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Emis Killa il rapper di Rollercoaster

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Scopri di più sul rapper milanese Emis Killa mette in rima esperienze che ha vissuto sulla propria pelle

Il suo vero nome è Emiliano Giambelli, ma il pubblico lo conosce come Emis Killa ed è tornato con il quarto album Supereroe. Il rapper 28enne, da poco papà di Perla Blue, ci racconta la sua maturazione artistica e dà un consiglio agli aspiranti rapper.

Sono passati due anni dal tuo ultimo disco. Ti senti cambiato?

Sono più maturo, più consapevole e anche più trasversale: a differenza del precedente che era un album molto legato all’hip hop, in questo c’è musica un po’ per tutti i gusti e temi universali come l’amore e le relazioni.

Di che cosa sei più consapevole?

Della vita, del lavoro che faccio, dei temi che tratto, e quando una persona diventa consapevole anche le canzoni risultano più ordinate, hanno un capo e una coda.

C’è stato qualcosa in particolare che ti ha aiutato a fare questo salto?

È un’evoluzione naturale, poi più fai musica più smetti di stupirti di te stesso e diventi sempre più esigente, e questo è un bene. Io pretendo sempre di più, non voglio mai fare due volte la stessa cosa e quindi cerco strade alternative.

Chi è per te il supereroe?

Mio padre, perché tutti i bravi padri sono i supereroi dei bambini.

Era un musicista, che ricordo hai di lui?

Suonava il pianoforte e si esercitava tutto il giorno per migliorarsi. A casa di mia nonna c’era un pianoforte elettrico rotto che non funzionava più, ma lui si esercitava lo stesso, e ricordo che quando andavo con mio fratello a trovarlo già dalle scale lo sentivo picchiettare sui tasti e gli chiedevo: «Papà ma che cosa fai?», e lui rispondeva: «La musica la sento comunque».

Tu suoni qualche strumento?

Strimpello qualcosa, ma non posso definirmi un musicista vero. Suono a orecchio, mi piacciono le sonatine di Chopin, ma non è che se mi metti davanti uno spartito suono, chiariamolo (ride, ndr).

Da bambino invece avevi un supereroe preferito?

Mike Tyson, il mio idolo è lui ancora oggi. Sono un appassionato della boxe, credo che sia il più grande di tutti i tempi, e mi ha affascinato la sua vita: è arrivato dove nessuno avrebbe mai pensato perché veniva considerato uno stupido, a scuola era bullizzato, poi è diventato il campione che è stato.

Ti sei avvicinato al rap a 14 anni, essere cresciuto alle porte di Milano ha avuto una qualche influenza nel tuo percorso?

Penso che abbia influito sull’attitudine che ho avuto nell’avvicinarmi alla musica. Se fossi nato a Milano forse avrei avuto tutto sotto mano e avrei vissuto la città con meno fascino; venendo dalla provincia, invece, quando arrivavo in corso Buenos Aires mi sembrava di arrivare a New York. Anche il fatto di prendere i mezzi tutti i giorni mi faceva sentire figo, è un po’ come se fossi entrato nel personaggio del rapper ancora prima di esserlo.

Nei tuoi brani spesso parli della tua vita, quanto è importante la sincerità col proprio pubblico?

È tutto, chi non racconta la verità nei testi viene smascherato perché se le cose che scrivi non le vivi prima o poi finisci la fantasia. Io sono vero dal primo giorno al 100% in tutto quello che dico, e se parlo di cose che non ho sperimentato in prima persona le ho comunque vissute da molto vicino.

In famiglia come presero la tua volontà di fare il rapper?

Mio papà era molto contento, mia mamma essendo una lavoratrice l’ha vissuta con scetticismo, appena ho iniziato a portare i primi soldini a casa e ha visto che facevo interviste ha capito che era diventato il mio lavoro.

Quando hai iniziato tu il panorama rap non era come oggi…

Adesso grazie al web anche se non hai qualcuno che ti spinge puoi riuscire, una volta c’era una sorta di nonnismo per cui era più difficile emergere, dovevi davvero essere bravo. Ora escono cose belle ma anche brutte che però ottengono il consenso. Non sono tutti grandi professionisti.

Che consiglio daresti agli aspiranti rapper?

I ragazzini di oggi hanno valori diversi da quelli che avevo io, vogliono soltanto comprarsi il borsello costoso e farlo vedere ai follower, io volevo diventare il numero 1 con la mia musica, ci sono ancora quelli così ma sono pochi. A questi direi di fregarsene di quel che vedono in giro e di rimanere autentici, non c’è niente di più forte dell’unicità. Ora va di moda la trap, ma sono convinto che il primo che uscirà con qualcosa di diverso se li metterà tutti in tasca perché è il ciclo naturale delle cose.

Sei da poco diventato papà di Perla Blue, quali valori vuoi trasmetterle?

L’educazione e il rispetto verso tutti, specie verso chi è meno fortunato di lei.

Perché hai deciso di non mostrarla sui social?

Voglio tutelarla perché credo alle energie negative delle persone e non voglio che queste influenzino la serenità di mia figlia, e poi non è una sua scelta: se da grande vorrà stare sui social saranno affari suoi. La gente confonde i figli con una cosa di propria proprietà, invece io li vedo come figli dell’universo, figli di Dio.