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Storie di scuola: la prof che fa lezione di gentilezza

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Storie di scuola: la prof che fa lezione di gentilezza
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Fa bene, migliora le relazioni, eleva lo spirito. Per questo Mara Pillon ha deciso di insegnarla ai suoi alunni delle medie.

«Era una mattina come tante. Al bar neppure mi avevano salutata, indaffarati com’erano. In macchina mi ero presa un gestaccio soltanto perché avevo rallentato un poco. Arrivata in classe, i soliti due o tre esagitati erano già impegnati nelle primissime prevaricazioni della giornata e gli altri mi hanno guardata appena. Mi sono detta basta! È ora di cambiare». Mara Pillon, insegnante di italiano nella scuola media “Marco Polo” a Silea, in provincia di Treviso, ha deciso di fare la rivoluzione. E ha annunciato ai suoi studenti di prima B che quel giorno avrebbe fatto una lezione di gentilezza.

«Ne abbiamo bisogno tutti quanti: adulti e ragazzi. Ci fa stare bene. Solo che per riceverla devi prima imparare a darla. E in questa società ipercompetitiva e molto poco comunicativa questo non è affatto scontato. Per questo ho deciso di insegnarla».

È nato così un vero e proprio percorso educativo sulla gentilezza che ha impegnato tutte le ore di italiano per un mese ed è terminato con un commovente spettacolo in Aula Magna. Un esperimento che ha suscitato molta curiosità, tanto da finire sulle pagine dei quotidiani nazionali.

Mara, 55 anni, insegnante da 32, non se l’aspettava. «Ho sempre insegnato con passione, convinta che la scuola non sia soltanto un distributore di nozioni. Un docente deve trasmettere conoscenza e cultura ma anche sentimenti, valori, esperienze umane. Invece, molti hanno abdicato al loro ruolo di educatori perché serve tanto impegno ed energia. Bisogna essere coerenti, dare l’esempio. Non è facile educare, ma è fondamentale per la crescita di una persona. Io avverto profondamente il senso di responsabilità nei confronti del mio lavoro perché mi rendo conto che anche se sono una normalissima insegnante posso incidere sulla società contribuendo a formare adulti di un certo tipo».

Questo ha certamente un fondo di verità se consideriamo che in tutta Italia sono nati 34 assessorati alla gentilezza, in gran parte istituiti dopo questa esperienza.

IL DIARIO DELLA GENTILEZZA

Mara Pillon per prima cosa ha chiesto ai suoi alunni di definire la gentilezza. I ragazzi hanno mostrato di avere ben chiaro in mente il concetto: ascolto, accoglienza, attenzione verso l’altro. Un abbraccio, un sorriso, un aiuto.

«Eppure da tempo li osservavo in classe e all’intervallo. Ragazzini senza merenda che dovevano rubarla con prepotenza perché nessuno aveva pensato di condividerla con loro. Gruppetti di amiche che non si curavano di una loro compagna rimasta isolata, come fosse invisibile. Invece, tutti abbiamo bisogno di essere visti. E la gentilezza è proprio questo, la capacità di vedere gli altri, di accorgersi di loro». E di guardarli negli occhi: quasi sempre, invece, le facce sono chine sui telefonini.

«Sempre più spesso tra noi e gli altri c’è il filtro di uno schermo. Dobbiamo eliminarlo. Lo sguardo è l’unico presupposto di una relazione autentica e la gentilezza è la scintilla che può innescarla. Nelle mie classi ci sono spesso atteggiamenti di prevaricazione, aggressività, volgarità. Io ho voluto dare prevalenza alla parte positiva della classe e in generale di tutte le persone. I ragazzi non sono più abituati a mostrare i sentimenti, hanno paura di sembrare deboli. Sono allenati a soffocarli, nasconderli sotto una maschera di prepotenza. Ho voluto tirare fuori la parte umana che ognuno di noi ha dentro».

Se vuoi gentilezza però devi imparare a darla. Ecco allora l’idea del diario: ragazze e ragazzi hanno dovuto registrare per una settimana tutte le gentilezza ricevute. E si sono accorti di molte cose date per scontate. «Una premura del nonno, un aiuto da parte della mamma: questo lavoro ha creato negli alunni consapevolezza. Si sono resi conto della miriade di piccole attenzioni che li circondano e finalmente hanno pronunciato un grazie sincero».

Nella seconda settimana hanno registrato invece le occasioni nelle quali sono stati gentili con qualcuno. E miracolosamente il "no" scocciato di fronte alla richiesta di apparecchiare la tavola si è trasformato in sì. All’edicolante hanno offerto un sorriso prima di acquistare il biglietto dell’autobus. Alla prof hanno perfino portato una rosa colta in giardino... «Magari lo hanno fatto per riempire le pagine del diario, intanto però hanno compreso che è piacevole essere gentili e ricevere gratitudine in cambio».

IL CONFRONTO LETTERARIO

Il lavoro è proseguito cercando ogni possibile definizione di gentilezza, ogni riferimento letterario sull’argomento. Gli alunni hanno poi inventato a loro volta frasi che sono state scritte su foglietti colorati.

«Avevo steso un filo da bucato dietro la cattedra e lì abbiamo appeso i bigliettini. Quando si è riempito, abbiamo steso altri fili nei corridoi, coinvolgendo tutta la scuola. Una ragazza un giorno ha portato una frase del teologo scozzese Jan Maclaren citata nel libro Wonder di R.J. Palacio: “Sii gentile, perché chiunque incontri sta combattendo una dura battaglia”. Conoscevo il vissuto di alcuni miei alunni alle prese con la separazione dei genitori, mi è sembrata azzeccata. Anche noi insegnanti quando entriamo in classe ci chiudiamo alle spalle i nostri dispiaceri. Essere accolti con gentilezza ci fa stare bene».

In classe hanno poi analizzato il sonetto di Dante Tanto gentile e tanto onesta pare, dedicato a Beatrice. «Qui la gentilezza è intesa come nobiltà d’animo. La gentilezza innalza le persone, fa emergere la loro bellezza interiore. Crea eleganza, ci eleva dalla volgarità e dalla bruttura. Ci trasforma quasi in creature angeliche, come era Beatrice per il Sommo Poeta».

EDUCARE ALLA RIFLESSIONE

Tutto questo lavoro è servito?

«Diciamo che averli resi consapevoli è già un successo. Ora quando qualcuno chiede loro un favore, i miei ragazzi si fermano a riflettere. Rispondono con la testa e magari anche con il cuore, anziché d’istinto. Hanno superato la reazione di pancia, quella che va per la maggiore sui social dove tutti sembrano fare a gara per mostrare il peggio di sé. Certo, per i bulletti della classe non è stato sufficiente. Ma hanno alle spalle situazioni difficili: ci vorrà molta pazienza. E più tempo. L’educazione alla gentilezza d’altra parte è un percorso di formazione che non può concludersi qui».

E Mara non si tira indietro. Da sempre cerca di venire incontro a ogni suo alunno, di adattarsi ai tempi e alle esigenze di ciascuno. E utilizza tante metodologie didattiche, alcune tradizionali altre molto meno. «Devo uscire dagli schemi per non annoiarmi» spiega. E si avverte, pulsante, quella passione che l’ha spinta verso l’insegnamento quando era ancora una bambina.

«È vero, insegno per passione. Non ho paura di dirlo. Ci metto il cuore, non mi risparmio. Do tutta me stessa e ricevo moltissimo in cambio. Se trovo un muro cerco sempre il modo di abbatterlo. Se li vedo tristi mi metto al loro fianco, li guardo negli occhi, cerco di capire e di aprire i loro cuori. Ho ricevuto bellissime lettere dai miei alunni negli anni. Mi hanno ringraziata per aver creduto in loro. Per aver tirato fuori il meglio da ciascuno. Mi hanno perfino scritto che sono stata come una mamma! Probabilmente hanno ragione: con tre figli maschi la mia maternalità dev’essere debordante».

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