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Scuola moderna: tra formazione a distanza, diritto allo studio e capacitazioni

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Scuola moderna: tra formazione a distanza, diritto allo studio e capacitazioni
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La sfida della didattica a distanza ha riportato alla luce squilibri e snodi critici insiti nel modo con cui si è concepito il mondo-scuola negli ultimi anni, favorendo le capacitazioni alla formazione di un capitale umano.

Il concetto di capacitazione, che conosciamo probabilmente meglio nella sua versione inglese di capability, ci riconduce al premio Nobel Amartya Sen e alla filosofa americana Martha Nussbaum, che ne ha trovato applicazione nel settore dell’istruzione. La recente adozione della didattica a distanza ha comportato, suo malgrado, uno shifting dalla costruzione delle competenze, intese come il “sapere agito”, al potenziamento delle capacitazioni, non potendo garantire nella nuova modalità di fare didattica ambientazioni e reti, sociali ed economiche, ove conseguire le competenze della cui certificazione si fa carico la scuola.

Il passaggio da competenze a capacitazioni non si caratterizza come mera questione lessicale e si prospetta piuttosto come una differenza sostanziale di prospettiva innescata dalle riflessioni della formazione fruita a distanza.

TRA FORMAZIONE ED ECONOMIA

Le riforme più recenti, dalla Moratti, alla Gelmini, e da ultima la L. 107, poggiavano su una prospettiva di sviluppo centrata sulla necessità di costruire “capitale umano” teso ad inserire nel mercato del lavoro e nell’economia i futuri cittadini formati nella scuola. In questa logica si inserì sin dal 2010, con il D.M. n.9 del 27 gennaio, il dibattito sulle competenze, intese come principale strumento per l’accrescimento del capitale umano che innescò il conseguente dibattito sulla valutazione, con cui misurare l’aumento di valore del capitale umano per aumentarne la spendibilità nel mondo del lavoro.

Ma la corsa al PIL e al welfare non possono ritenersi fine assoluto della ricerca umana; è vero piuttosto che la crescita economica deve essere al servizio del well-being, ovvero dello sviluppo della libertà umana, se diamo per validi i presupposti filosofici ed economici di Sen. L’aspirazione e la ricerca delle libertà individuali e sociali possono offrire alle singole persone una vita soddisfacente nell’arco della quale coltivare le proprie aspirazioni. Non è mettendo la scuola a servizio del mercato che otterremo il meglio per le persone, ma ribaltando il concetto in modo da ottenere che la cura della persona sia in grado di riverberare effetti positivi anche sul mercato.

«[...] L’essere istruiti può dare benefici anche a reddito invariato, nel leggere, nel comunicare, nel discutere, in quanto si è in grado di scegliere con maggior cognizione di causa» (Sen,2000).

L’enfasi dunque è da spostare sulle persone e la costruzione delle capabilities, identificate come l’insieme delle capacità e delle facoltà di cui gli individui dovrebbero dotarsi per ottenere le libertà produttive per il benessere, per la piena emancipazione della persona.

INVERSIONE DI PROSPETTIVE

Il luogo per eccellenza in cui sviluppare tali risorse interne è la scuola. Saper guidare e valorizzare le potenzialità di ciascuno è compito precipuo della scuola e nasce dal presupposto costituzionale del diritto-dovere all’istruzione. Nella scuola i ragazzi progettano la propria libertà, che è alla base dello sviluppo individuale, a sua volta mezzo per promuovere la crescita ed il progresso sociale ed economico. Se la scuola è il vivarium dove coltivare la coscienza critica degli individui, su cui le nostre giovani generazioni elaborano future aspettative, valori, mete, ambizioni, appare illuminante l’invito di Martha Nussbaum a «sostituire il paradigma della crescita economica con il paradigma dello sviluppo umano» (Nussbaum 2012).

Disinnescare il paradigma della crescita economica può significare dover riformare nuovamente la scuola, riprendere il “cacciavite” già in uso per riforme precedenti per apportare piccole e grandi modifiche dettate dal buonsenso o dalla logica che scaturisca dall’adozione del paradigma dello sviluppo umano. In tale ottica andrebbero rivisti i parametri per la valutazione cui è soggetta la scuola italiana. Le scuole probabilmente non dovrebbero competere tra di loro, perché tanto innesca programmazioni e scelte operative di tipo aziendalistico che deviano dagli obiettivi delle capacitazioni introdotti da Sen e dalla Nussbaum.

L’attuale sistema scuola non è in grado di rispondere con concretezza alle necessità di riforma per un’educazione liberale e soffre da tempo, almeno quanto i suoi fruitori, della labilità delle sue direttive. La didattica a distanza, pur nell’assenza di programmazione e di strutturalità che l’ha caratterizzata, ha avuto il merito di far emergere alcuni nodi cruciali della scuola attuale, che lotta per la costruzione del pensiero critico, dell’autodeterminazione, della costruzione del senso di responsabilità e di autonomia operativa dello studente.

LA NUOVA SFIDA DELLA DIDATTICA A DISTANZA

La DaD ha portato in superficie le disparità formali e sostanziali contro cui lotta da sempre per l’attuazione l’art. 34 della nostra Carta costituzionale: l’estensione della banda larga a favore di aree più o meno deprivate è questione che attiene alle distanze e disparità sociali ed economiche, che richiedono un improcrastinabile ammodernamento e rinviano ad assunzioni di responsabilità che il sistema Italia non ha ancora intrapreso o non ancora portato a compimento.

È venuta a galla con tutta la sua drammaticità lo squilibrio tra studenti dotati di maggiore autonomia nell’affrontare la didattica da remoto e personalità meno strutturate sul piano metodologico, troppo spesso protette dal sistema scuola e da genitori indulgenti. Il sistema scuola ha dovuto necessariamente rivoluzionare la didattica, a dispetto di normativa contrattuale o di formazione specifica inesistente.

I docenti sono stati invitati a rimodulare i percorsi didattici per renderli più appetibili agli studenti, non abituati a lunghe ore di studio al pc o per quanti dovessero trovare un senso ad una ambientazione scolastica avulsa dalla realtà cui erano abituati, dove la socialità, l’educazione tra pari non avevano più un locus dove essere esercitate e dove le programmazioni di inizio anno rischiavano di diventare troppo distanti dal vissuto del momento e troppo ricche per essere affrontate con le poche energie spendibili, precettate dalle ansie indotte dalle notizie della crisi sanitaria. Anche gli obiettivi didattici ed educativi sono stati riformulati: la DaD ha fatto spazio al dialogo, al consolidamento di competenze già acquisite; si sono preferiti temi di ecosostenibilità, più avvincenti rispetto agli interessi che scaturivano dalla crisi sanitaria.

La scuola italiana, insomma, ha scelto di far crescere la capacitazione piuttosto che il capitale umano.

INSEGNANTI IN TRINCEA

La prima fase è stata vissuta come un periodo intenso di confronto alla ricerca di soluzioni, di ipotesi da sperimentare, di sofferenze anche psicologiche da superare. Grazie allo spirito di collaborazione di tutta la comunità scolastica la prima fase ha lasciato posto alla seconda, che ci appare mediamente serena, fluida e con pochi “feriti” sul campo. Le difficoltà vissute dai vari attori del sistema scuola sono state pienamente riconosciute dal MIUR che ha derogato alle norme sulla valutazione (D.L.62/2017) riconoscendo a tutti gli studenti un valido percorso formativo e di crescita umana complessiva per l’anno in corso.

Abbiamo riscoperto una classe docente capace e pronta ad accogliere la sfida. A ragion veduta uno dei tre pilastri fondanti del sistema Italia, insieme al sistema sanitario e alla sicurezza, la scuola ha potuto contare su professionalità consolidate che si sono cimentate oltre le competenze professionali richieste da contratto. La DaD ha portato alla ribalta sociale il lavoro dei docenti, lo ha portato all’attenzione dei tanti genitori che hanno seguito e supportato i propri figli nella nuova modalità operativa ma, di contro, ha anche dato conferma ai docenti di ruoli genitoriali inevasi, con famiglie preoccupate solo di difendere i pargoli, indipendentemente dall’impegno e dalla partecipazione profusi.

La scuola italiana ha un problema di fiducia a tutti i livelli di relazione, intrascolastico ed interscolastico, e la didattica da remoto è stata in grado di portarlo alla luce. Per una corretta relazione e nella prospettiva dello sviluppo di capacitazioni e di capitale umano i docenti dovrebbero godere della stessa fiducia che viene loro riconosciuta in alcuni Paesi nordeuropei, dove sono equiparati per considerazione sociale e riconoscimento economico, a medici e a magistrati.

Testo di Sonia Caputo,docente di inglese di secondaria superiore,formatrice, iscritta su Scuola Valore di INDIRE

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