Donna Moderna
FocusJunior.it > Focus Scuola > La tecnologia in classe: bene o male?

La tecnologia in classe: bene o male?

Stampa
La tecnologia in classe: bene o male?
Shutterstock

Il dibattito è aperto: l’utilizzo delle nuove tecnologie a scuola è indispensabile o addirittura può risultare dannoso all’apprendimento? La soluzione sta, come spesso succede, a metà strada. Inoltre, il ruolo dell’insegnante resta fondamentale.

Stefania è una prof entusiasta. Sperimenta con i suoi alunni della scuola secondaria di secondo grado ogni sorta di ritrovato della moderna tecnologia. Condivide la lezione e i contenuti aggiuntivi su Google Drive, spiega le isometrie con GeoGebra, propone verifiche online con i quiz di Kahoot.

Ma il suo è un lavoro sempre in punta di piedi: nelle classi mancano i telecomandi per accendere i proiettori e bisogna allungarsi con l’aiuto di una squadra per arrivare al pulsante lassù. E la borsa è appesantita da almeno tre cavi diversi, naturalmente acquistati con i suoi soldi, perché ogni Lim ha un attacco differente.

Ecco, le nuove tecnologie nella scuola italiana somigliano alla grotta di Ali Babà, dove oggetti anche preziosi sono accatastati senza alcun ordine. Un mosaico d'interventi riempie fino a farle scoppiare le scatole elettriche di molti istituti, dove i cavi di quattro o cinque reti Wi-Fi successive e mai smantellate convivono stretti stretti in un groviglio ormai inestricabile.

UNA SCUOLA DEL PROGRESSO ESISTE?

Naturalmente non mancano le eccezioni positive e sono sempre di più. Il movimento “Avanguardie educative”, partito nel 2014 con 22 scuole, ora ne raccoglie in rete oltre 800. Nato dall’iniziativa di Indire, il più antico ente di ricerca del ministero dell’Istruzione, il movimento vuole trasferire le buone pratiche su tutto il territorio nazionale, proporre come modelli le scuole che meglio sono riuscite a introdurre in maniera sistematica e integrata le nuove tecnologie.

Eppure, proprio quando la corsa all’innovazione in Italia sta lentamente accelerando, altrove c’è chi frena bruscamente.

I Paesi che maggiormente negli anni passati hanno investito nelle cosiddette Ict, "tecnologie della comunicazione e dell’informazione", stanno rapidamente facendo marcia indietro. I motivi sono contenuti in una ricerca che l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato nel 2015. Mentre la quasi totalità dei ragazzi di 15 anni nei Paesi membri ha un computer a casa e il 72% lo utilizza anche a scuola, si scopre che gli studenti che lo usano troppo peggiorano nel rendimento scolastico.

E gli istituti più blasonati, come la statunitense Waldorf School dove studiano i figli dei massimi dirigenti della Silicon Valley, hanno proibito fino ai 16 anni l’utilizzo di qualsiasi dispositivo digitale.

APOCALITTICI E INTEGRATI

«Quando si parla di impiego didattico degli strumenti cosiddetti Ict» spiega Adolfo Scotto Di Luzio, professore
di storia della pedagogia all’Università di Bergamo «bisogna guardarsi da due atteggiamenti contrapposti, entrambi incapaci di farci comprendere la portata della questione educativa in gioco. Due atteggiamenti che si possono definire per mezzo della celebre coppia individuata a suo tempo da Umberto Eco: gli apocalittici e gli integrati».

«L’Italia ha investito nel digitale gran parte delle risorse disponibili con risultati disastrosi» accusa Benedetto Vertecchi, professore emerito di pedagogia sperimentale. «I bambini non sanno nemmeno più tenere la penna in mano, la impugnano con tutte e cinque le dita come fosse un bastone. E la qualità della scrittura è penosa».

«Non sanno scrivere?» ribatte Roberto Maragliano, docente di tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento all’Università Roma Tre. «Dipende da come usiamo questo verbo, se in maniera transitiva o intransitiva. Non sanno scrivere che cosa? Ci sono adulti colti che messi su una chat non sanno affatto scrivere».

Da una parte alcuni esperti mettono in guardia contro il pericolo che l’umanità perda del tutto alcuni dei nostri processi mentali più importanti, come l’interiorizzazione della conoscenza, la capacità deduttiva, l’analisi critica.

Si riferiscono a recenti ricerche in campo neurologico, che mostrano come il passaggio in atto dalla cosiddetta lettura profonda (quella di un libro stampato, che ci consente di tornare indietro e di rileggere se non abbiamo compreso in pieno il significato) allo scrolling digitale, più superficiale e veloce, comporta danni neuronali irreparabili.

Il nostro cervello non ha più il tempo di cogliere la complessità, non abbiamo la pazienza di affrontare testi lunghi e densi di significato. «È chiaro che è una perdita» ribatte Maragliano «ma potrebbe essere una perdita di cose che non hanno valore». E, come lui, gli entusiasti sostengono che il digitale sia in grado di espandere enormemente la conoscenza, dando a chiunque accesso a una ricchezza culturale praticamente infinita. «È vero che su Google c’è tutto» polemizza Benedetto Vertecchi. «Ma se io prendo un analfabeta e lo chiudo per un mese nella biblioteca nazionale non è che quando esce ha imparato a leggere. Eppure aveva migliaia di volumi a disposizione».

NUOVE TECNOLOGIE: INEVITABILI?

Ma possiamo davvero pensare che la scuola possa fare a meno delle tecnologie digitali? «È evidente a tutti che bisogna farci i conti» ammette Adolfo Scotto Di Luzio. «Non fosse altro per il fatto che computer e telefonini fanno parte dello scenario esistenziale quotidiano di giovani e giovanissimi. Ma bisogna chiedersi se la scuola debba confermare gli studenti nella media dei loro consumi quotidiani o non debba, piuttosto, porsi il problema di portarli a un livello superiore di consapevolezza culturale, di sé e del mondo. Se la questione è impostata in questi termini, è allora possibile porsi la domanda giusta: quali sono i contenuti culturali in grado di sostenere la conquista individuale e collettiva di questo livello più alto di coscienza? Educare significa dare forma, plasmare. Si può pensare che questo possa avvenire tramite strumenti, e ribadisco strumenti, elettronici? Conoscere non è accedere a un tesoro di cui ci manchi la chiave e per il quale basti semplicemente avere il computer più potente. Conoscere è ritagliare in modo originale una porzione di realtà e mostrarla da un punto di vista inedito. Per fare questo ho bisogno di strumenti intellettuali, di concetti e categorie per organizzare i dati della mia ricerca. È, alla fine, un problema di linguaggio».

«Posso concordare sul fatto che le tecnologie digitali siano pericolose» provoca Roberto Maragliano. «Ma pericolose per che cosa? Sicuramente pericolose per l’attuale assetto della scuola. La scuola è sempre stata il luogo in cui si impara a leggere, scrivere e fare di conto. È un apprendimento legato anch’esso a una tecnologia, quella della stampa. Il digitale apre anche ad altre dimensioni: ascoltare, vedere, operare. Assistiamo al contrasto tra un pensiero stabile, verificato, strutturato e una nuova cultura mobile, dinamica, interattiva».

Un contrasto insanabile, secondo Maragliano. «La scuola tradizionale non può resistere ancora a lungo, è troppo lontana dalla realtà. Bisogna avere il coraggio di introdurre le nuove tecnologie sapendo che, una volta introdotta, la cultura digitale è eversiva dell’ordine». Il nuovo ordine, conclude Maragliano, sarà radicalmente diverso.

Il digitale presuppone infatti una dinamica di apprendimento di gruppo tramite la collaborazione, mentre la scuola odierna cerca di isolare gli alunni vietando di suggerire e di copiare. Non avrà senso neppure l’orario, perché è difficile quanti care e suddividere un apprendimento basato su individuare, cercare, cogliere, organizzare. E non reggerà neppure la separazione nelle diverse materie disciplinari: se sto chattando con uno studente americano sulle stelle nane sto studiando sica o inglese?

«Difficile dire chi abbia ragione» riconosce Andrea Benassi, ricercatore all’Indire. «È una questione per certi versi sterile. Qualsiasi nuovo media ha avuto il problema di doversi accreditare rispetto alla cultura precedente. Nell’Ottocento i romanzi venivano guardati con sospetto perché erano fiction, non reali. Esattamente come ora molti guardano con sospetto alla realtà virtuale. Spesso queste critiche sono frutto della prevenzione, dovuta anche al fatto che la maggior parte degli insegnanti ha una preparazione pre-digitale e fatica a implementare le nuove tecnologie».

TABLET AL POSTO DEL LIBRO?

Tra apocalittici e integrati molti cercano una ragionevole via di mezzo. L’idea che la tecnologia digitale sia per sua natura eversiva della cultura tradizionale viene rigettata. E se è vero che spesso l’uso di una tecnologia risulta trasformativo per la scuola, nel senso che non può banalmente venire “appoggiato” su una pratica consueta, è altrettanto vero che in molte situazioni vecchio e nuovo sembrano convivere pacificamente.

«Occorre davvero ribaltare il nostro metodo didattico?» si chiede Benassi. «Può essere utile ma non è poi necessario. Ad esempio, si può tranquillamente superare l’adozione di un libro di testo unico garantendo agli studenti l’accesso a una libreria di testi digitali da cui attingere le informazioni. Una sorta di Spotify dei libri di testo. Ma sempre di libri stiamo parlando, non sarebbe una trasformazione radicale».

Lorenzo Guasti, suo collega ricercatore all’Indire, concorda: «L’istituto in quasi un secolo di storia si è sempre posto in maniera moderata. Promuove le nuove tecnologie, ma non sentenzia una rivoluzione veloce. Affianchiamo alla didattica tradizionale attività alternative. In classe ci deve essere il tablet ma anche il libro, dipende da quello che devo fare».

«L’idea che il tablet debba subentrare in toto al libro di testo è un’idea assolutamente estremistica» concorda Silvano Tagliagambe, filosofo della scienza ed esperto di modelli didattici. «È evidente che dietro alle nuove tecnologie ci sono linguaggi che hanno caratteristiche differenti dallo scrivere e leggere. Sono linguaggi discontinui, sintatticamente diversi dalla lettura e scrittura. La scuola non può ignorarli, al contrario: deve insegnarli tutti. Però nessuna persona di buon senso giudicherebbe positivo che questi linguaggi subentrino totalmente alla lettura e scrittura: ne risulterebbe un impoverimento assurdo».

Il linguaggio computazionale, ad esempio, è utilizzato sempre più nelle scuole, a partire da quella dell’infanzia. È in sostanza il linguaggio della programmazione. Apprenderlo signifIca imparare a immaginare un compito e spacchettarlo nei suoi vari sub tasks ovvero nelle varie, dettagliate azioni necessarie per portarlo a termine. Insegna a mettere tutto in un ordine logico e consequenziale.

«Pensare però che possa sostituire l’intero pensiero umano non ha senso» osserva Fiorella Operto, presidente della Scuola di Robotica. E la sua non è una battaglia contro i mulini a vento, dal momento che c’è chi promette di insegnare qualsiasi materia curriculare grazie al linguaggio computazionale.

«Con i linguaggi formali siamo sempre all’interno di sistemi chiusi» concorda Silvano Tagliagambe. «Ma noi viviamo in una società aperta: abbiamo bisogno anche di linguaggi aperti. Il robottino è vincolato, si muove in un contesto chiuso seppure ricchissimo. L’intelligenza di un bambino deve invece poter creare nuovi contesti, vedere e pensare altrimenti».

«C’è la convinzione, sbagliata, che la tecnologia possa sostituire funzioni educative da sempre affidate a relazioni interpersonali» ammonisce Benedetto Vertecchi. «Quando si propone di utilizzare i computer per un processo di apprendimento, non ci si rende conto che quella proposta è spesso più povera di quella che può avvenire attraverso l’interazione tra insegnante e allievo».

L'INSEGNANTE RESTA AL CENTRO

La chiave di volta per una corretta introduzione nella didattica delle nuove tecnologie potrebbe dunque essere, ancora una volta, la centralità dell’insegnante: la sua preparazione, la sua esperienza, le sue motivazioni.

«L’insegnante diventa un mèntore» conferma Andrea Benassi «e il suo ruolo resta importantissimo. In questo momento non può essere sostituito da alcuna macchina e non saprei neppure se augurarmelo per il futuro».

«Oggi i ragazzi sono poco sollecitati da una didattica che non sa aggregarli, stimolarli» insiste Roberto Maragliano. «Occorre introdurre seriamente le dimensioni dell’ascoltare, vedere, operare, stare insieme». Tanto più che le nuove tecnologie sembrano aiutare soprattutto nei casi più difficili: pensiamo alle straordinarie opportunità che il digitale offre alle piccole scuole, che possono superare l’isolamento connettendosi con altri istituti e collaborando, ad esempio, alla redazione di un testo online.

«Noi abbiamo usato la robotica educativa in un Itis in provincia di Bergamo dove alcuni ragazzi erano sull’orlo dell’abbandono scolastico» racconta Fiorella Operto. «I ragazzi si sono appassionati, hanno lavorato giorno e notte sui robot e hanno recuperato». «È giusta la posizione di coloro che sostengono che attraverso lezioni costruite sui tablet, introducendo video, suoni eccetera riescono a interessare meglio i loro studenti» ammette Silvano Tagliagambe. «Anche qui in Sardegna c’è una piattaforma Iscol@, con un archivio di lezioni digitali di indubbio interesse. Ma questo tipo di esperienza può essere significativa se lo studente ha già in mente una struttura che gli viene dal libro di testo.

Quanto più è ricca la cassetta degli attrezzi con cui io mi presento a risolvere un problema tanto
trovare». Soprattutto, gli alunni devono diventare i veri protagonisti del processo di apprendimento. E la regola aurea per ottenere questo è sempre quella di Maria Montessori: devono fare, imparare attraverso l’esperienza diretta. Solo che fare al giorno d’oggi implica non tanto l’uso di martello e seghetto, quanto l’utilizzo di programmi di realtà aumentata, kit robotici, stampanti 3D.

«Una conoscenza plasmata attraverso la costruzione e non solo attraverso la fruizione» spiega Andrea Benassi. «Ora i nuovi media rendono possibile la costruzione in maniera molto più semplice di prima. Per imparare la chimica sarebbe bello poter fare esperimenti ma non tutte le scuole dispongono di un laboratorio. Però con la realtà virtuale posso costruire il laboratorio dei sogni e sperimentare di tutto, in maniera diretta anche se non sica. Ed è decisamente più economico».

La tecnologia digitale permette di andare oltre la rappresentazione, che finora è stata utilizzata nell’apprendimento. «Per comprendere il ciclo dell’acqua posso disegnarlo, e senza dubbio la rappresentazione mi aiuta. Ma se potessi costruirlo lo comprenderei meglio» continua Benassi. «Otterrei una competenza più radicata perché esperita».

TECNOLOGIE OBSOLETE?

Alcune proiezioni stimano che la metà dei ragazzi di oggi nel 2030 saranno chiamati a svolgere mestieri che ora neppure esistono. La scuola potrebbe prepararli meglio adottando le nuove tecnologie?

«Nella modernità i giovani hanno sempre fatto cose che i loro padri nemmeno immaginavano» chiosa Adolfo Scotto Di Luzio. «Se la scuola potesse anticipare il futuro, questo semplicemente smetterebbe di essere tale. Il compito della scuola è un altro: dotare i giovani di un linguaggio culturale sofisticato per leggere il mondo e le sue trasformazioni».

Il problema è che le nuove tecnologie sembrano invecchiare in fretta, a volte non “reggono” neppure per la durata di un ciclo scolastico. «Quello che posso escludere» taglia corto Benedetto Vertecchi «è che si investa in qualcosa che nel giro di una, due generazioni non esiste più. Questa non è educazione, è un addestramento momentaneo. Gli insegnanti devono pensare in una prospettiva a lungo termine. Quello che conta è ciò che resta per tutta la vita, che non si consuma nel breve tempo di durata di un’innovazione tecnologica».

Tutto questo è vero, ma la scuola è chiamata a confrontarsi con una realtà che è essa stessa in continuo movimento. «Non è una caratteristica specifica solo della tecnologia quella di essere in rapida evoluzione» ammonisce Andrea Benassi. «È un problema che riguarda l’intera nostra società».

E se le tecnologie invecchiano in fretta, la scuola allora dovrebbe preparare i bambini a inventarne di nuove un giorno. «A noi non interessa la macchina, interessa il processo» spiega Lorenzo Guasti. «Se un bambino comprende il ciclo Think Make Improve (Pensare, Fare e Migliorare) per affrontare qualsiasi tipo di problema, quando la stampante 3D sarà obsoleta magari sarà in grado di applicarlo in nuovo contesto».

«Alla Scuola di Robotica» conclude Fiorella Operto «abbiamo constatato che i migliori “robotici” sono le persone che hanno studiato al liceo classico. Perché hanno una cultura completa, non sono stati deprivati di una parte importante del sapere umano: quella letteraria, filosofica, storica. Serve una cultura immensa e complessa per immaginare un nuovo mondo. Immaginare è vedere ciò che non esiste ancora.
È andare oltre l’esistente. Pensare in grande».