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Le venti regole di S.S. Van Dine per scrivere un romanzo giallo

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Vi piacerebbe scrivere un romanzo ma non sapete da dove iniziare? Seguite le 20 regole di un grande scrittore di romanzi gialli.

Vuoi scrivere un romanzo giallo?

Leggi Venti regole per scrivere romanzi polizieschi scritte da S.S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright), lo scrittore del primo romanzo giallo pubblicato in Italia, in un articolo apparso su The American Magazine e poi  tradotto in italiano da Thomas Narcejac, nickname di Pierre Ayraud,

 

Una storia poliziesca è una specie di gioco intellettuale. È di più: è uno sport. E per la stesura di storie poliziesche ci sono leggi ben definite - forse non scritte, ma comunque vincolanti; e ogni scrittore di polizieschi che si rispetti dovrebbe seguirle. Ecco quindi una lista di regole, basate in parte sulla pratica di tutti i grandi autori di storie poliziesche e in parte sui suggerimenti della coscienza interiore di chi scrive.
 

   1. Il lettore deve avere pari opportunità del detective per risolvere il mistero. Tutti gli indizi devono essere chiaramente indicati e descritti.

   2. Nessun trucco o inganno volontario possono essere rifilati al lettore se non quelli giocati legittimamente dal criminale stesso.

   3. Non ci deve essere una storia amorosa troppo importante. L'obiettivo finale di un romanzo giallo è assicurare un criminale alla giustizia, non portare una coppia innamorata all'altare.

   4. Il detective stesso, o gli altri investigatori, non dovrebbero mai diventare il colpevole. E' come offrire a qualcuno un centesimo luccicante in cambio di una banconota da cinque dollari. È un inganno al lettore e un pretesto non credibile.

   5. Il colpevole deve essere determinato da deduzioni logiche - non per caso o per coincidenza o confessione improvvisa. Risolvere un problema criminale in questo modo è come mandare il lettore su una falsa pista per poi dirgli, dopo aver fallito, che ha sempre avuto la soluzione sotto al naso. 

   6. Il romanzo poliziesco deve avere un detective; e un detective non è un detective se non risolve il caso. La sua funzione è di raccogliere indizi che alla fine porteranno alla persona che ha commesso il delitto nel primo capitolo; e se il detective non raggiunge le sue conclusioni attraverso un'analisi degli indizi a disposizione, è come se risolvesse il suo problema come fa uno studente che sbircia le soluzioni sul retro del libro.

   7. In un romanzo poliziesco deve esserci sempre un morto, e più è morto, meglio è. Un crimine minore rispetto all'omicidio non va bene. Trecento pagine sono troppo troppe per un crimine diverso dall'omicidio. Dopo tutto, il problema e il dispendio di energia del lettore devono essere ricompensati.

   8. Il problema del crimine deve essere risolto con metodi strettamente logici e reali. Apprendere la verità come tavolette magiche, tarocchi, la telepatia, le sedute spiritiche,  la sfera di cristallo e simili, sono tabù. Un lettore ha una possibilità di risolvere il mistero quando gareggia con un detective razionalista, ma se deve competere con il mondo degli spiriti e andare a caccia della quarta dimensione della metafisica, è sconfitto in partenza.

   9. Ci deve essere solo un detective - cioè il protagonista della deduzione - un deus ex machina. Aggiungere le menti di tre o quattro, o talvolta una banda di detective per risolvere il problema, non solo disperde l'interesse del lettore e rompe il filo diretto della logica, ma crea un vantaggio ingiusto rispetto al lettore. Se c'è più di un detective il lettore non sa chi è il suo "assistente". È come far correre il lettore contro una staffetta.

   10. Il colpevole deve rivelarsi una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, cioè una persona familiare al lettore.

   11. Un maggiordomo non deve essere scelto dall'autore come colpevole.  È una soluzione troppo facile. Il colpevole deve essere una persona decisamente di fiducia- una che normalmente non viene sospettata.

   12. Ci deve essere solo un colpevole, non importa quanti delitti siano commessi. Il colpevole può, naturalmente, avere un aiutante o un complice minore; ma la responsabilità deve poggiare su un solo paio di spalle: la totale indignazione del lettore deve concentrarsi su un solo "uomo nero".

   13. Società segrete, camorra, mafie e simili non devono trovare posto in un romanzo poliziesco. Un omicidio affascinante e veramente bello è irrimediabilmente rovinato da un numero così grande di colpevoli. Di certo anche l'assassino deve avere i suoi vantassi, ma farlo supportare addirittura da una società segreta è troppo. Nessun assassino di alta classe e che si rispetti ne ha bisogno

   14. Il metodo dell'omicidio e i mezzi per rilevarlo devono essere razionali e scientifici. Vale a dire che la pseudo-scienza e i dispositivi puramente immaginativi e speculativi non devono essere utilizzati. Quando un autore passa al regno della fantasia, esce dai limiti della narrativa poliziesca, e salta al genere avventuroso.

   15. La verità del problema deve sempre essere evidente. Con questo intendo che se il lettore, dopo aver letto la spiegazione del crimine, dovesse rileggere il libro, si deve accorgere di aver avuto la soluzione davanti agli occhi - perché tutti gli indizi puntavano davvero sul colpevole - e che, se fosse stato così intelligente come il detective, avrebbe potuto risolvere lui il mistero senza passare al capitolo finale. Che il lettore intelligente risolva spesso il problema è ovvio.

   16. Un romanzo poliziesco non dovrebbe contenere lunghi passaggi descrittivi, attardarsi nel raccontare problemi collaterali, analisi dei personaggi troppo approfondite, descrizioni per creare "atmosfera".  Rallentano l'azione e introducono questioni non pertinenti allo scopo principale, che è quello di indicare un problema, analizzarlo e portarlo a una conclusione positiva. A dire il vero, ci deve essere una descrittività e una delineazione del carattere sufficienti per rendere il romanzo approfondito.

   17. Un criminale professionista non deve mai essere il colpevole, in un romanzo poliziesco. I crimini commessi da ladri di casa e banditi rigurdano i dipartimenti di polizia reali, non i poliziotti dei romanzi. Un crimine davvero affascinante è quello commesso da un uomo di chiesa, o una zitella nota per le sue opere di beneficenza.

   18. Un reato in un romanzo poliziesco non deve mai rivelarsi un incidente o un suicidio. Terminare un'odissea di investigazione con un tale anti-climax significa ingannare il lettore fiducioso.

   19. I moventi per tutti i crimini nelle storie poliziesche dovrebbero essere personali. I progetti internazionali e le politiche di guerra appartengono a una categoria diversa di narrazione, ad esempio ai racconti sui servizi segreti. Ma una storia di omicidio deve  riflettere le esperienze quotidiane del lettore e dargli un certo sfogo per i propri desideri ed emozioni repressi.

   20. Ecco alcuni dei trucchi che nessun scrittore di storie poliziesche che si rispetti può più utilizzare. Sono stati impiegati troppo spesso e sono familiari a tutti i veri amanti del crimine letterario. Usarli rivela l'inettitudine dell'autore e la mancanza di originalità. 
(a) Scoprire l'identità del colpevole confrontando il mozzicone di una sigaretta lasciata sulla scena del crimine con il marchio fumato da un sospetto. 
(b) La falsa seduta spiritica che spaventa il lettore e quindi confessa
(c) Impronte digitali falsificate. 
(d) Un finto alibi. 
(e) Il cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è familiare. 
(f) Il colpevole risulta un gemello, o un sosia del sospetto, che quindi è innocente. 
(g) Siringhe che iniettano veleno o gocce nelle bevande. 
(h) Il delitto commesso in una stanza chiusa a chiave dopo che la polizia vi ha fatto irruzione.
(i) Associazioni di parole che rivelano il colpevole. 
(j) Un codice, o una lettera di codice, che alla fine viene risolta dal detective.

 

 

E ora... provate a scrivere un racconto giallo seguendo queste regole. Poi, naturalmente, inviatelo a focusjunior@focusjunior.it
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