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Casertavecchia un viaggio tra arte e magia

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Siamo a Casertavecchia, una frazione di Caserta, in Campania . È un borgo medievale piccolo, ma molto caratteristico che sorge alle pendici dei monti Tifatini a 401 metri di altitudine.

Buongiorno a tutti i focusini,
ci troviamo in Campania, a Casertavecchia, una frazione di Caserta. È un borgo medievale piccolo, ma molto caratteristico che sorge alle pendici dei monti Tifatini a 401 metri di altitudine. Siamo qui per una gita tra “arte, mistero e magia”. Dal 1960 il borgo è inserito tra i monumenti nazionali italiani. Ha origini incerte, ma sono sicuramente antichissime, perché già nel 861 d.C., in uno scritto di un monaco benedettino, si legge di un insediamento chiamato “Casa Hirta”, ovvero villaggio in alto.

Ci troviamo all’entrata del borgo, tra le rovine dell’antichissimo castello fatto costruire nel lontano 861 d.C. dal Conte di Capua, fortificato poi nel corso degli anni prima dai Normanni e poi dagli Svevi. Il castello aveva all’epoca 6 torri di avvistamento, ma, nel corso dei secoli, è stato progressivamente distrutto a causa di assalti e diversi terremoti. Oggi non restano che pochi ruderi, parte delle mura e una torre: la torre dei Falchi. Questa torre è la seconda torre più alta d’Europa, dopo quella di Aigues-Mortes in Provenza. Ha un’altezza di circa 30 metri e oggi è inaccessibile. Quando si poteva visitare, bisognava salire oltre 50 gradini per arrivare in cima, all’ultimo piano, dove in genere risiedeva il signore. I piani inferiori erano riservati invece alle conserve dei viveri e quelli intermedi alla servitù. È proprio in quest’unica torre superstite, si aggira lo spirito di Siffridina.
Non spaventatevi: non è uno spirito malvagio o con cattive intenzioni verso di noi.
Non possiamo vederla, perché è invisibile, ma è qui per raccontarci, con la sua voce debole e tremante, la sua tristissima storia.
“Buongiorno a tutti voi focousini. Sono Siffridina Gentile, la figlia del conte Gentile di Casertavecchia, nata nel 1199. Da giovane sposai Tommaso di Lauro, conte di Caserta. Dalla nostra unione nacque un bambino, Riccardo. Dopo la morte di mio marito, la Contea di Caserta fu affidata, sotto la mia tutela, nel 1231, a mio figlio che poi sposò Violante, la figlia dell’imperatore Federico II di Svevia. Dopo la morte di Federico II, nel 1250, mio figlio Riccardo, non fu sempre fedele al successivo re di Svevia, ma si schierò in varie occasioni, con i suoi nemici quando gli sembravano più forti, per poi ritornare fedele al re, quando gli conveniva. Quando morì anche Riccardo, la contea di Casertavecchia passò a suo figlio, Corraddello, sempre però sotto la mia tutela, sua nonna. Ero considerata, infatti, dal re di Svevia, la 'suddita fedelissima', perché a differenza di mio figlio, non mi ero mai schierata contro di loro e non avevo mai tradito. Con la venuta dei d’Angiò nel Regno di Napoli, poiché ero “fedelissima agli Svevi” e non volevo appoggiare il nuovo re. Così, spinsi mio nipote a ribellarsi ai francesi e a unirsi a Corradino di Svevia. Il re Carlo, però, scoprì tutto, mi fece catturare e mi condannò al carcere a vita.
La mia prigionia durò 12 anni. Fu una prigionia lunga e durissima, alimentata solo a pane e acqua, rinchiusa in una piccolissima cella nel Castello Svevo di Trani in Puglia, lontana dal borgo di Casertavecchia che tanto amavo.
Più della sofferenza del corpo, più della prigionia, ciò che ogni giorno mi distruggeva era proprio la lontananza da questo borgo, dove avevo lasciato il mio cuore e la mia anima. Il mio corpo invecchiava lentamente nella prigione, senza mai uscire, ed ero sempre più debole per il poco cibo che mangiavo fino a quando, all’età di ottant’anni, nel marzo del 1279, morii.
Il mio amore e il legame così forte con questo borgo medievale erano così forti che non si spezzarono nemmeno dopo la morte. Il mio spirito si aggira, ancora oggi, nella Torre normanna. Di sera, con la quiete e l’oscurità, vago tra le stradine fino alla piazza per calmare il mio spirito addolorato. Qualche volta si possono udire i miei lamenti pieni di sofferenza quando ripenso al mio lunghissimo allontanamento forzato dalla mia amata Casertavecchia.
Cari focusini, sono stata imprigionata e ho pagato questo caro prezzo per essere stata sempre fedele al mio re. Non me ne pento, neanche per un attimo, perché ricordate che la fedeltà è una delle virtù più nobili che ognuno dovrebbe avere. Siate fedeli sempre a voi stessi, alle vostre idee e a chi amate. Vi saluto tutti e mi raccomando siate sempre leali e fedeli. Divertitevi nel continuo della vostra visita qui a Casertavecchia. Arrivederci a tutti”.

Dopo aver salutato il fantasma di Siffridina e camminato per le strette e caratteristiche stradine del borgo medievale, siamo arrivati alla bella Piazza Vescovado dove si trova la Cattedrale in stile romanico, dedicata a San Michele Arcangelo, costruita tra il 1113 e il 1153. Entriamo e ammiriamo l’interno a tre navate. La navata centrale lunga 46 metri è decorata con 18 meravigliose colonne in marmo su cui poggiano capitelli e archi. Sono colonne gigantesche, tutte diverse tra loro, tutte costruite con un unico pezzo di pesantissimo marmo.
Queste colonne sembrerebbero appartenere a un edificio romanico posto in pianura. Ma come sono state trasportate in alto fino qui, dati gli scarsi mezzi a disposizione a quei tempi? Una storia dice che a trasportare le colonne in cima siano state le fate dei monti Tifatini. Sarà proprio così?
Usciamo e chiediamolo proprio a una di quelle fate che ci racconterà la loro storia.
“Buongiorno a tutti focusini, sono una delle fate che vivono sui monti Tifatini che circondano Casertavecchia.
Questi monti si chiamano così, perché tifatino deriva da “Tifata” che, nell’antica lingua del luogo (quella degli Osci) significa “leccio” che è un albero. Tantissimi anni fa, infatti, i monti Tifatini erano coperti da boschi di querce e lecci ed erano ricchi di sorgenti con acqua fresca e purissima.
Questi boschi erano così rigogliosi grazie a noi fate che vivevamo lì. Custodivamo e proteggevamo i boschi e rendevamo fertile il terreno grazie alla nostra magia.
Gli uomini, però, iniziarono a disboscare i monti per utilizzare il legno per i loro scopi. Man mano che venivano distrutti gli alberi, perdevamo sempre più il nostro potere che derivava proprio dalla natura e non potevamo opporci e fermare gli uomini. Fummo, perciò costrette, a rifugiarci nelle caverne per essere al sicuro.
Quando nel 1113, iniziò, qui, la costruzione della cattedrale, gli uomini decisero di usare all’interno, 18 splendide colonne di marmo, prese dagli edifici dell’antica Calmatia che erano a fondovalle.
Gli uomini avevano, però, il problema di come portarle così in alto, essendo pesantissime. Strinsero, così, un patto con noi: noi fate li avremmo aiutati a trasportare le pietre fino in cima e in cambio loro non avrebbero più distrutto i boschi.
Aiutammo così gli esseri umani. Ognuna di noi volò fin quassù, portando con sé una colonna sulla testa con una facilità tale da sembrare che stessimo trasportando una piuma leggerissima. E così gli uomini poterono usare le colonne per costruire questo magnifico duomo.
Con il tempo, però, gli uomini dimenticarono questo patto e ripresero a distruggere le montagne dei monti Tifatini e noi fate fummo costrette a rifugiarci per sempre nelle grotte di queste montagne. Tutt’oggi viviamo lì rinchiuse e abbiamo interrotto tutti i rapporti con gli esseri umani.
Mi raccomando, cari focusini, abbiate rispetto per la natura. Distruggerla in nome del progresso, non è un valido motivo o una scusa, ma una pazzia. Se rispetterete la natura, rispetterete voi stessi. Amatela se vi amate. Questo è il mio consiglio prima di lasciarvi. Un saluto a voi tutti”.
La nostra visita qui a Casertavecchia è terminata. Spero che questa vi sia piaciuta e che gli incontri con lo spirito di Siffridina e la fata siano stati interessanti ed istruttivi.
Un saluto a voi tutti, cari focusini, e spero di fare un’altra gita in vostra compagnia.

Micaela Piscopo