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Gli accordi tra Stati possono cambiare il futuro del Pianeta

Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti: anche chi tendeva a minimizzare il problema, ora che i disastri ambientali si fanno sempre più frequenti e ci toccano da vicino, molte persone si stanno convincendo che è necessario fare qualcosa. Ma l’impegno del singolo non basta: è necessario che i potenti trovino degli accordi (e li facciano rispettare) per ridurre le emissioni e l’inquinamento. Perché quando questo avviene, i risultati si vedono. La prova? Il Protocollo di Montréal ha posticipato di dieci anni la prima, temutissima estate senza ghiacci nell’Artico!

Quando gli accordi funzionano

Il Protocollo di Montréal è stato siglato ormai molti anni fa, nel lontano 1987: è uno strumento del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) che prevedeva l’attuazione della Convenzione di Vienna per preservare l’ozono stratosferico.

A oggi, è stato ratificato da ben 197 paesi, cioè tutti questi Stati si sono impegnati a rispettarne le condizioni. L’obiettivo era contenere i livelli di produzione e consumo di un centinaio di sostanze chimiche dannose per l’ozono. Dato che le promesse sono state rispettate, i progressi sono stati incredibili.

Secondo un rapporto dell’ONU diffuso nel gennaio 2023, il buco nell’ozono potrebbe chiudersi entro il 2040, tornando ai livelli del 1980, e il rinvio della cosiddetta estate senza ghiacci è un’ulteriore conferma della fondamentale importanza del Protocollo di Montréal.

Ancora dieci anni di ghiacci per l’Artico

Visti i risultati ottenuti e secondo le simulazioni condotte dall’Università della California Santa Cruz, dalla Columbia di New York e dall’Università Exeter del Regno Unito (pubblicate sulla Rivista Americana delle Scienze), il Protocollo di Montréal non ha solo preservato l’ozono, ma anche contribuito a rallentare il riscaldamento globale, e quindi lo scioglimento dei ghiacci. La tanto temuta prima estate senza ghiacci nell’Artico è rimandata di almeno una decina di anni, quando invece si attendeva per la metà di questo secolo.

Un effetto secondario che dà speranza

Questo “effetto secondario” del Protocollo di Montréal, dovuto al fatto che le sostanze chimiche ritenute dannose per l’ozono possono avere un impatto sul riscaldamento globale, dimostra una volta di più che se i potenti del mondo si impegnano per stilare accordi e poi rispettarli, un’inversione di rotta può esserci.

Dovrebbe quindi essere così anche per altri accordi, come era il Protocollo di Kyoto, sostituito poi con l’Accordo di Parigi, che prevede la riduzione dei gas serra per contrastare il cambiamento climatico. Nonostante siano ben 195 i paesi firmatari, il suo obiettivo primario, cioè non superare il tetto di aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, sembra essere destinato a fallire.

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