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Giuseppe Paschetto: il prof ecologista e un po’ scienziato

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Giuseppe Paschetto: il prof ecologista e un po’ scienziato
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Con i suoi alunni progetta, inventa e si batte per l’ambiente. Ed è stato tra i 50 insegnanti finalisti del Global Teacher Prize.

Ore 11. I ragazzi si presentano in palestra per la lezione di matematica. Il prof Paschetto li divide: ai maschi consegna cartelli con numeri e segni di operazione. Alle femmine cartelle con le incognite x e y.

Poi poggia per terra una scopa che fungerà da segno di uguaglianza e dispone gli studenti a destra e a sinistra
della scopa... e via!

Il gioco, pardon, il compito è formulare un’equazione e risolverla. Le risate degli alunni sono musica per le orecchie del professore. Giuseppe Paschetto ritiene infatti che divertimento e apprendimento possano, anzi, debbano andare insieme. «Non c’è nulla di più divertente dell’imparare» dice. E a 63 anni si sveglia ogni mattina ancora contento di insegnare. Forse per questo è stato tra i 50 finalisti che a marzo si sono contesi il Global Teacher Prize, premio da un milione di dollari assegnato dalla Varkey Foundation al miglior insegnante del mondo.

«Ho passato tutta la mia vita professionale in questa scuola media a Mosso, un piccolo comune piemontese della provincia di Biella, soppresso il 1° gennaio scorso per dare vita al nuovo Comune di Valdilana. Non pensavo affatto di definire dietro una cattedra: mi sono laureato in chimica con l’intenzione di lavorare in un laboratorio» racconta Paschetto. «Ma poco prima della laurea sono stato chiamato per una supplenza in una classe media. Ci sono entrato certamente emozionato ma non spaventato. Piuttosto, curioso per quella che sarebbe stata l’accoglienza dei ragazzi. Ho subito proposto di fare lezione in giardino e me li sono immediatamente conquistati».

Da quel giorno ha compreso che il suo destino sarebbe stato quello di insegnare. E di conquistare generazioni di ragazzini, giorno dopo giorno.

METTERSI IN GIOCO QUOTIDIANAMENTE

«Con i miei allievi ho sperimentato di tutto» spiega. «Dalle equazioni corporee alla matematica emozionale. La sperimentazione aiuta a fissare i concetti nella memoria a lungo termine. Non inizio mai una lezione spiegando qualcosa. Piuttosto, propongo un compito, un obiettivo: può essere una ricerca da fare sul territorio, un edificio della città da misurare, un gioco da tavolo da progettare, un’attività di movimento. I ragazzi si lanciano con entusiasmo nella sfida. Io poi entro in gioco alla fine, quando bisogna trarre le conclusioni di carattere generale e sistematizzare le conoscenze acquisite».

Certo, ci vuole del coraggio... «Sì, coraggio e voglia di faticare. Lavoro moltissime ore al di fuori dell’orario scolastico per preparare le mie lezioni. E indubbiamente scegliendo sempre di sperimentare mi è successo più volte di sbagliare. È normale, basta accettarlo e farne tesoro».

EDUCAZIONE E AMBIENTE

Oltre ad aver formato un gruppo alpinistico scolastico che si ritrova la domenica per fare passeggiate sui monti della valle di Mosso, ha anche lavorato con la classe per migliorare il territorio: ad esempio, le fontanelle che funzionano a energia solare progettate dai ragazzi ora dissetano i frequentatori dei parchi cittadini. I contenitori per rifiuti costruiti dagli alunni permettono alla scuola di riciclare il 90% del pattume.

«Mi piace che abbiano attenzione per l’ambiente» spiega il professore. E sono molto orgoglioso dell’iniziativa che ha portato al salvataggio dell’isola di Budelli, nel parco naturale della Maddalena, in Sardegna. Hanno fatto tutto i ragazzi, lanciando una campagna di crowdfunding così efficace da essere chiamati a illustrarla all’Università Cattolica di Milano».

In seguito a questa campagna, lo Stato ha deciso di intervenire mettendo al sicuro l’isola dagli appetiti privati. Un genere di intraprendenza, quella dimostrata dai ragazzi di Mosso, che qui viene continuamente incoraggiata. «Abbiamo studiato il packaging degli alimenti da un punto di vista ecologico e i miei studenti hanno inventato il “kuburro”, un panetto cubico, anziché a forma di parallelepipedo. In questo modo si risparmia parecchio sulla superficie di imballaggio. Lo hanno proposto alle aziende alimentari, telefonando loro stessi e parlando con i manager» racconta Paschetto. Che aggiunge: «Essere intraprendenti e competitivi all’esterno della scuola va benissimo. Non mi piacciono, invece, i voti, la competitività all’interno del gruppo classe». Al professore non piacciono neppure i compiti a casa, aboliti da tutta la sua scuola senza che una sola famiglia avesse qualcosa da obiettare.

«Al di là delle competenze, per raggiungere le quali le 30 ore che i nostri ragazzi passano a scuola sono più che sufficienti, trovo che i compiti a casa siano discriminatori. Chi ha la fortuna di poter essere seguito dai genitori si trova avvantaggiato rispetto a chi se la deve cavare da solo».

Il professore ha portato i suoi alunni fino a uno sperduto villaggio tibetano, a 5 mila metri di quota.

«Ci siamo andati dopo aver finanziato per otto anni un progetto scolastico in Tibet. Abbiamo dormito in tenda, abbiamo conosciuto maestri e allievi. Abbiamo portato soldi, occhiali da sole e materiale didattico. È stato bellissimo» ricorda Paschetto. «La mia più grande soddisfazione è vedere i miei ragazzi diventare autonomi. Uscire dalla scuola migliori di come sono entrati. Basta dare loro degli stimoli ed ecco che nascono dei veri cittadini, attenti ai diritti e all’ambiente».