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“Raccontami quello che hai vissuto”: diamo parola ai bambini

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“Raccontami quello che hai vissuto”: diamo parola ai bambini
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Compito degli educatori è dare la parola ai bambini, colpiti in prima persona da questa crisi che non solo limita la loro esperienza educativa, ma anche quella psicofisica e sociale

La pandemia purtroppo ci accompagnerà almeno per tutto l’anno scolastico. Anche in campo educativo (non soltanto sanitario ed economico-sociale) gli effetti saranno lunghi, profondi. Dove vi è maggiore povertà economica, abitativa, incertezza nel lavoro, mancato arrivo dei fondi di recovery e ristoro, la vita dei bambini e la loro educazione vivranno maggiori difficoltà.

UN PROBLEMA CHE DEVE ESSERE AFFRONTATO

Ogni grande crisi colpisce innanzitutto i bambini. E purtroppo, nei tempi delle accresciute disuguaglianze, colpisce ancor più i bambini che partono con meno nella vita. Di questo la politica e i media se ne ricordano in modo alterno, spesso superficiale e così rimuovono il fatto che in Italia un terzo di chi ha meno di 18 anni è povero e che la prova dell’esistenza di una comunità nazionale è data dall’attenzione per chi vivrà dopo di noi: per tutti i bambini e ragazzi, non solo quelli più protetti. Dunque, noi che ci occupiamo di bambini e ragazzi siamo chiamati a dare opportunità di parola ai più piccoli, assicurare la tenuta o la ripresa della scuola e della relazione educativa, preparare la stagione del recupero e del riscatto.

Dare parola a quel che sta accadendo significa porre, con ogni mezzo, la questione educativa e l’obiettivo di raggiungere tutti i bambini al centro della pubblica attenzione per spingere i decisori a dare più risorse alle scuole e alle agenzie educative, innanzitutto nelle aree povere. Al contempo significa che noi insegnanti ed educatori dobbiamo favorire, ovunque, la parola dei bambini su questa esperienza prolungata di “ali tarpate”, di “possibilità mancate”.

I bambini devono poter raccontare la fatica e la perdita di sicurezze che vedono nei genitori, la paura per i nonni, il monopolio dei discorsi sul Covid, le limitazioni al gioco e al movimento, la riduzione della socialità con i coetanei (niente compleanni, prime comunioni, sport, gite...). E i bambini che già vivono con poche palestre, piscine, campi sportivi, biblioteche e che non vanno mai al mare né in montagna devono poter parlare del dispiacere per la chiusura dei laboratori e dei progetti scolastici dedicati al gioco o al doposcuola. “A che cosa serve parlare?”: mi hanno chiesto pochi giorni fa una maestra e un’educatrice di un’associazione, insieme impegnate a non perdere i bambini che da assenti stanno diventando introvabili.

La risposta è: serve a far ripartire la relazione educativa e pensare a un tempo di riscatto e recupero. Certo, non basta parlare. Bisogna assicurare innanzitutto la presenza alla scuola primaria di tutti, cercando gli assenti con vera ostinazione; preparare, appena ve ne siano le condizioni, la ripartenza delle azioni educative fuori scuola, ma d’accordo con essa, creando opportunità di stare di nuovo insieme almeno in piccoli gruppi.

Oggi, nelle troppe aree di crisi sociale, bisogna raggiungere tutti i bambini e ricordarsi che quando viene interrotta per molto tempo l’esperienza educativa, non solo nello studio, ma nell’espressione psico- fisica, nell’esposizione al mondo, nella prossimità tra coetanei e con educatori significativi, i bambini devono poter “dare parola” a quel che hanno vissuto. Devono farlo per poter sviluppare strategie positive, ritrovare forza nella propria resilienza. Insomma, per la scuola è il tempo di raggiungere i bambini spariti e fare di tutto per farli venire a scuola, creare occasioni minime d’incontro fuori scuola appena ve ne siano possibilità, curare i collegamenti a distanza assicurando device e connessione.

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