Junior Reporter: il racconto "Con gli occhi di un bambino ebreo!

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Il focusino Mattia Molinari ci ha mandato un racconto dove prova a mettersi nei panni di bambino ebreo, Issacar, durante la Seconda Guerra Mondiale

Era il 7 novembre 1941; io e mia madre siamo ebrei.

A quei tempi vivevamo in una cittadina dell'Austria: ci eravamo trasferiti dalla Germania dopo essere stati quasi stanati dai poliziotti nazisti. Mio padre però era stato catturato e ora si trovava non so dove.

Non ci volle molto perché i tedeschi invadessero l'Austria, io venni cacciato dalla mia scuola elementare.

La mamma di Natalino si offrì di aiutarci e di nasconderci dalla Polizia.

Natalino era un mio caro amico, il mio migliore amico. Aveva 10 anni, la mia età, aveva i capelli scuri e arruffati come la chioma di un albero; la pelle era pallida e i suoi occhi scuri; Natalino sapeva far ridere la gente anche nei momenti più difficili e paurosi.

Io, invece, avevo i capelli corti e marroni come i miei occhi; la mia pelle era color caffelatte ed ero snello come Natalino, che però era alto, mentre io basso.

 

Era dicembre e la neve scendeva lenta, lenta, quasi volesse ricordare i pensieri degli ebrei perseguitati e maltrattati fin ora.

Giunse il momento di salutare Natalino e di avviarsi in Italia, ma fu il viaggio più brutto della mia vita. Da Vienna spendemmo tutti i soldi che avevamo per andare a Innsbruck. Da lì ci aspettava un viaggio di circa 60 km a piedi per raggiungere Brunico, una cittadina dell'Italia Settentrionale.

Giunti al confine usammo i passaporti falsi che ci aveva procurato la mamma di Natalino. Ma sfortunatamente non funzionario e fummo costretti a scappare, ma le sventure non erano finite.

Le guardie, armate di fucile, ci seguirono. Io e mia madre ci nascondemmo presso una casetta dispersa nel nulla. Vedemmo le guardie allontanarsi; io ingenuamente uscì dal nascondiglio. A quel punto una guardia che si era nascosta, uscì allo scoperto e mi puntò un fucile.

«Visto che non posso portarti in un campo di concentramento, perché penso che tu possa scappare, ti ucciderò!» mi disse.

Detto questo la guardia sparò. Il proiettile partì dalla canna e puntò dritto verso di me. A quel punto un corpo si lanciò davanti a me. Mia madre!

Il proiettile colpì mia madre che atterrò rovinosamente sulla neve che ricopriva il paesaggio desolato; le corsi incontro, consapevole che la guardia mi avrebbe colpito, ma la guardia era sparita.

 

Mia madre era dolorante e mi disse: «Figliolo, prosegui, prosegui senza di me. T-ti volevo dare una cosa, s-saprai quando usarla. A-addio».

Mi consegnò una chiave piccola piccola. A quel punto un uomo sbucò fuori dalla casa.

«Te la sei vista brutt...ma cosa c'è lì! Tua madre è stata uccisa! Vieni, presto, prima che arrivino altri nazisti e uccidano anche te!» disse e io lo seguì.

 

Mi portò nella casetta abbandonata, era in stile vittoriano, con un ampio salotto. La moglie dell'uomo sapeva già tutto e aveva un kit medico grande come una casa in mano. Mi disse: «Stai bene? Come ti chiami? Quanti anni hai?»

«Si Ssssi, sto abbastanza bene - risposi -ma la mia m-m-mamma è appena morta. Ho 10 anni e mi chiamo Issacar»

Stavo piangendo per la tristezza, loro mi dissero che si chiamavano Giulio e Rosa Bianchi e che mi avrebbero accolto nella loro casa.

 

Passarono mesi e mesi, e qualche anno, io mi divertivo a stare con loro, ma dovevo stare nascosto, se no le guardie naziste mi avrebbero trovato.

Giulio mi faceva scuola (mi insegnava a leggere e scrivere), mentre Rosa mi insegnava a lavare: piatti, vestiti, lenzuola, tovaglie e molto altro.

 

Era giugno del 1943 quando i nazisti, per via di una spia, irruppero nella casa dei Bianchi, con fucili e manette in mano. Giulio e Rosa riuscirono a nascondersi e salvarsi, ma io venni catturato e imprigionato in un campo di concentramento.

Nel campo mi parve di vedere una figura famigliare, ma poi scomparve. La vita nei campi di concentramento era difficile e se non eri forte ed eri debole o anziano ti uccidevano nei campi di sterminio.

Io riuscivo a distinguermi tra tutti i bambini del campo e fui uno dei pochi che in un anno non venne ucciso.

Era l'agosto del 1944 e notai ancora quella figura famigliare. Corsi verso di lei, non volevo perderla di vista un'altra volta, ma quando la vidi, rimasi scioccato....era mio padre!

«Papà" urlai!»

«Figliolo!» rispose; ci abbracciammo. Così iniziò la mia nuova vita nel campo di concentramento di Cortemaggiore.

 

Io e mio papà prendevamo tutto come un gioco, a volte scherzavamo con i miei amici del campo di concentramento e facevamo scherzi alle guardie che non ci beccavano mai.

Molti, però, scomparivano all'improvviso. Erano stati uccisi, e questo ci rendeva tristi ma anche più coraggiosi.

 

Era un giorno come tutti gli altri, o almeno credevo, e dovetti lavorare molto (come sempre) e intanto pensavo, pensavo e ricordavo i momenti di questa strana avventura e speravo in un futuro migliore.

All'improvviso il portone del campo di concentramento si spalancò, insieme ad un enorme trambusto. Le truppe americane! Ero salvo! Ma allo stesso tempo iniziarono gli spari e si rischiava di essere colpiti.

Mio padre si stava dirigendo verso di me, mi prese la mano e ci nascondemmo in un carro armato.

 

Si! Si! Eravamo salvi! Io e mio papà eravamo finalmente liberi.

 

Così tornammo a Brunico e trovammo Rosa e Giulio. Erano riusciti a nascondersi e ora che l'Italia era stata liberata erano tornati nella propria casa. Avevo parlato molto a mio padre di loro e ora ci potevamo vedere in carne e ossa.

Feci a tutti e tre, Giulio, Rosa e mio padre, il riassunto della mia avventura. A casa dei Bianchi mio padre mi svelò il segreto della chiave che la mamma mi aveva regalato.

Tirò fuori una cassetta color bordeaux con una serratura piccola, piccola. Infilai la chiave. La serratura si aprì e dentro c'era un medaglione con le foto di me, mia madre e mio padre.

Lo presi e uscì fuori seguito da tutti i presenti e mi accascia dove avevamo seppellito mio madre (segnalato da una piccola lapide sul retro della casetta), e lo depositai sopra dicendo a bassa voce: «Questo lo meriti tu, mamma» poi presi per mano papà.

 

«Grazie Giulio, grazie Rosa» dissi e li abbracciai, poi tornai da papà, avremmo preso il treno da Innsbruck per andare poi a Vienna da Natalino, a casa.

Eravamo già abbastanza lontani, quando mi girai e gridai ai miei genitori adottivi...«Addio».

Era il gennaio del 1945 e la guerra era finita.
13 Luglio 2017
COMMENTI
Ci sono 1 commenti
01 Ottobre 2017 12:07
bellissimo
un focusino
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