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Intervista a Enzo Bianchi: l’umanità del maestro

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Intervista a Enzo Bianchi: l’umanità del maestro
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Al fondatore della comunità di Bose, studioso e attento osservatore del contemporaneo, abbiamo chiesto che cosa pensa della scuola di oggi.

Quando lo ascolti hai la sensazione di trovarti di fronte a un vecchio saggio. Per incontrare Enzo Bianchi, monaco laico e fondatore della comunità di Bose, bisogna lasciare alle spalle il caos della quotidianità per immergersi nel silenzio di questa frazione dispersa sulla Serra di Ivrea (Torino).

Fratel Enzo, nato 76 anni fa a Castel Boglione (Asti), vive qui dal 1965 condividendo la sua vita con altri 80 fratelli e sorelle che negli anni si sono uniti a lui per intraprendere il suo stesso percorso di lavoro, preghiera e studio. Opinionista e recensore per diversi quotidiani, Bianchi ha un occhio vigile sugli accadimenti del nostro Paese e su ciò che avviene nel mondo. La sua comunità ogni anno, nello spirito d’accoglienza che la caratterizza, ospita decine di insegnanti che partecipano ai corsi biblici, e non solo. Noi lo abbiamo raggiunto nel suo monastero per riflettere con lui sul senso profondo dell’insegnare oggi.

Che ricordo hai della scuola?
«Ho avuto insegnanti straordinari, molto attenti nei miei confronti. Devo a loro l’insegnamento del greco, del latino e poi ho avuto un professore di lettere che mi ha insegnato il russo, in ore supplementari alla scuola. Questo mi ha dato una formazione classica che mi ha permesso di conoscere il mondo greco e latino. E poi a 14 anni sono stato in grado di leggere in russo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij e aprirmi alla letteratura russa. Questo professore è stato un grande maestro, uno che mi ha impresso un segno. Ho un ricordo straordinario di questi docenti che avevano una capacità d’insegnamento delle loro materie e del loro mondo tale da essere ricordati come veri insegnanti, cioè coloro che sanno formare, lasciare il segno, creare discepoli».

Che cosa significa insegnare?
«Insegnare non significa solo dare nozioni, ma formare una persona, farne un discepolo per poi aiutarlo a essere libero e autonomo dal maestro stesso. Farlo crescere all’interno di una vita umana molto ricca e piena. Questo hanno fatto per me i miei insegnanti».

Ed educare?
«È far uscire le strade che uno è portato a percorrere e aprirgli altri orizzonti. Scoprire a 15 anni il mondo russo è stato un dono che mi ha toccato per sempre. A 13 anni mi facevano scrivere i temi in latino: veniva trasmesso un vero umanesimo non semplicemente delle nozioni e una lingua».

Anche nei monasteri è presente la figura del maestro. È il magister. Che cosa fa esattamente?
«Il magister è colui che ti educa e che ti sa dire una parola, ti sa fare un segno, indicare un orientamento perché tu lo percorra e ti aiuti a uscire da quelle che sono le strade della quotidianità. Il magister ti dà orizzonti impensabili per te, ti apre, ti fa uscire. Proprio come dice il verbo “educere”, portare fuori da percorsi normali per farti scoprire altri orizzonti».

Quali caratteristiche deve avere oggi un maestro?
«Innanzitutto non deve solo essere competente della sua materia, ma essere un esperto di umanità. Se uno non lo è non riesce a fare una trasmissione, a dare qualcosa al discepolo. La seconda cosa è essere assolutamente una persona capace di “eros”, nel senso nobile del termine. Insegnare è qualcosa di erotico perché è una trasmissione non solo intellettuale ma la si fa con tutto ciò che si vive. Dicevano i rabbini che Eliseo imparò da Elia non solo semplicemente dalla sua predicazione, ma lavandogli le mani, in un’intimità che bisogna percorrere insieme e che coinvolge totalmente il discepolo».

Che rapporto hai avuto con gli studenti?
«Ora vedo raramente i ragazzi. Quando ho insegnato in una scuola ebraica ho avuto un rapporto straordinario, poi l’ho avuto insegnando all’Università San Raffaele di Milano con i ventenni. È stato un rapporto coinvolgente che ha creato cammini di amicizia. I ragazzi del San Raffaele vengono ancora a trovarmi, cercano di incrociarmi. E ancora gli allievi che ho avuto nella scuola ebraica che hanno ormai 70 anni mantengono il rapporto con me perché non era solo un legame dovuto all’insegnamento delle materie, ma era qualcosa di molto umano che ci legava e ci faceva camminare insieme».

Da maestro hai mai commesso un errore?
«Qualche volta non ho accettato certi cammini che i miei discepoli facevano anche su strade sbagliate. Forse avrei dovuto dare più fiducia, così che anche di fronte alle cadute avrebbero potuto riprendersi».

Chi sono stati i tuoi maestri di vita?
«Sono stati grandi figure che mi hanno fatto da padri spirituali come il cardinale Michele Pellegrino, il priore di Taizé Roger Schutz, noto semplicemente come "frère Roger". Ma dico sempre che ho avuto anche piccoli maestri: un girovago che veniva qui a Bose a passare il mese di gennaio quando io vivevo in monastero ancora da solo. Un altro era un contadino del Monferrato che sono andato a trovare finché era vivo. Da lui ho imparato non solo il rapporto con la natura, la campagna e il lavoro della terra ma anche una saggezza che altri maestri non mi hanno dato. Il rapporto con la vita, con i boschi, con gli alberi. Attraverso l’orto mi ha trasmesso una sapienza tra le più preziose che porto con me».

C’è un libro che consiglieresti a un insegnante?
«Un libro che non ho mai smesso di leggere: Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer. E poi i I fratelli Karamazov».

Come dovrebbe essere oggi la scuola?
«Purtroppo ho l’impressione che sia un luogo nel quale gli insegnanti danno parecchie informazioni, ma manca il rapporto tra maestro e discepolo che invece dal mondo greco e da tutta l’antichità e poi attraverso il Medioevo, nella vita monastica e universitaria, era decisivo. È quel rapporto in cui si impara a vivere».

Intervista rilasciata prima dell'emergenza sanitaria da coronavirus

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