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Junior reporter, i misteri della casa di tufo

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Junior reporter, i misteri della casa di tufo
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Il racconto della focusina Bianca parla di spaventosi fantasmi e di un misterioso libretto che resiste anche al fuoco

Chiunque abbia vissuto nella casa di tufo teme le notti temporalesche, quando il riscaldamento fatica a funzionare e la luce della luna si vede a malapena sulle piastrelle del bagno. Perché è in quelle notti che... Loro arrivano.

Tutto cominciò per caso: un’amica mi convinse a comprare un gratta e vinci il cui montepremi era una casa. Il fato volle che vincessi e, visto che cercavo un appartamento a poco prezzo, la vincita mi sembrò una manna dal cielo perciò feci le valigie e partii per il paesino della Calabria indicato come indirizzo del premio.
Era arroccato tra due brulle colline, composto da tredici case a dir tanto.
La mia era molto vecchia e i muri di tufo giallastro erano pieni di buchi dove si annidavano lucertole e grossi ragni grigi.
Ad accogliermi c’era il proprietario, un ometto tarchiato e perennemente sudato, con addosso un paio di pantaloni grigi e sformati e una camicia polverosa. Quest’abbigliamento, unito ai capelli unti e spettinati, gli dava un aspetto piuttosto trasandato.
Mi condusse all’ingresso che conteneva solo un divano e un tavolino oltre ad un tappeto rosso coperto della stessa polvere che costituiva il pavimento. L’uomo mi tenne nel soggiorno per due secondi, poi mi indicò a cenni di seguirlo nella stanza successiva.

La visita della cucina e della camera fu breve come quella dell’ingresso poi, quando pensavo che la casa non avesse più stanze da offrire, l’ometto mi accompagnò nello studio.

Era una piccola stanza con una scrivania di mogano e tantissimi libri.

Erano moltissimi e di ogni colore e dimensione possibile. Rimasi a lungo a guardarli, come inebriata da tutti quei volumi. Improvvisamente il proprietario parlò per la prima volta: “Se per lei va bene, possiamo procedere con il contratto qui …”
Sbrigammo la pratica e l’ometto, nel darmi l’atto di proprietà, represse un sospiro sollevato, come se, per un qualche motivo, fosse felice di liberarsi di casa sua. Non ci feci molto caso e, dopo che l’uomo se ne fu andato, mi apprestai a disfare la valigia.

Due giorni dopo stavo leggendo un libro nella stanza con il divano quando suonarono alla porta. Era un ragazzino del paese che non doveva avere più di dieci anni: “mia madre le manda questi come benvenuto”, disse porgendomi un fagotto di biscotti fatti in casa, “e spera che le sventure non la colgano”, aggiunse in tono un po’ sommesso, come se si vergognasse di dirlo.
Aggrottai la fronte poi, vedendo che il bimbo aveva abbassato lo sguardo, sorrisi sommessamente e risposi, cercando di usare un tono divertito: “grazie, ma che genere di sventure?”. Questa volta fu lui a restare sorpreso. “come, non gliel’hanno detto? Nessuno dura più di qualche mese nella vecchia casa di tufo. L’uomo che la possedeva prima è quasi impazzito, ha offerto la casa alle lotterie per disperazione, non sapeva più che pesci pigliare.”

Sbattei le palpebre due o tre volte, nel vano tentativo di nascondere il mio stupore.
Provai a riaprire il romanzetto di poco prima, ma le lettere mi volavano negli occhi come mosconi ronzanti e mi sorpresi ad agitarmi la mano davanti alla faccia come per scacciare un insetto fastidioso.
Mentre riponevo il libro nello scaffale, sentii un lieve fruscio di pagine. Mi girai di scatto ma l’unica cosa che vidi fu un libro aperto sul pavimento. Lo presi e vidi qualcosa nella polvere che copriva la copertina: era un’impronta.

Leggerissima e quasi impossibile da vedere ma pur sempre l’impronta di una mano.

Vacillai e, come nel sonno, arrivai a passi strascicati verso l’ingresso. Restai a lungo ferma con gli occhi sbarrati, poi mi portai lentamente il libro agli occhi e lo aprii davanti alla faccia.

Sulla prima pagina c’era scritto un nome: Emma.
L’inchiostro era consumato, come se il nome fosse stato scritto almeno vent’anni prima. Quella notte dormii un sonno agitato, continuando a vedere nel sonno il nome scritto sul libro. Il giorno dopo era una giornata umida e calda, segno che sarebbe piovuto a breve. Ancora non sapevo dire perché, ma guardavo la casa con sospetto, come se ci fosse qualcosa di male in ogni singolo angolo della magione.
Il tufo mi ricordava l’antro del mostro di una fiaba, i pochi mobili proiettavano con d’ombra che ai miei occhi erano molto più grandi che nella realtà. Perfino il giardino assomigliava più ad una giungla intricata e senza uscita. Rimasi quasi tutta la mattinata a guardare fuori dalla finestra, senza un motivo preciso, quando udii due suoni distinti: il primo era la campana che suonava l’una, l’altro era un sussurro, chiaro seppur appena percettibile. Strano a dirsi, il primo quasi non lo sentii, mentre il secondo risuonò nella mia mente più forte di un tuono.

Diceva: “Emma, avanti Emma!” e veniva dal corridoio.
Avevo le gambe di marmo e non so come riuscii ad alzarmi. In corridoio c'erano un bambino e una bambina vestiti all’antica, tutti e due con i capelli d’un nero corvino e il maschio aveva un flauto di canne verdi che gli spuntava dalla tasca.
La ragazzina stava dicendo all’altro: “Ti dico che ce ne dobbiamo andare.”
Il bambino però scuoteva la testa con decisione. Ad un certo punto mi videro, sembravano più arrabbiati che spaventati e si dileguarono più in fretta che mai. Rimasi appoggiata alla porta a pensare. “Sono solo due ragazzini che volevano fare uno scherzo. Non ti devi preoccupare”.

Subito dopo, però, capii che c’era qualcosa che non andava. Non erano bambini, perché avevano negli occhi qualcosa che tradiva una certa maturità. E poi c’era quel nome, Emma, lo stesso nome che avevo letto sul libro. Mi sforzai di credere che fosse solo una mera coincidenza, ma una parte di me si rifiutò categoricamente di crederlo. Ah, se solo l’avessi ascoltata …
Iniziò a piovere alle sei. Era un vero e proprio diluvio e quando sembrava che stesse per spiovere, un altro tuono riapriva le danze. Io stavo seduta al tavolo e giocavo col cibo più che mangiarlo. Fuori l’unico rumore che riusciva a sovrastare la bufera era l’urlo di una madre infuriata che intimava ai figli di rientrare in casa.
Alle nove, quando mi apprestavo a coricarmi, il temporale non era ancora finito. Riuscii a dormire per appena due ore, quando un rumore mi fece svegliare di soprassalto. Era una musica e a produrla erano le note acute di un flauto di canne. Buttai le gambe giù dal letto più silenziosamente che potei e, servendomi della luce di una vecchia candela di sego, mi incamminai nella casa buia.

Erano nel corridoio. Il ragazzino stava suonando una marcetta militare sul suo flauto di canne, mentre la bambina era in piedi appoggiata al muro e fischiettava sommessamente il ritmo del compagno. Non appena mi vide, il maschio rise e scappò via con una velocità inumana. La bambina, invece, restava ferma.

“Emma, vero?” chiesi incespicando nelle parole.

Lei annuì e bisbigliò: “scusa”, per poi scappare. Le corsi dietro, anche se sapevo che non l’avrei raggiunta. Era arrivata alla fine del vialetto e stava parlando con quello che, a giudicare dalla somiglianza, avevo intuito fosse suo fratello. Li inseguii per tutto il paese, fin sopra una delle colline. Avevano l’aria stanca. Riuscii ad afferrarli per un braccio, ma strinsi solo aria.
Vedendomi lì, ferma come una statua di roccia, i due ragazzini risero una risata gracchiante, come quella di un corvo. Quando decisero che si erano presi abbastanza gioco di me, ripartirono più veloci di prima. Ero rimasta ferma impalata per un lungo tempo, quando un boato fortissimo squarciò l’aria e mi gettò bocconi a terra.
Quando mi rialzai vidi che la casa di tufo era scoppiata. In seguito ricevetti una visita nella mia sistemazione temporanea all’alberghetto del paese. Era il ragazzino dei biscotti. Mi portò, con mia grande soddisfazione, un altro pacchetto di dolci e mi disse che l’unico oggetto ad essere sopravvissuto all’incendio era un libretto che mi fece vedere. Era il libro di Emma. Lui insistette perché lo tenessi, ma appena se ne fu andato, buttai il volumetto nel fuoco.

Bianca

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