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La lezione di Bernardi: l’importanza di educare alla libertà

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La lezione di Bernardi: l’importanza di educare alla libertà
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Pediatra e judoka esperto, Marcello Bernardi è entrato in tante case italiane con il suo libro più famoso "Il nuovo bambino".

Per noi bambini andare nell’ambulatorio di Marcello Bernardi era un evento. Un incontro speciale che sempre ci riempiva di meraviglia. Innanzitutto per la figura del grande pediatra: asciutto, la barba ispida già imbiancata, gli occhi severissimi sotto le lenti tonde con la montatura dorata.

Ricordo particolarmente le mani ossute: ignorando gli adulti, salutava per primi noi piccoli, con una stretta talmente vigorosa da farci male. E ci guardava dritto negli occhi, da pari a pari. Invece che intimiditi, come forse sarebbe stato logico, ci sentivamo orgogliosi di questa speciale attenzione nei nostri confronti. E pieni, da subito, di una inspiegabile fiducia, totale, nei suoi confronti. Era il nostro amico.

Marcello Bernardi ha trascorso la sua vita dalla parte dei bambini. Una scelta di campo drastica, rigorosa, senza mai una sbavatura di condiscendenza verso gli adulti. Nato nel 1922 a Rovereto e morto nel 2001 a Milano, è stato specialista in clinica pediatrica, docente di puericoltura all’università di Pavia, professore di auxologia nell’ateneo di Brescia, judoka esperto.

Il suo libro più famoso, Il nuovo bambino, edito nel 1972 da Rizzoli, è entrato nelle case di buona parte delle famiglie italiane dagli anni Settanta in poi. Un milione e mezzo di copie vendute, innumerevoli edizioni e ristampe, ancora oggi questo manuale è acquistato da tanti genitori che lo considerano un testo finora insuperato.

IL BAMBINO AL CENTRO

Per Bernardi curare i bambini significava mettere al centro i loro diritti, garantirne non soltanto una crescita sana ma anche uno sviluppo completo e felice della loro personalità. Per questo è stato soprattutto un grande pedagogo libertario.

“Quella irriducibile speranza che si chiama libertà credo nasca soprattutto dall’educazione” spiegava a Cesare Barioli, nel libro Marcello Bernardi e il judo (Vallardi). “Se ne possono dare mille definizioni ma è difficile, forse impossibile, esprimerne l’essenza. Penso comunque che l’uomo educato, e solo lui, sia veramente libero. Libero dalle prevaricazioni di un qualsiasi sistema, libero dal ricatto, dalla paura e dal bisogno. E se potessi tentare di tradurre questa mia convinzione in parole, direi che un essere umano è educato quando ha imparato a superare il suo egocentrismo, a entrare nell’universo e a far entrare l’universo in se stesso, a non misurare gli altri uomini e le cose sulla propria misura e a non misurare la propria persona sui codici del mondo. In breve, per usare una parola scomoda, quando sa amare”.

LIBERTÀ DI ESSERE CIÒ CHE SI VUOLE

Marcello Bernardi ha sempre ripudiato un’educazione autoritaria. E lo ha fatto alla radice, contestando l’idea che educare significhi trasformare un bambino, forgiarlo affinché corrisponda a un ideale concepito da sé o imposto dalla società. Al contrario, l’educazione libertaria proposta dal grande pediatra è improntata sul pieno rispetto del bambino, della sua personalità, dei suoi diritti.

“Educare viene da ex-ducere, cioè far venire fuori, non mettere dentro, tantomeno delle regole” scriveva Bernardi in Educazione e libertà (De Vecchi). “Quindi l’educazione di per sé nega la norma. Educare è favorire in tutti i modi possibili una felice crescita di una persona, e non dello Stato o della religione cui appartiene”. Scopo dell’educazione, secondo Bernardi, non è dunque quello di rendere una persona “socievole, colta, capace, amichevole, generosa, creativa, intraprendente, o altro. È soltanto quello di non impedirle di essere quello che vuole”.

Da questa prospettiva, la scuola appare a Bernardi come “una delle organizzazioni più bieche e devastanti della nostra società. Un miscuglio di violenza, di ricatto, di paura e di burocrazia”. Non ce l’aveva con gli insegnanti, che ha sempre difeso da attacchi troppo generalizzati. La sua critica era piuttosto rivolta al sistema, rimasto sostanzialmente invariato, a suo giudizio, dai tempi del fascismo. “Tanta burocrazia, voti, compitini, pagelle ma soprattutto feroce competizione fra i bambini” commentava il pediatra.

“Il sistema scolastico fa di tutto per tracciare una chiara linea di demarcazione fra l’area dei remissivi
e quella dei sediziosi. I bambini vengono divisi in categorie: i migliori, quelli così così e recuperabili, e i peggiori. I migliori sono quelli bene ammaestrati, gli indottrinati, i manipolabili, quindi i fidati. Se vuole ottenere l’approvazione e il plauso degli adulti, il bambino è costretto a darsi da fare, in qualsiasi maniera, per entrare nella categoria degli eletti. È così che nasce quel flagello scolastico che è la competizione. I compagni di scuola non sono più dei compagni, ma della gente da battere nella corsa verso il successo. Un gioco stupido e disumanizzante che durerà per tutta la vita”.

Il problema maggiore della scuola, secondo Bernardi, è la noia. “I bambini entrano a scuola con l’entusiasmo della novità e nel giro di qualche settimana ne sono già nauseati. Ora, non è semplicemente possibile imparare nulla se ci si annoia”. La scuola, nota Bernardi, sostituisce il piacere di sapere con il dovere: “Ma ai bambini e ai ragazzi del dovere non gliene importa nulla. Non sanno neppure che cosa sia. Loro cercano il piacere, il gioco, la distrazione, a meno che non siano ammalati”.

Per tanti anni, instancabile, ha denunciato lo sfruttamento e l’oppressione dei bambini nei Paesi del cosiddetto "Terzo Mondo", ma anche a casa nostra. L’apparente paradiso in cui vivono i nostri piccoli è ben lontano dal garantire loro ciò di cui hanno effettivamente bisogno.

TRA AUTORITÀ E PERMISSIVISMO

Bernardi nota che il permissivismo non è che l’altra faccia della medaglia dell’autoritarismo. Tanto l’educatore autoritario quanto il permissivo pensano di avere il diritto di dirigere la vita dell’educando.
“Il permissivo, tutto sommato, è un autoritario incapace di farsi obbedire” scrive nel libro L’infanzia tra due mondi. La condizione dell’infanzia attraverso il tempo e lo spazio (Fabbri).

Bernardi spiega che il genitore permissivo è quello che concede permessi, abbandonando il bambino a se stesso e rinunciando a qualsiasi responsabilità educativa. Si tratta pur sempre di un rapporto di dominio, seppure invertito. È il bambino che sottomette l’adulto, e questa condizione con tutta probabilità è ancora più pericolosa per la sua crescita. Il bambino, un tempo trascurato, è oggi curato fin troppo, quasi costretto a essere sempre felice.

“I genitori di una volta si preoccupavano troppo poco di essere dei buoni genitori. Quelli di oggi se ne preoccupano fin troppo, e per questo diventano ansiosi, insicuri, cercano l’aiuto dell’esperto senza tuttavia che ciò li sollevi almeno un po’ dalla loro responsabilità schiacciante. Il risultato è che i bambini diventano non meno nevrotici dei genitori, avendo paura di tutto e di tutti, a meno che non si ribellino”.

Nella prefazione al suo Gli imperfetti genitori (Rizzoli), Marcello Bernardi confidava di aver letto in un libro di Maria Fida Moro una frase che egli definiva come una sorta di bandiera nazionale per il nostro Paese: “Io amo i bambini in genere e l’infanzia tutta poiché la trovo incantevole”.

“Io no” scriveva Bernardi. “La trovo tragica. Non amo i bambini per il loro incantevole fascino, sono contristato per la loro condizione. Quindi mi metto dalla loro parte. Per mestiere, ovvero d’ufficio”.