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L’educazione alimentare a scuola: superiamo il gap tra il dire e il fare

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L’educazione alimentare a scuola: superiamo il gap tra il dire e il fare
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Idee e progetti non mancano lungo tutto lo Stivale, ma gli insegnamenti spesso restano lettera morta e sono contraddetti dalla pratica quotidiana.

I ragazzini ascoltano silenziosi, perfino interessati, la spiegazione sullo stretto legame tra quello che mangiamo e le malattie che possiamo contrarre per una dieta sbagliata. Poi il suono della campanella li distrae: finalmente l’intervallo. In corridoio, alcuni si avvicinano al distributore di merendine: infilano la moneta e addio propositi salutistici! Ecco, il nodo dell’educazione alimentare nelle scuole italiane è proprio questo. La contraddizione, spesso palese, tra il dire e il fare.

L’attenzione a questo tema da parte degli insegnanti è alta e distribuita equamente in tutta Italia, a giudicare dalla prima ricerca condotta nel 2018 dalla Fondazione italiana per l’educazione alimentare e il Miur. Sono stati coinvolti oltre mille tra dirigenti e docenti.

Il 74% degli intervistati dichiara che nella propria scuola si è affrontato l’argomento coinvolgendo circa il 60% degli studenti. Una buona media, ma gli insegnanti chiedono che la scuola rafforzi ancora il proprio ruolo e alcuni si spingono a chiedere che l’educazione alimentare sia resa materia curriculare. E si tratta certamente di una materia complessa che negli anni ha visto ampliarsi notevolmente il suo ambito significativo, arricchendosi di molti e vari contenuti.

Parlare agli studenti della piramide alimentare non basta più. Occorre che i bambini e i ragazzi divengano “mangiatori consapevoli”. Che conoscano cosa c’è dietro al piatto che hanno di fronte. L’origine, la storia di quegli alimenti. Come sono stati coltivati o prodotti. In quale misura incidono sull’ambiente o sul lavoro e la dignità delle persone.

È necessario poi che li assaporino davvero coinvolgendo tutti e cinque i sensi, che si lascino emozionare, che scoprano che la tavola è il luogo migliore per condividere.

UN MENU BELLO RICCO, DA SERVIRE AI RAGAZZI NEL MODO PIÙ APPETIBILE

Per fortuna il Paese della dieta mediterranea offre una miriade di “ricette educative” che possono essere di grande aiuto.

Il Gruppo Ospedaliero San Donato Foundation sta portando avanti, dal 2009, Eat Educational, un programma gratuito di intervento per la prevenzione dell’obesità indirizzato ai ragazzi dagli 11 ai 14 anni delle scuole medie dei comuni di Milano e dell’hinterland milanese. Un problema serio, se consideriamo che secondo l’Istituto superiore di sanità in Italia il 23% dei bambini è in sovrappeso e l’11% è obeso. Fino a oggi sono stati coinvolti oltre 6mila adolescenti che sono stati pesati e misurati a scuola da personale medico e alla presenza degli insegnanti. Tutti hanno ricevuto un contapassi per il monitoraggio dell’attività fisica quotidiana e una borraccia per favorire l’adeguato apporto di acqua. L’opuscolo distribuito gratuitamente è un vero e proprio libro di testo e si trova anche online per chi non ricade nell’ambito territoriale del progetto.

SAPERECOOP

Saperecoop è un progetto culturale gratuito a disposizione degli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. Un “kit di risorse” che comprende percorsi e strumenti di apprendimento per sviluppare il pensiero critico e stimolare il consumo consapevole. Si parte cercando di vincere la diffidenza dei più piccoli verso le verdure per poi indagare il legame esistente tra territorio, produzione agricola e cultura alimentare attraverso il concetto di biodiversità e il recupero dei saperi tradizionali.

Un’altra proposta focalizza l’attenzione sull’impatto ambientale degli allevamenti, per riflettere sul rapporto tra alimentazione e salute del pianeta, sul benessere umano e quello animale. Altri percorsi stimolano i ragazzi ad analizzare i nostri stili di vita per distinguere fra bisogni reali e bisogni indotti e a verificare se non sia possibile ridurre gli sprechi e promuovere comportamenti virtuosi. Si parla anche di acqua come bene prezioso e del cibo come metafora di identità e culture diverse, come opportunità di conoscenza di sé e degli altri. Insomma, educazione alimentare a tutto tondo.

ORTO IN CONDITTA: UN PERCORSO DI TRE ANNI

Un altro grande alleato per maestri e insegnanti è Slow Food, l’associazione internazionale che lavora in 150 Paesi per ridare il giusto valore al cibo. Già nel 2004 ha promosso Orto in Condotta, che finora ha coinvolto 392 scuole.

«È un programma triennale che permette di affrontare l’educazione alimentare e ambientale in modo continuativo e strutturale» spiega Annalisa D’Onorio di Slow Food. «I temi trattati nel primo anno sono legati all’agricoltura e all’educazione sensoriale. Nel secondo anno s’impara a leggere le etichette, comprendere le certificazioni, ragionare su stagionalità e territorialità, mentre nel terzo anno si affrontano la storia della gastronomia, la conoscenza del territorio attraverso le sue produzioni agroalimentari, i viaggi del cibo e la costruzione delle tradizioni alimentari.

Fondamentale per la buona riuscita del progetto è la costituzione di una comunità (insegnanti, genitori, nonni, cuochi, produttori) che si prenda a cuore l’educazione». I bambini e i ragazzi lo adorano: amano soprattutto
il fatto di stare all’aria aperta. E poi, che emozione quando spuntano i germogli... e quanta pazienza c’è voluta, quanto lavoro, quanta attesa. Un’educazione davvero slow...

«Non si tratta solo di seminare e raccogliere» concorda Francesca Rocchi, vicepresidente nazionale di Slow Food. «Si impara a dare valore alle cose. E coltivando l’orto si entra nel mondo... i bambini non sanno distinguere un finocchio. Non immaginano che il petto di pollo acquistato al supermercato sia appartenuto a un animale vero, vivo. È fondamentale questa presa di coscienza della realtà che ci circonda, soprattutto quella naturale». L’approccio è davvero multidisciplinare: intorno all’orto possono ruotare tutte le materie, dalla geometria, per disegnare le aiuole, alla musica che, pare dimostrato, fa tanto bene alle piante.

Insomma, idee e progetti non mancano per stimolare la curiosità degli alunni. La parte più difficile però è trasformare tutto questo in una pratica quotidiana. A partire proprio dalla scuola. Spesso le merende e i pasti offerti sono lontani da quella filosofia salutista e rispettosa che si è imparata in classe.

Eppure, qualcosa si muove... Da Torino arriva Liberi di scegliere!, un percorso didattico per riscrivere i capitolati d’offerta sia dei distributori automatici di alimenti sia dei bar interni agli istituti scolastici in modo da migliorare la qualità nutrizionale dei prodotti offerti e anche la sostenibilità ambientale per quanto riguarda gli imballaggi. Ma la sfida per una modifica reale delle cattive abitudini alimentari si può vincere soltanto in mensa. Quello è il luogo per eccellenza dove fare davvero educazione alimentare. A cominciare dall’esempio che danno gli insegnanti, seduti a tavola insieme ai loro studenti, magari davanti a un bel piatto di verdura...

«Per noi la mensa è innanzitutto un diritto» spiega Francesca Rocchi «ed è un luogo di educazione: per questo c’è sempre un insegnante insieme ai ragazzi».

“PREDICARE BENE E RAZZOLARE MALE”:OVVERO LE MENSE SCOLASTICHE

Non sempre però i menu sono all’altezza, anche se i dati inducono a un cauto ottimismo. Secondo l’ultimo report di Food Insider, l’organizzazione che ogni anno stila la classifica delle cento migliori mense scolastiche, il biologico sale lentamente ma rimane un divario importante tra chi offre oltre il 70% di alimenti bio
e chi quasi non ne ha.

Un modello all’avanguardia è il comune di Bergamo che attinge buona parte dei prodotti dal biodistretto dell’agricoltura sociale, una rete solidale impegnata nel recupero dei detenuti della Casa Circondariale. La plastica è quasi scomparsa dalle stoviglie che sono in gran parte compostabili o riutilizzabili, però è sempre più presente nel packaging delle derrate alimentari.

Per quanto riguarda la dieta, “le mense scolastiche italiane hanno l’ossessione della carne rossa” scrivono i relatori del report. Il 66% ha una media di quasi due porzioni a settimana (cui si aggiunge, di frequente, una porzione di carne bianca). La proteina più sostenibile, il legume, è presente generalmente solo una volta a settimana. L’altra alternativa, il pesce, guadagna qualche punto: a Rimini lo servono fresco e 50 comuni marchigiani hanno aderito al progetto Pappa-Fish che ha insegnato ai bambini a consumare i prodotti del proprio mare riducendo gli scarti ittici dal 60% al 7%.

«La mensa scolastica slow a Bagnaripoli vicino a Firenze è così buona che anche famiglie che abitano lontano iscrivono lì i loro bambini» racconta Francesca Rocchi. «Abbiamo innescato un legame fortissimo con i piccoli produttori locali. Abbiamo seguito tutte le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità per un’alimentazione non cancerogena. Abbiamo sostituito la carne con i legumi e le polpette di pesce povero grazie all’aiuto del nutrizionista slow Antonio Ciatti.

È successo un piccolo miracolo: i bambini mangiavano tutto a scuola e a casa lasciavano il cibo nel piatto... A scuola il pomodoro, biologico e locale, sa di pomodoro. Quello comprato al super dalla mamma non piaceva più! Allora abbiamo coinvolto le famiglie, abbiamo fornito le ricette e abbiamo messo in contatto i genitori con i produttori. È nato un mercato contadino dentro la scuola».

Ecco, il nodo cruciale è proprio quello del rapporto con le famiglie. Perché è in famiglia che si svolgono i pasti principali. E spesso i menu proposti dalle mense scolastiche sono “avanti” rispetto alla cotoletta con patatine fritte servita da mamma e papà. Per non parlare di quei genitori che chiedono un regime “in bianco” per il figlio che sta benissimo ma non ama verdure e legumi...

Focus Scuola è il nuovo mensile per gli insegnanti del Gruppo Mondadori, un magazine rivolto a tutti i docenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, per aiutarli ad affrontare le nuove sfide dell’insegnamento nell’era digitale. La rivista propone approfondimenti sugli ultimi studi scientifici e pedagogici, ma anche idee di buone pratiche sperimentate in Italia e nel resto del mondo dai singoli insegnanti e fornisce spunti su didattiche innovative e sull’uso della tecnologia in classe

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