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Franco Lorenzoni e la scuola controvento

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Franco Lorenzoni e la scuola controvento
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Secondo il maestro Lorenzoni la scuola deve essere più avanti della società che ci circonda. Sul fronte immigrazione e integrazione sta già dimostrando di esserlo.

Parlare con Franco Lorenzoni è un po’ come incontrare Mario Lodi. Maestro per 40 anni, è conosciuto non solo per la sua esperienza di insegnante, ma per aver fondato nel 1980 ad Amelia, in provincia di Terni (Umbria), la Casa-laboratorio di Cenci, luogo di resistenza e di incontro per chi sogna ancora una pedagogia all’altezza dei suoi fini e delle sue esperienze di libertà. Attivo nel Movimento di Cooperazione Educativa, ha scritto diversi libri per bambini e alcuni saggi, tra cui: I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica (2014, Sellerio) e I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (2019, Sellerio).

Scrivi che la scuola dovrebbe essere migliore della società, ma non sempre lo è...
«La scuola ha un alleato importante che potrebbe renderla migliore della società: il tempo. È il tempo infatti che permette il cambiamento, la trasformazione. Al contrario, la scuola della fretta, del rincorrere le cose è esattamente specchio della società nel senso peggiore del termine. Questo chiama in causa la responsabilità degli insegnanti. Il titolo del mio libro, I bambini ci guardano, è riferito proprio a questo. Parliamo dell’immigrazione, ad esempio: la scuola è di fatto un luogo in cui si incontrano gli immigrati e ha l’opportunità di smontare i pregiudizi. Io non sono per le cose facili. Per esempio, dire: “diversità è bellezza” è una semplificazione. Infatti inclusione significa impegno, fatica, complessità. Oggi le classi multietniche sono un’enorme possibilità di ripensare il mondo. Questo è un altro elemento che fa in modo che la scuola possa essere più avanti della società. E lo è già».

Come si affronta con i bambini il tema della migrazione?
«A volte anche a partire da piccoli dettagli. Noi abbiamo fatto venire in classe un gruppo di profughi ospitati a Giove; i bambini sono stati colpiti dal fatto che i migranti avvertissero come una delle cose più negative dello stare in Italia il fatto che la gente non li salutasse per strada. È un dettaglio che la dice lunga
sulle nostre relazioni sociali. Da questo ragionamento si è sviluppata una ricerca appassionante: abbiamo intervistato alcuni genitori di bambini stranieri e alla fine abbiamo messo in scena un dramma ambientato nelle strade del paese. Una bambina ha detto una cosa straordinaria: “Chi discrimina non si accorge di discriminare, ma è il discriminato che se ne accorge e ne soffre”. Questa affermazione ci fa capire che approfondire un tema può farci vedere le cose da un altro punto di vista. E la scuola è proprio il luogo dove possiamo fare questo lavoro. Soprattutto attraverso l’arte e la scienza».

A proposito di arte, la tua non è certo la scuola dei lavoretti.
«I lavoretti non c’entrano nulla con l’arte. Esiste un artigianato creativo nelle scuole che funzionano dove i bambini possono dipingere, fare teatro, musica, danza. Ma non basta. Ai bambini fa molto bene frequentare l’arte: vedere i grandi capolavori del passato, lavorare a lungo su un’opera, frequentare la letteratura; è una possibilità che la scuola deve offrire a tutti. Ci sono bambini che si commuovono di fronte a Caravaggio: perché non dovremmo farli incontrare? Nel rapporto con l’arte possono riconoscersi, l’arte ci parla e ci commuove perché parla di noi. Donare questo a chi non ha accesso all’arte, ovvero alla stragrande maggioranza dei bambini, è la funzione della scuola. E per questo può essere migliore della società, perché frequenta la bellezza continuamente. Noi siamo talmente condizionati dal dover insegnare che ci scordiamo che abbiamo come alleati la bellezza dell’arte, della scienza, della matematica. Un teorema è bellissimo, bisogna saperlo far gustare e lo si può fare se un bambino stesso ne inventa uno. La scuola dev’essere un luogo dove si costruisce cultura, non dove si trasmette».

Scrivi che “la matematica ci parla del futuro”. Come la si può rendere meno ostica?
«La matematica non è antipatica. Io, per esempio, parto sempre dalla geometria perché insegna a pensare. Giocare con le figure geometriche, con gli angoli, dare grandezza alla dimensione geometrica, alla vastità del nostro sguardo permette ai bambini di giocare con le coperte. La matematica è la disciplina che più ci avvicina alla gioia del ragionamento puro, fine a se stesso. E ragionare è un atto creativo. La cosa peggiore è contrapporre la poesia alla matematica, la creatività al rigore. La creatività è rigore. Se disegni un tramonto, stai facendo al tempo stesso un’operazione scientifica e una estetica. Noi maestri abbiamo una responsabilità
enorme: dobbiamo restituire ai bambini la felicità del conoscere».

I maestri hanno bisogno di dialogare?
«Il dialogo è la condizione umana elementare. Farne uno strumento di conoscenza è ciò che deve fare la scuola. È l’architrave del processo educativo. Ai bambini va restituita la bellezza che esce dal dialogo. Questa restituzione è fondamentale. Io dal primo anno di insegnamento ho sempre registrato e scritto ciò che dicevamo in classe perché c’è bisogno che vi sia qualcuno che raccoglie ciò che pensiamo».

Nel tuo libro parli anche dell’aula come spazio.
«Lo spazio è lo specchio delle relazioni reciproche. E dobbiamo adattarlo a seconda delle esigenze: i banchi devono muoversi sempre. Noi abbiamo scoperto una cosa meravigliosa che ci ha regalato un bambino sordomuto che abbiamo avuto in classe. Avendo l’apparecchio acustico aveva bisogno che non ci fossero rumori. Abbiamo quindi messo delle palline da ping pong sotto sedie e tavoli. La disabilità in questo caso ci ha offerto un regalo. Purtroppo gli insegnanti sono un po’ analfabeti sul tema dello spazio. Non è materia di studio».

Infine, il silenzio. È un tuo complice?
«Sì, ma non deve essere il silenzio della stanchezza dell’insegnante che chiede di stare zitti perché non ce la
fa più. È il silenzio della concentrazione. In genere, in prima e seconda lego il silenzio alla pittura, al disegno. Quando scoprono il piacere della concentrazione, poi posso riproporre questa cosa nella scrittura, nei momenti di sguardo verso il cielo. E così diventa uno strumento di lavoro. Quando dobbiamo fare una cosa importante stiamo in silenzio».

N.d.r.: l'ultimo anno d'insegnamento del maestro Lorenzoni è diventato un documentario intitolato È meglio che tu pensi la tua, di Davide Vavalà

Focus Scuola è il nuovo mensile per gli insegnanti del Gruppo Mondadori, un magazine rivolto a tutti i docenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, per aiutarli ad affrontare le nuove sfide dell’insegnamento nell’era digitale. La rivista propone approfondimenti sugli ultimi studi scientifici e pedagogici, ma anche idee di buone pratiche sperimentate in Italia e nel resto del mondo dai singoli insegnanti e fornisce spunti su didattiche innovative e sull’uso della tecnologia in classe

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