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Genitori e insegnanti: un rapporto difficile ma fondamentale

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Genitori e insegnanti: un rapporto difficile ma fondamentale
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L’alleanza educativa tra scuola e famiglia incide fortemente sulla resa scolastica degli alunni. Abbiamo raccolto le esperienze di psicologi, pedagogisti, maestri e professori su come gestire al meglio questo rapporto, diventato troppo spesso conflittuale.

Mamme e papà sono rannicchiati sulle seggioline dei loro figli, cercando di contenere le ginocchia sotto ai banchi. Si fan piccini, e dal basso guardano l’insegnante in cattedra che snocciola regole, programmi e obiettivi. Ecco, il primo impatto dei genitori con il mondo della scuola spesso è così.

Una riunione di classe che non riunisce affatto, un primo passo falso nella costruzione di un autentico dialogo che, a detta di tutti, è invece importantissimo. Alessandro Pepe, ricercatore al Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università di Milano-Bicocca, spiega: «Trent’anni di indagini hanno ormai dimostrato che l’alleanza educativa migliora i risultati scolastici di bambini e ragazzi».

Proprio i colloqui con i genitori, però, sono la principale fonte di stress per maestri e professori.

Secondo un’indagine della Fondazione Agnelli su oltre 15mila insegnanti appena passati di ruolo, il 55% ha paura di non saper gestire questo rapporto.

E una ricerca condotta nel 2010 in sei diverse nazioni individua alcune categorie che maggiormente preoccupano: i genitori non coinvolti, ovvero disinteressati e assenti; quelli non cooperativi; quelli troppo preoccupati riguardo all’andamento scolastico; quelli iperprotettivi (in ansia sull’incolumità dei propri gli a scuola) e infine gli insoddisfatti, che spesso mettono in dubbio competenza e professionalità.

«Tra tutti, sono i genitori non cooperativi a stressare maggiormente gli insegnanti» rivela Pepe, che ha condotto l’indagine in Italia. «Al colloquio promettono che faranno questo e quello, e poi non fanno nulla. Così facendo infrangono l’alleanza educativa».

FUORI TEMPO MASSIMO

«Attenzione però a non generalizzare» avverte Andrea Prandin, consulente pedagogico che da tanti anni si occupa del rapporto tra scuola e famiglia. «Non ha senso catalogare un genitore senza metterlo in relazione al tipo di scuola che incontra. Per esempio i genitori spesso diventano invadenti quando sono stati completamente esclusi: alzano i toni perché vengono respinti. Poi, certo, ci sono i maleducati e basta. Di solito, però, se si dà voce alle persone queste smettono di urlare».

Ma a volte anche quegli insegnanti Che pensano di “dar voce” non lo fanno veramente. Torniamo per un momento alla prima assemblea di classe, a quelle mamme e papà rannicchiati sulle seggioline. Gli insegnanti chiedono sempre ai genitori se hanno osservazioni o domande da fare.

Ma lo fanno negli ultimi cinque minuti, quando magari s’è già sforato l’orario di chiusura dell’incontro. «Questo significa che non sono davvero interessati alla risposta» afferma Prandin. «Se c’è un interesse genuino a conoscere paure e aspettative delle famiglie, la domanda va posta a metà dell’assemblea, e non si prosegue con l’ordine del giorno finché i genitori non si sono espressi».

CONFLITTO DI COMPETENZE

Il punto è che scuola e famiglia sono due sfere di competenza diverse che si sovrappongono. «È naturale che ci sia un conflitto» osserva Alessandro Pepe. «Si tratta di una relazione asimmetrica, perché l’insegnante è l’esperto della sua materia e il genitore si ritiene l’esperto del proprio bambino».

«Il ruolo degli insegnanti è molto sminuito nella società» lamenta Alessandra Gagliano, maestra in una primaria
del milanese «i genitori si permettono di giudicare con molta disinvoltura la nostra professionalità».

«Alle medie in questo siamo un poco più fortunati» riconosce Carmen D’Auria, professoressa di lettere «c’è una maggiore fiducia nelle nostre capacità».

Mentre nel campo dell’istruzione non dovrebbero essere ammesse “invasioni”, sull’educazione mamme e papà possono e debbono essere coinvolti, perché si tratta di un terreno comune. «D’altra parte» chiosa Pepe
«la scuola è un’organizzazione lavorativa pensata per maestri e professori. Non è semplice farci entrare i genitori evitando l’effetto di un elefante in una cristalleria».

Allora come fare per instaurare un rapporto di collaborazione evitando i dissapori e le aggressioni, verbali e per no siche, com’è recentemente accaduto in varie parti d’Italia? Le regole base le aveva già individuate, nella loro apparente semplicità, Gianni Rodari oltre quarant’anni fa: saper parlare e sapersi ascoltare.

Cominciamo dalla prima. «Io cerco di non dare giudizi, ma di descrivere semplicemente i fatti così come sono accaduti in classe» racconta Alessandra Gagliano. «Non uso mai frasi come “Suo figlio è un maleducato perché...”».

A volte però stare attenti non basta. «Quando insegnavo a Monza» ricorda la maestra Francesca Di Salvo «avevo in classe un bambino davvero viziato, arrogante. Per i primi sei mesi ha preteso di stare seduto sotto il banco. Era molto aggressivo con i compagni. Quando ne ho parlato al padre, lui è andato su tutte le furie e ha minacciato di denunciarmi perché stavo insinuando che suo figlio avesse un problema. Io non avevo assolutamente usato la parola “problema”, eppure...».

«Meglio non chiamare a colloquio i genitori apposta per affrontare un ostacolo specifico» consiglia Flavio Ratti, maestro in una elementare di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano «conviene approfittare di un colloquio già fissato. E incominciare mettendo in rilievo gli aspetti positivi, i miglioramenti ottenuti. Poi, quando si arriva al punto, raccontare l’episodio o il comportamento come se riguardasse un gruppetto di alunni di cui fa parte quel bambino. Anche se in realtà è stato l’unico responsabile».

I genitori, concordano tutti gli insegnanti che abbiamo intervistato, quasi sempre negano anche l’evidenza.

«Noi maestre dobbiamo osservare bene il bambino» raccomanda Valentina Lanza, quasi vent’anni di esperienza
«dobbiamo raccontarne molte caratteristiche, tante sfumature. Insomma, dobbiamo dare l’impressione di conoscerlo a fondo. Solo così possiamo convincere i genitori a concederci almeno il beneficio del dubbio quando sottolineiamo una difficoltà».

In generale, meglio affrontare le questioni più delicate come gruppo docenti, per non personalizzare il conflitto. È utile appoggiarsi agli psicologi che lavorano con la scuola. Oppure far partecipare al colloquio anche il dirigente scolastico.

APRIRE LA PORTA ALLA FIDUCIA

A volte è anche necessario fare un passo indietro. «In classe avevo un’alunna costretta su una sedia a rotelle» racconta Flavio Ratti «un suo compagno si è lamentato perché “a causa sua” uscivamo un poco più tardi
da scuola. Mi sono molto arrabbiato e ho detto a quel bambino che doveva vergognarsi per aver pensato una cosa del genere.

Il padre me ne ha dette di tutti i colori: “Mio figlio non si deve vergognare di nulla!”. Ho scelto
di scusarmi per aver usato un termine forse inappropriato, ma ho ribadito la mia censura di quel comportamento. Insomma, gli ho dato ragione sulla forma pur confermando la sostanza».

L’importante è portare a casa il risultato «cercando di salvare la faccia di tutti» conferma Alessandro Pepe. Soprattutto l’umiltà aiuta a smussare i conflitti.

«È saggio ammettere le proprie difficoltà» riflette Alessandra Gagliano «e studiare insieme una strategia per superarle». «I miei alunni abitano in case popolari, alcuni hanno il padre in carcere» racconta Elke Termini, che insegna italiano in una media alle porte di Palermo. «Tuttavia se i ragazzi si comportano male vanno ripresi. Quando però parlo con i genitori, spesso diffidenti verso tutte le istituzioni, scuola compresa, faccio molto spesso l’esempio dei miei figli: non siamo perfetti, sbagliamo anche noi».

«Come insegnanti abbiamo la fortuna di essere esterni al rapporto genitori- figli» aggiunge Rossella Peppetti, maestra dopo molti anni di lavoro come assistente sociale a Pioltello, una delle cittadine più turbolente dell’hinterland milanese «e da questa prospettiva possiamo vedere meglio gli errori. Poi però con mia glia quegli stessi errori li faccio anch’io...».

«A volte arrivo a inventarmi problemi familiari che non ho» rivela la sua collega Valentina Lanza «perché mostrare le proprie debolezze può essere davvero la chiave per aprire la porta alla fiducia».

UN RAPPORTO DA COSTRUIRE NEL TEMPO

Già, la fiducia. Reciproca. È l’obiettivo principale da raggiungere. Ma è, insieme, il punto di partenza. «Se per un insegnante è difficile comunicare alla famiglia un problema, significa che non è stato costruito nulla prima» spiega Andrea Prandin.

«Il conflitto è sempre relativo alla relazione, non all’episodio» aggiunge Alessandro Pepe «l’episodio è solo un pretesto». La fiducia è la premessa a tutto il resto, è il fondamento. Se c’è fiducia, ogni cosa che succede non viene vista dai genitori come un errore dell’insegnante, ma come una difficoltà da superare insieme. «La fiducia
è da costruire giorno dopo giorno» conclude Prandin «non è vero che c’è o non c’è».

Per creare un vero dialogo, occorre concedersi il tempo necessario. Per alcune famiglie i dieci minuti solitamente dedicati al colloquio non sono sufficienti. «Io mi fermo sempre all’uscita» racconta Rossella Peppetti «comunico il mio indirizzo mail a tutti, a volte anche il numero di cellulare. Scrivo ai genitori una volta al mese. I miei colleghi dicono che esagero, ma questo rapporto continuo con le famiglie ha pagato moltissimo».

«Dovrebbero concederci almeno due ore la settimana da dedicare a questo» lamenta Valentina Lanza «l’uscita da scuola non è il momento più opportuno e neppure il luogo più adatto per affrontare argomenti delicati». «Occorre prevedere momenti autentici in cui dare voce alle famiglie» concorda Andrea Prandin. «E dare voce non significa necessariamente dare ragione: è solo un’opportunità per capirsi».

SAPERE ASCOLTARE DAVVERO

Capirsi. Per riuscirci è necessario almeno applicare la seconda delle regole indicate da Gianni Rodari: sapersi ascoltare. Nulla di meno scontato. «Alle famiglie vengono rivolte pochissime domande» osserva Prandin «e quasi tutte sono domande retoriche, ovvero di cui si conosce già la risposta».

Ascoltare con sincero interesse, invece, potrebbe rivelarsi illuminante. «È fondamentale uscire dalla logica di chi ha ragione o torto. Se il genitore insiste nel negare il problema comportamentale che gli stiamo descrivendo, ascoltiamolo davvero. Il bambino a casa non si comporta come noi lo vediamo fare in classe? Interessante, è un indizio prezioso». Sapere che cosa pensano della scuola mamme e papà, conoscere quelli che loro individuano come punti deboli, aiuterebbe a migliorare.

Spesso però sono i dettagli a far crollare miseramente le migliori intenzioni. Per esempio nella convocazione della prima assemblea di classe. «Se scelgo di avvisare i genitori soltanto via mail, già escludo qualcheduno» avverte Alessandro Pepe. «Importante anche l’anticipo che viene dato, l’orario che viene scelto per venire incontro alle esigenze di chi lavora...».

E Andrea Prandin: «Un esempio in negativo? Il volantino che invitava le famiglie a un ciclo di serate sull’alleanza educativa riportando citazioni di Nietzsche e riferimenti all’approccio epistemologico: terribilmente “respingente”, agli incontri non è andato nessuno!».

«Un progetto che ha funzionato bene nella nostra scuola» racconta Elke Termini «è stato un corso di formazione per i docenti allargato anche ai genitori: ci siamo trovati seduti agli stessi banchi per imparare meglio l’inglese. Questo ha permesso a mamme e papà di vedere gli insegnanti nelle vesti di studenti in dif coltà. Ci ha resi più umani, e abbiamo riso un sacco». «Un lavoro a gruppi, strutturato e continuo, è perfetto» approva Alessandro Pepe «lavorando insieme si rompe il muro di sospetto reciproco».

UNA RISORSA D'APPRENDIMENTO

«Il rapporto con le famiglie? Io negli anni Settanta risolvevo tutto andando a pranzo da ciascun alunno» racconta il maestro in pensione Alberto Villa. «Incontrare le famiglie nel loro ambiente mi chiariva ogni cosa. E il bambino, nel vederci a tavola insieme, aveva di fronte, sicamente, l’alleanza educativa di cui tanto
si parla».

Forse oggi l’idea non è facilmente replicabile, ma ci si può avvicinare. Racconta Francesca Di Salvo:
«A Monza ci siamo inventati le merende interculturali. Ognuno porta un dolce tipico del proprio Paese e, tra banane fritte peruviane, gelatine dell’Ecuador e buccellati siciliani, ci si conosce per davvero». Si può andare
anche oltre, facendo entrare i genitori in classe.

«La 4a elementare dove insegno inglese è una classe difficile» racconta Rossella Peppetti «molti cambi di insegnanti, bambini agitati. Un giorno all’uscita ho chiamato tutti i genitori dicendo che prima di preoccuparsi dell’aggettivo possessivo avrebbero dovuto preoccuparsi del fatto che i loro bambini non sapevano comportarsi decentemente. Sono stata dura. Poi però li ho invitati in classe. Sono venuti a fare laboratori insieme a me. Una mamma ci ha aiutati con i lavoretti per Pasqua, un papà ha tenuto una lezione sulle parole inglesi utilizzate in italiano e cosi via. Da allora la situazione è notevolmente migliorata».

«Le famiglie non sono mai un nemico per la scuola» chiosa Andrea Prandin «sono una risorsa importantissima anche di apprendimento». Attenzione però a non coinvolgere soltanto i genitori più istruiti, quelli che magari già si danno da fare a scuola con il volontariato.

Uno dei problemi più attuali è proprio la difficoltà di colmare il gap tra queste famiglie e quelle definite hard to reach, difficili da raggiungere.

Racconta Flavio Ratti: «La mia classe, una 3a, era parecchio disomogenea. C’erano tanti bimbi stranieri. E poi a Cernusco sul Naviglio abbiamo un’utenza divisa tra classi sociali molto elevate e molto basse, senza vie di mezzo. Allora ho scelto il tema del viaggio e ho coinvolto le famiglie. Sono venuti un papà egiziano e una mamma albanese a raccontare come erano riusciti a raggiungere l’Italia, una mamma italiana che per un periodo era emigrata negli Stati Uniti e un altro papà, giornalista, che aveva attraverso il deserto seguendo le rotte dei migranti».

Un esempio perfetto di alleanza educativa. E un sogno a occhi aperti per i bimbi incantati ad ascoltare.