggere totalmente la mafia serve l’impegno di ciascuno di noi.

Cos’è la Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie?

Ogni anno, il 21 marzo, primo giorno di primavera, Libera promuove la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Dal 1996, ogni anno, in una città diversa, un lungo elenco di nomi scandisce la memoria che si fa impegno quotidiano. Vengono recitati i nomi e i cognomi come un interminabile rosario civile, per farli vivere ancora, per non farli morire mai. Quest’anno la manifestazione si terrà a Roma. Il primo marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di Legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Com’è nata questa iniziativa?

Grazie a due mamme di ragazzi uccisi dalla mafia. Saveria era la madre di Roberto, un poliziotto che aveva scortato, per amore e per dovere, nel suo ultimo giorno di vita un altro poliziotto, Ninni Cassarà. Saveria suggerì di raccogliere tutti nomi delle vittime, anche le più sconosciute. Un’altra madre avvalorò l’impegno della memoria: Carmela, la mamma di Antonio Montinaro, ucciso con Giovanni Falcone, di cui era il caposcorta. Nel corso di una funzione religiosa in ricordo della strage di Capaci, don Luigi Ciotti la incontrò e ne accolse il dolore e la preoccupazione perché il nome di suo figlio, come degli altri agenti della scorta, non veniva mai pronunciato.

Cosa possiamo fare noi per le vittime delle mafie

Vi propiniamo due iniziative da attuare nella vostra scuola o nella vostra città.

La prima: ogni classe o ciascuno studente può adottare il nome di una vittima di mafia, conoscere la sua storia e fare un cartellone da appendere ai cancelli della scuola o in giro per il quartiere in modo che altre persone, anche le più indifferenti, il 21 marzo facciano memoria. Potete trovare i nomi e il racconto della vita di tutte le vittime qui.

La seconda: in ogni città o paese c’è un parco, una strada, una piazza, un largo che non ha un nome. Provate a “mappare” il luogo dove vivete. Potete proporre al sindaco, facendo una lettera, d’intitolare questo posto ad una vittima della mafia in modo che chi passerà di lì potrà chiedersi chi era e non dimenticare.

Bibliografia

“Cos’è la mafia” di Adriana Saieva (Buk Buk editore)
“La giornata contro le mafie” Edizioni El
“La classe dei banchi vuoti” di don Luigi Ciotti (Edizioni Gruppo Abele)
“Paolo sono” di Alex Corlazzoli (Giunti)
“Un prete contro la mafia” di Danilo Procaccianti (DeAgostini)
“Non ci avete fatto niente” di Tina Montinaro (DeAgostini)
“Non chiamateli eroi” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso

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