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Racconto: ci sono anch’io

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Ed ecco il suono di quella campanella. Quel suono non lo dimenticherò mai. Cinque anni di scuola preso in giro. Ma non andrà avanti così. No. Sono forte? Non lo so, ma lo diventerò. Cinque anni di scuola in compagnia di quei nomignoli odiosi: ciccione, palla di lardo, maiale… Cinque anni di scuola a braccetto di queste parole. 

Di Sara Dedja

 

Ed ecco il suono di quella campanella. Quel suono non lo dimenticherò mai. Cinque anni di scuola preso in giro. Ma non andrà avanti così. No. Sono forte? Non lo so, ma lo diventerò. Cinque anni di scuola in compagnia di quei nomignoli odiosi: ciccione, palla di lardo, maiale… Cinque anni di scuola a braccetto di queste parole. Ma sì, dicevano di essere i miei migliori amici. Ma sì, saremmo stati insieme per sempre. Ma sì, non ci saremmo mai divisi. Ma sì, cinque anni di pura paura. Sì, lo dico: P-A-U-R-A! Cinque anni con quei maleducati. E ora i tre anni si stavano avvicinando.

 

Mi chiamo Marco. Vi racconto la storia della mia vita. Sono una persona, ma molti non se ne accorgono. Sì, sono una persona! In prima elementare avevo un sacco di amici. Mamma mia quanti amici, fin troppi! Ogni giorno ci incontravamo al parco e giocavamo con le figurine dei Pokemon. Troppo divertente! In seconda eravamo uniti….più o meno. Tutta colpa del nuovo ragazzo. Ma a quel tempo credevo nell’amicizia ed ero abbastanza stupido. Tutta colpa di quel ragazzo che in un certo senso mi rovinò la vita in due anni.Tutti ormai mi avevano preso di mira. Nessuno mi sorrideva più e forse neanche esistevo per loro. Tornavo a casa con mia madre che mi sorrideva pensando che andasse tutto bene, ma non era così. Tornavo a casa con la felicità di un bel dieci nelle verifiche di storia considerate impossibili. Ma soprattutto tornavo a casa ogni giorno con

un livido diverso nascosto sotto i pantaloni. Che vita

ragazzi! Ma sì dai, io credo ancora nell’amicizia. Quell’estate ci furono circa nove compleanni. Io non fui mai invitato. Anche Luigi, il mio “migliore amico” aveva festeggiato senza me.

 

Ora arriviamo al punto. La campanella suonò. Avevo tre anni nuovi davanti a me. Pensare che i “miei migliori amici” erano addirittura finiti in classe con me. E ora si trovavano laggiù, in fondo al cortile. Nessuno mi salutò. Entrai con le gambe tremanti. Mia madre mi guardava da lontano. Povera lei che non sapeva nulla di quei cinque anni di paura. Arrivare ogni giorno al mattino e non avere la soddisfazione di salutare qualcuno. Le mie gambe tremavano davvero molto. La paura stava ritornando? In fondo si trovavano le prof. Mi guardavano come se sapessero già tutto di me. Come se avessi scritto in fronte la mia vita. Ah già, in fronte ho una bella cicatrice. Naturalmente raccontai a mia madre di essermi fatto male cadendo dalle scale. Eppure le prof sembravano simpatiche. E anche la scuola non era niente male. Dai che sarei sopravvissuto a tre anni scuola.

 

Bloccato in bagno. Ore 9.30. Il massimo per un primo giorno di scuola. La chiave era completamente bloccata, non girava più. E poi sentii delle voci. Delle risate. Luigi, era sicuramente lui. Aveva una risata profonda, inconfondibile. Ma io naturalmente continuavo a credere nell’amicizia. Cominciai a ridere anche io e mi sentirono. Si zittirono così all’improvviso appena cominciai a ridere. E’ vietato ridere? Evidentemente sì, nelle loro regole. Poi la luce si spense, così all’improvviso. Ed ecco altre risate. Rimasi solo.

Ore 10.00. Ero finalmente riuscito a uscire scavalcando il muro. E la prof non se ne era addirittura accorta della mia assenza. Mi sedetti al mio banco, proprio davanti a Luigi. Sentì qualcosa cadermi sul collo. Era un bigliettino tutto accartocciato. “Non meriti di vivere” c’era scritto. No, questo era troppo. Io non merito di vivere? No, questo non lo accetto. E arrivò finalmente quel momento che probabilmente qualcuno aspettava. Mi girai

verso Luigi. Sapevo che era stato lui, non c’erano dubbi. Il suo sorrisetto si trasformò in una smorfia quando mi vide avvicinarsi. E fu quel momento che tirai fuori ciò che avevo vissuto in cinque anni. In cinque anni e tre ore e mezza. Cinque anni che sembravano infiniti. Lo abbracciai. Il

silenzio calò nella stanza. Tutti mi guardavano in modo strano. – Eppure esisto, Luigi - gli dissi.

Dopo tutti quei anni finalmente ero riuscito a liberarmi. Luigi era veramente cambiato, tutto grazie a quel abbraccio. Dopo tutti questi anni ero finalmente riuscito a dimostrare che anche io ci sono. A dimostrare di esistere. Ora ho 15 anni e vivo la vita al massimo. Ora credo veramente nell’amicizia.

 

25 SETTEMBRE. Primo giorno di seconda superiore per me e primo giorno di medie per mio fratello Luca. Che tipetto Luca! Frizzante, generoso, divertente, il migliore amico che tutti vorrebbero avere. Purtroppo ha un cromosome in più perciò Luca è down. Ma non mi importa. Lui è speciale.

 

26 SETTEMBRE. Luca ritorna con una cicatrice. Ma scherzate? “Un gruppo di ragazzi cattivi mi ha preso di mira, mi disse quella sera. Mi dicono che sono brutto e strano. Mi chiamano down e mi hanno preso in giro tutto il giorno. Mi hanno rubato la merenda e mi hanno fatto cadere dalle scale. La bidella mi ha curato ma il braccio fa ancora male,” continuò a raccontarmi. Con la sua espressione si capiva tutto. Io capivo tutto perché io stesso avevo vissuto tutto ciò. Anche lui aveva le gambe tremanti. Eravamo seduti sul divano. Luca era sul punto di piangere. Luca era sempre stato amato da tutti per il suo carattere.

“Erano tutti ragazzi più grandi. Erano tutti dei brutti maleducati”, continuò a raccontarmi Luca asciugandosi le lacrime. Mi dispiaceva molto per lui.

 

15 MAGGIO. Luca non ritorna a casa per pranzo, il che mi preoccupa perché era sempre stato puntuale. Andai a cercarlo a scuola e vidi solo un’ambulanza. Il cuore cominciò a battermi molto forte. Cominciai a correre il più velocemente possibile verso gli infermieri e i prof che parlavano nervosamente guardandosi attorno. Un gruppo di ragazzi guardava da lontano. Li conoscevo benissimo. Poi vidi Luca avvicinarsi all’ambulanza insieme a un infermiere con una fasciatura in testa. Corsi ancora più in fretta e li raggiunsi. Luca vedendomi mi sorrise e io lo abbracciai. Da lontano vidi la macchina di mamma parcheggiare. Probabilmente la avevano avvertita le prof. Anche lei cominciò a correre. Quel gruppo di ragazzi si allontanò velocemente alla vista della mamma. Io li rincorsi e li fermai. “Cosa vuoi?, mi chiesero. Cosa volevo? Cosa volevo? Lo sapevo solo io cosa volevo. Quel ragazzo finì a terra dopo il mio pugno. Sì, gli avevo tirato un pugno. Luca mi raggiunse e si avvicinò a me. ”Sono loro quei ragazzi maleducati,” disse indicandoli.

 

1 GIUGNO. Luca stava molto meglio. Ormai da tempo. Quel ragazzo non si è fatto più vivo. E Luca ormai non veniva più preso in giro. Strano no? Del resto ero davvero felice per lui. Insieme abbiamo dimostrato che anche noi esistiamo. Esistiamo eccome. Siamo la palla di lardo e il down e siamo fieri di esserlo. Non cambieremo.