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Intervista ad Andrea Crisanti: imporre la mascherina per salvare la scuola in presenza

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Intervista ad Andrea Crisanti: imporre la mascherina per salvare la scuola in presenza
Ipa-agency

Intervista al virologo che ha gestito (e contenuto) la prima ondata di Covid-19 in Veneto. Tra problemi di tracciamento e scelte discutibili la scuola riuscirà ad andare avanti? Ecco cosa ci ha detto...

Come si fa a fare scuola senza zaini, libri, quaderni, astucci, matite, biro? Eppure questa è l'indicazione data da alcuni istituti comprensivi che hanno interpretato in maniera draconiana le norme anti Covid e hanno quindi vietato agli alunni di portare in classe qualsiasi materiale scolastico.

«Questo è inutile, l'impatto di queste norme è zero, mi creda». L'opinione è quella di un esperto. Anzi, di un super-esperto come Andrea Cristanti, il virologo che da solo ha contenuto la prima ondata dell'epidemia in Veneto, professore di Microbiologia e direttore del Dipartimento di Medicina molecolare dell'Università di Padova e direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Azienda Ospedaliera della stessa città.

«È chiaro che gli alunni possono portarsi da casa quanto occorre per fare lezione. L'importante è che non si scambino mai gli oggetti. Se un bimbo però ha dimenticato l'astuccio, l'insegnante può certamente prestargli una matita, dopo averla sanificata. Da una parte abbiamo l'esagerazione, dall'altra invece la sottovalutazione del problema. Perché a scuola implementiamo le misure più severe immaginabili, poi al suono della campanella i ragazzi escono e fanno quello che gli pare... Questo vanifica gli sforzi fatti e crea una serie di contraddizioni perché poi il ragazzo pensa che sia tutto inutile quello che fanno a scuola».

E non è vero?

«No, non è inutile. Però io ho sempre sostenuto che il problema non è tanto introdurre o meno regole rigide a scuola, quanto trovare il modo di non fare entrare i positivi. Bisognerebbe trasferire tutte le misure che si applicano a scuola anche fuori dalla scuola».

Effettivamente genitori e insegnanti sono molto perplessi. Ad esempio, le regole applicate dalle società sportive nelle quali i ragazzi svolgono le attività pomeridiane sono molto più blande di quelle che si applicano nelle palestre delle scuole. E il paradosso è che se un bambino viene trovato positivo scatta immediatamente la quarantena per i compagni di classe ma la quarantena per i compagni di calcetto arriva con molti giorni di ritardo e spesso non viene neppure disposta.

Non è più pericoloso correre e sbuffare accanto a un positivo piuttosto che sedere nel banco a fianco, distanziato?

«Lei ha perfettamente ragione, sicuramente è così. I compagni di calcetto sono molto più a rischio dei compagni di scuola. Le posso dire una cosa? Nessun sistema sanitario e tantomeno quello italiano è in grado di fare il tracciamento per più di qualche migliaio di casi al giorno. Siamo ormai al totale collasso del sistema di tracciamento».

E allora cosa possiamo fare?

«Servirebbe un messaggio chiaro ai dirigenti scolastici, agli insegnanti e alle famiglie: agite con prudenza, se anche l'Ats non vi ha ancora inviato l'ordine di quarantena state comunque a casa se avete avuto contatti con un positivo. Non ci sono altre possibilità, il sistema di tracciamento è completamente saltato».

Molte scuole vietano le borracce e ammettono soltanto bottigliette di plastica.

«Questo dal punto di vista epidemiologico non comporta alcuna differenza se non parecchia plastica in più. Il problema è che molti dirigenti scolastici adottano un atteggiamento difensivo, nel senso che non vogliono problemi e nel caso in cui alcuni alunni si infettino vogliono dimostrare che la scuola ha eseguito tutto alla lettera».

I bambini piccoli spesso hanno bisogno di un contatto fisico: magari scoppiano a piangere, oppure si azzuffano con un compagno e vanno divisi... Alcune scuole hanno deciso di applicare ai maestri delle prime classi il protocollo previsto per gli insegnanti di sostegno: oltre alla mascherina, la visiera e i guanti per poter toccare i bambini. Altre scuole invece vietano qualsiasi contatto.

«Guardi se uno si mette la mascherina, i guanti, la visiera e lo fa in modo corretto non si infetta. I pazienti Covid vengono gestiti più o meno così».

Tutte le scuole indicano le mascherine chirurgiche come preferibili e alcune come obbligatorie rispetto a quelle di comunità...

«Il problema è che nessuno sa se queste mascherine di comunità funzionano o meno, non ci sono studi e poi sono tutte diverse una dall'altra, non hanno degli standard. È questa la ragione per la quale non sono raccomandate».

Alcuni istituti secondari superiori hanno reso obbligatoria la mascherina per gli studenti anche quando sono seduti al loro banco. È utile? Sarebbe opportuno che facessimo tutti così, anche alla primaria e alla secondaria di primo grado?

«La mascherina sempre in classe è la cosa migliore, io l'ho detto fin dall'inizio ma sono andati avanti così, sono impermeabili, mi creda. Se c'è una cosa che è emersa durante tutta questa pandemia è proprio la mancanza di flessibilità nella risposta. Non sarebbe stato meglio imporre a tutti la mascherina e spendere soldi invece per mettere delle telecamere fuori dalla scuola in modo da poter individuare chi si assembrava senza la mascherina e non farlo entrare in classe il giorno successivo?».

Andrea Crisanti aveva proposto anche di non affidare alle famiglie la misurazione della temperatura in ingresso. Sarebbe stato certamente meglio dargli retta: è esperienza comune tra presidi e insegnanti il bimbo che in classe confessa candidamente che la mamma gli ha dato la Tachipirina quella mattina perché aveva qualche linea di febbre.

Altro tema caldo sono i trasporti: qualcuno vorrebbe imporre la Didattica A Distanza per le superiori in modo da alleggerire i mezzi pubblici che in questo momento sono sovraffollati e non garantiscono affatto l'opportuno distanziamento. Però andare a scuola di persona è importante, anche per i ragazzi più grandi.

Non si potrebbe scaglionare gli ingressi, fare entrare i liceali alle 10 del mattino ad esempio?

«Lo dice lei agli insegnanti che devono cambiare orario? Guardi è tutta una contrattazione tra gruppi di interesse. Sarebbe stato più ragionevole aprire le scuole soltanto in un distretto, per una sperimentazione, per verificare se le misure pensate funzionavano davvero. Per quanto riguarda i trasporti, invece che parlare di capienza visto che nessuno sa quale sia la capienza che ha un impatto sul virus, si dovrebbe imporre a tutti la mascherina chirurgica, o la ffp2. Questo potrebbe aiutare, perché se tutti indossano una mascherina efficace e la indossano bene, funziona».

Quando un bambino accusa sintomi a casa, tutto dipende dal pediatra e dalle famiglie. I genitori in teoria devono contattare il medico ma potrebbero anche non farlo e autocertificare il rientro a scuola. Poi ci sono pediatri che prescrivono sempre il tampone e pediatri che non lo prescrivono affatto...

«Io penso che queste direttive siano il risultato della scarsa conoscenza dell'epidemia e della malattia. Bisognerebbe differenziare la procedura per i bambini da quella per gli adulti perché trovare un bambino al di sotto dei 10 anni positivo è una cosa rarissima. Anche se si ammalano di Covid i bambini si ammalano per mezza giornata, un giorno al massimo dopodiché il tampone immediatamente diventa negativo. Trovare un bambino positivo è veramente difficile, mi creda. Magari se la febbre persiste qualche giorno in più allora vale la pena di fare il tampone. Altrimenti, in presenza di una sintomatologia respiratoria è bene che il bambino se ne stia a casa finché non gli passa».

Quando si segnala un caso positivo a scuola la classe intera va in quarantena. Quando andrebbe eseguito il tampone su tutti i compagni?

«Il momento migliore è due giorni dopo, tenuto conto del periodo di latenza. E non va fatto il tampone rapido, non ha la sensibilità giusta».

Sarebbero utili tamponi a tappeto sulle scuola, a rotazione?

«Sì, certamente, e in questo caso invece andrebbe utilizzato il tampone rapido. Ha meno sensibilità ma la cosa importante è capire se c'è trasmissione, avere un quadro d'insieme».

Tutte le scuole seguendo le indicazioni del MIUR, consigliano di scaricare la App Immuni. È davvero utile?

«Potenzialmente sì ma anche la App Immuni deve essere sostenuta da una capacità di tracciamento e da una capacità di eseguire tamponi in numero sufficiente. L'App Immuni serve se abbiamo 4/5mila casi al giorno ma se si arriva a 20mila casi non serve a niente. Anche qui, avrebbero dovuto eseguire delle simulazioni per capire qual è il livello di efficacia della App, qual è il suo impatto».

Secondo il ministro Lucia Azzolina la riapertura delle scuole ha avuto un impatto residuale sull'aumento dei contagi: è d'accordo?

«Questa è una cosa di fantasia. È un dato completamente falsato dal fatto che nella scuola la maggior parte dei bambini sono completamente asintomatici. Se io ho 10 bambini positivi sintomatici, contando che i sintomatici tra i bambini sono l'1%, questo vuole dire che in realtà i contagi sono mille».

Insomma... ce la caviamo?

«Mah. Non è che sono pessimista, è che non vedo le cose fatte nel modo giusto, vedo queste misure che in dialetto romano si direbbero accrocchiate, appiccicate lì senza capirne l'impatto. C'è stata una strumentalizzazione politica della gestione dell'epidemia perché ci si è resi conto che porta voti e allora si sono introdotti altri criteri. Io penso che prima o poi si arriverà alla chiusura e alla DAD se si continua così purtroppo. Non basta rispettare le regole a scuola, dobbiamo farlo anche fuori altrimenti stiamo solo perdendo tempo».