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Galimberti e il ruolo dei maestri: “per insegnare bisogna saper affascinare”

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Galimberti e il ruolo dei maestri: “per insegnare bisogna saper affascinare”
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Abbiamo chiesto al noto filosofo che cosa pensa oggi del ruolo della scuola e del rapporto con gli studenti.

Filosofo, psicologo, giornalista, ma soprattutto maestro di vita. Umberto Galimberti resta una delle voci più ascoltate di questi decenni.

Ogni volta che parla in pubblico la piazza si riempie di gente per ascoltarlo. Il suo ultimo libro, La parola ai giovani (Feltrinelli), l’ha dedicato a una generazione lontana dalla sua e che deve confrontarsi con le problematiche complesse dell’oggi.

INTERVISTA A UMBERTO GALIMBERTI

Uno dei suggerimenti che lei offre agli insegnanti è di non guardare solo ai risultati scolastici, ma anche di prestare attenzione a ciò che dicono i bambini e i ragazzi in classe...
«L’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro».

Ascoltando le sue parole viene in mente il cantautore Giorgio Gaber e la canzone Non insegnate ai bambini. Lei ci ricorda che i ragazzi dicono agli adulti, agli insegnanti: «Non proponeteci la vostra esperienza, perché l’unica utile è quella che ciascuno fa da sé». Eppure l’esperienza è il bagaglio di ogni maestro...
«L’esperienza degli altri non serve a nulla, ma è utile quella che faccio io. Il mondo degli adulti è diverso da quello dei ragazzi di oggi, che vivono nel web. La distanza è abissale. Vanno ascoltati, bisogna capire il loro mondo. Noi non comprendiamo il loro linguaggio, la ragione per cui devono continuamente essere connessi e il bisogno che c’è dietro questa loro necessità. Inutile che ci rifacciamo alle nostre esperienze quando queste cose non c’erano».

La scuola può essere ancora un luogo di relazione?
«Deve esserlo. Ma va tenuta aperta fino a mezzanotte, in modo che oltre alle lezioni mattutine i ragazzi possano trovarsi a scuola il pomeriggio, la sera, a fare teatro, musica, a fare l’amore. In un contesto dove mancano luoghi di socializzazione che non siano la strada o il bar, la scuola è un’opportunità».

Lei ce l’ha con il web, con il personal computer?
«No. Semplicemente mi rendo conto che il pc produce degli effetti su di noi. I mezzi tecnici non hanno un’influenza solo nell’ambito specifico. Se non ho il telefonino, vengo escluso socialmente. Se una madre mi dovesse chiedere se mettere o meno lo smartphone nelle mani di un bambino che frequenta la scuola primaria risponderei di darglielo, perché altrimenti verrebbe escluso. La gente non capisce che i mezzi tecnici invadono la totalità del sociale, del relazionale. La tecnica è soggetto del mondo e l’uomo diventa un funzionario degli apparati tecnici: questa è la verità!».

La scuola è schiava della tecnica o può ancora salvarsi e in che modo?
«La scuola prima non educava perché aveva professori che non avevano le caratteristiche di cui le parlavo. Oggi non educa perché ha classi con 35 persone quando al massimo ne dovresti avere 12-15. Educare vuol dire condurre qualcuno all’evoluzione, dall’impulso all’emozione, dall’emozione al sentimento. Un ragazzo che ha sentimento non brucia un migrante che dorme su una panchina, non picchia un disabile. Se queste cose accadono è perché la scuola non ha educato. Per educare bisogna avere a che fare con la soggettività degli studenti, che oggi è messa fuori gioco. Se è vero che al posto dei temi si fa la comprensione del testo scritto, si è spostata la valutazione dalla soggettività alla prestazione. A questo punto è chiaro che anche la scuola è serva del modello tecnico. I ragazzi non contano più come soggetti ma solo nelle loro prestazioni».

Galimberti, lei se la prende anche con il misurare scientificamente quanto si insegna e quanto si apprende e con le prove oggettive. Molti insegnanti le direbbero che servono per migliorare il modo d’insegnare, per veri care il lavoro del docente, per procedere in maniera collegiale...
«Sono quelli che lavorano di meno a sostenere questa tesi. È più facile correggere una comprensione del testo scritta che un tema. La realtà è che siamo passati da una scuola umanistica a un’educazione anglosassone, perdendo un’infinità di valori della prima. La scuola anglosassone è empirismo, pragmatismo, valutazione oggettiva».

Se in questo momento potesse rivolgersi a tutti gli insegnanti, che cosa direbbe loro?
«Direi loro che non tutti possono insegnare. Uno che è alto un metro e cinquanta non può fare il corazziere; così se uno non sa affascinare, comunicare, non può fare il maestro, il professore. Lo dice Platone: si impara per imitazione. Io aggiungerei anche per plagio. Preferisco un docente che plagia i ragazzi che uno che li demotiva. Direi loro che il ruolo va abolito. Se uno non funziona lo sanno tutti ma non si può far nulla, perché è di ruolo. Che cos’è questa parola? Nessuno è di ruolo nella vita. Se un docente non è all’altezza va messo fuori gioco. Perché se si licenziano operai là dove si producono oggetti non lo si fa dove si formano le persone?».

Se avesse vent’anni, sceglierebbe di iscriversi a un corso universitario per poi fare il maestro?
«Le maestre e i maestri della primaria sono i migliori di tutti gli ordini d’insegnamento. Sono gli unici che non si occupano soltanto dell’apprendimento ma anche dell’educazione emotiva dei bambini; sono quelli che individuano la loro capacità di socializzare; le uniche persone che sono capaci di entrare in relazione in termini affettivi; sono quelli che puliscono il sedere ai bambini quando serve».

Non eviti la domanda. Farebbe il maestro?
«Se non l’ho fatto è perché non mi sono ritenuto idoneo a quel compito. Ognuno deve conoscere se stesso e in base alle sue virtù deve fare quello che è capace di fare. Se non l’ho fatto a 20 anni è perché non era nelle mie corde, ma per i maestri ho una grande ammirazione».