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Michele Bravi racconta la sua musica

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Dopo il Festival di Sanremo, dove si è piazzato al quarto posto, Michele Bravi racconta il nuovo album.

 

Siamo tutti anime di carta. Con queste parole Michele Bravi, ventidue anni, cantautore, ha aperto la conferenza stampa che si è tenuta ieri sera (22 febbraio) a Milano, all’ultimo piano di un palazzo con vista mozzafiato sullo skyline milanese; eppure, tutti gli occhi erano rivolti su di lui. Un ragazzo alto, moro e sorridente che da dietro un tavolo si è raccontato perché per lui, come ha spiegato, parlare del suo disco significa parlare di se stesso.

 

Anime di carta il nuovo album di inediti, in uscita il 24 febbraio,  ha alle spalle tre anni di lavoro e un percorso travagliato: di musica, di amore, di vita. Le tredici tracce del disco non sono che una selezione dei più di sessanta brani composti dopo l’uscita di A passi piccoli, il suo primo album, pubblicato nel 2014. Due date italiane sono già state fissate, ma quella di un tour non sembra una falsa speranza.

 

Racconto la parte più intima di me

 

Dopo la vittoria di X-Factor del 2013 Michele si è fatto conoscere sul web attraverso i suoi video, ma oggi ha messo a nudo una nuova parte di sé: sostiene di aver perso l’energia del ragazzo di allora e di aver scoperto in sé una nuova fragilità, la stessa fragilità che gli ha dato la forza di parlare, attraverso la musica, delle sue esperienze più intime. È per questo che si definisce “presuntuoso”: ha trovato il coraggio di condividere la parte scritta del foglio di carta, quella che teniamo per noi, superando la barriera della pagina bianca dietro cui spesso ci nascondiamo dalla realtà e dagli altri.

Non ho filtri

 

Alla fine dell’incontro si è esibito dal vivo cantando alcune nuove canzoni, tra cui Diamante, e ne ha approfittato per definire così il disco: ci piace pensare di essere indistruttibili, senza renderci conto che sono molte le cose che possono scalfirci. Nel 2015 era uscito un EP, I hate music, di sole tracce in inglese. Non rinnega quello che ha scritto in passato, ma con uno sguardo nuovo Michele si è reso conto che usare una lingua diversa dalla propria è solo un modo per nascondere qualcosa, per imporsi dei filtri. L’obbiettivo che ha adesso è un altro: “penso in italiano”, ha affermato, e per parlare di sé ha scelto di usare la sua lingua – quasi sempre. Non è un caso che le due uniche tracce in inglese del nuovo disco, Shiver e Bones, si trovino immediatamente dopo Pausa: un’esitazione, come l’ha definita il cantante. È un’impronta personale che Michele vuole lasciare, ed è questo a rendere difficile il suo rapporto con gli autori: il suo modo di fare musica non è meccanico, artefatto.

 

Voglio testi su misura per me

 

È la ricerca della spontaneità a indurlo a non accettare testi preconfezionati, ma prima di rendersi interprete di una canzone ha bisogno di sentire che è stata scritta su di lui. Porta l’esempio de Il diario degli errori: è stata scritta da un’autrice che lo conosceva bene e che è stata capace di usare le stesse parole che avrebbe usato lui, e anzi di spiegargli qualcosa di sé che nemmeno lui aveva capito. E poi, «non si può dire di no a un’amica», conclude. Per lo stesso motivo, si dichiara incapace di scrivere solo testo o solo melodia, perché non si reputa né un letterato né un compositore. L’impressione che se ne ha è però quella di una persona semplice, che ha lottato per raggiungere un risultato e che comunque non si considera a un punto di arrivo, ma che è sempre pronta a mettersi e a farsi mettere in discussione. Ed è proprio questa la speranza che nutre in merito al suo nuovo disco: si aspetta un riscontro positivo da parte di chi la pensa come lui e si sente rappresentato dalle sue canzoni, ma forse ancora di più desidera che ad arrivare siano voci contrastanti, pareri e opinioni di chi non ha capito il suo messaggio, e a queste persone sembra non veder l’ora di dare spiegazioni.

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Adesso posso esprimere me stesso

 

Michele cerca il confronto, ma allo stesso tempo è convinto di quello che fa: non è disposto ad accettare i suggerimenti di chi gli dice che avrebbe dovuto fare diversamente, perché finalmente può esprimersi in modo libero, può permettersi di fare le sue scelte e presentarsi per quello che è, e di questa nuova conquista personale e professionale non può che essere geloso. Quello che racconta è un passato faticoso e dichiara di saperlo affrontare con una nuova consapevolezza, di saper guardare ai propri trascorsi con la maturità acquisita in questi anni, ma nel farlo si commuove, scusandosi per la propria emotività: sta cercando di voltare una pagina che l’ha messo a dura prova.

 

Mi sono rimesso in gioco

 

Il primo amore, l’esperienza che sta alla base di questo nuovo disco, ritorna spesso nei suoi testi quando si parla di fatica e di sofferenza, ma immagina che per tutti sia stata dura. «E se per qualcuno non lo è stato» aggiunge, «beato lui». Eppure, è stato proprio l’amore a dargli la spinta per rimettersi in gioco e a permettergli di trasformare la sua storia in un progetto costruttivo. Non è stato però questo l’unico momento buio per Michele: senza mezzi termini, si scaglia contro il mondo discografico, che sembrava avergli chiuso le porte in faccia. È ancora con rabbia che racconta come abbiano deciso di non rinnovare il contratto a un ragazzo di diciannove anni, appena emerso grazie a un talent, con sogni e speranze da realizzare: «hanno detto che ero morto». Quello che denuncia non è tanto la selettività di un settore che deve fare le sue scelte, che anche allora Michele era in grado di comprendere, quanto la brutalità del trattamento che ha ricevuto.

 

Un successo a Sanremo

 

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Non c’è dubbio che sia riuscito a dimostrare loro il contrario: salito sul palco del Festival della canzone italiana come un nome sconosciuto a molti, ha conquistato il pubblico con la canzone Il diario degli errori.

Lo fermano per strada per fargli i complimenti e per dirgli “questa canzone parla di me”, racconta. Non è un caso che i sondaggi fossero tutti a suo favore, e che anzi spesso fosse stato pronosticato come vincitore. Uno degli artisti più giovani sul palco di Sanremo è comunque riuscito a lasciare l’Ariston classificandosi al quarto posto: «La mia non è falsa modestia, ma il merito è della canzone». Un grande esempio di understatement, nonostante molti abbiano riconosciuto proprio nella sua interpretazione l’arma vincente.

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