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Educazione emotiva: cos’è e perché la scuola ne ha bisogno

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Educazione emotiva: cos’è e perché la scuola ne ha bisogno
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Per insegnare a mettersi nei panni degli altri, ma anche per apprendere meglio. I fondamenti scientifici, le esperienze e come si attua in classe.

  • Educazione emotiva: si comincia giocando
  • I fondamenti dell'educazione emotiva
  • Un sottoinsieme dell’intelligenza sociale
  • Gli effetti sugli studenti
  • Eumoschool: un progetto in Europa 
  • Gli altri filoni: Montessori e Philosophy for Children

EDUCAZIONE EMOTIVA: SI COMINCIA GIOCANDO

Ogni tanto si giocava al gioco dei cartellini. All’inizio ce ne erano solo tre: quello giallo per la gioia, quello rosso per la rabbia e quello nero per la tristezza, e ciascun bambino doveva mettersi al collo il cartellino corrispondente alla propria emozione. Dopo un momento iniziale di confusione, la classe aveva cominciato a prendere il gioco molto seriamente: nel giro di poco i cartellini erano diventati 17, perché i bambini avevano sentito il bisogno di raffigurare altre emozioni, e avevano chiesto a tutti – maestri, operatori scolastici e preside – di indossarli. E quella volta che l’insegnante aveva preso il cartellino nero della tristezza, tutti, improvvisamente, erano rimasti in silenzio, per rispetto.

«Non è singolare: è la dimostrazione che un messaggio visivo può allenare il cervello a sintonizzarsi sullo stato d’animo degli altri» dice Ulisse Mariani, psicologo e psicoterapeuta presso la Asl di Viterbo, che si occupa da molti anni di ricerca nell’ambito della prevenzione del disagio dei bambini e degli adolescenti. E che di “giochi” simili ne ha messi in pratica parecchi.

Come l’appello delle emozioni: «Invece di rispondere presente, chi vuole può dire un numero da 1 a 10, dove 1 significa "sto molto male” e 10 "sto molto bene”. In questo modo si dà al bambino la possibilità di pensarsi e di ascoltare gli altri. È una tecnica a costo zero, che senza fatica ha ricadute molto importanti sul benessere personale e della classe».

I FONDAMENTI DELL'EDUCAZIONE EMOTIVA

Ma una tecnica di che cosa, esattamente? Di un ambito dell’educazione relativamente recente. O, meglio, il cui studio, la cui formalizzazione e la cui applicazione nelle scuole si sta diffondendo, a livello italiano ed europeo, solo in questi ultimi anni. Parliamo dell’educazione emotiva, concetto che deriva da quello di intelligenza emotiva: un termine descritto in psicologia nel 1990 da due statunitensi – John Mayer, attualmente docente alla University of New Hampshire, e Peter Salovey, presidente della Yale University, dove ha fondato il Center for Emotional Intelligence – e reso celebre grazie allo psicologo e scrittore Daniel Goleman, per molti anni giornalista del New York Times, autore nel 1995 del libro Intelligenza emotiva, per l’appunto.

È probabile che di educazione emotiva (o emozionale) sentiremo parlare sempre di più, perché in molti puntano a farla diventare una vera e propria materia scolastica. Nel 2019, quando il Parlamento ha approvato il Ddl per reintrodurre l’educazione civica nella scuola, è stato anche varato un ordine del giorno che impegna il governo «ad assumere iniziative volte a promuovere, nell’ambito dell’educazione civica, l’educazione sociale
e l’intelligenza emotiva in classe, affinché gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado possano sviluppare le proprie capacità sociali, imparino a riconoscere e verbalizzare le emozioni, a controllarle, a prevenire e risolvere i conflitti».

Gli anglosassoni le chiamano life skills, ovvero tutte quelle competenze utili nella vita, che possono accrescere il benessere psicologico e sociale. Negli Usa, alcuni Stati e molti distretti hanno da tempo inserito il Social and Emotional Learning (Sel) come materia nell’orario scolastico, come riporta Goleman.

UN SOTT'INSIEME DELL'INTELLIGENZA SOCIALE

«Definiamo l’intelligenza emotiva come il sottoinsieme dell’intelligenza sociale che comprende la capacità di monitorare i propri sentimenti e le proprie emozioni, di discriminare tra loro e utilizzare queste informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Noi assumiamo che i compiti quotidiani [...] e il pensiero costruttivo [...] siano carichi di informazione affettiva, e che questa informazione affettiva debba essere elaborata (forse in modo diverso rispetto alle informazioni cognitive) e che gli individui possano differire nell’abilità con cui lo fanno».

Questo pubblicavano nel 1990 Salovey e Mayer, e da qui si è sviluppato un nuovo filone di studi e sperimentazioni in ambito educativo. Stephanie Jones, che dirige l’Ecological Approaches to Social Emotional Learning (Easel) Laboratory della Harvard Graduate School of Education, raggruppa le competenze emotive in tre domini, strettamente interconnessi tra loro.

  • 1 - Competenze emozionali in senso stretto: comprendono la capacità di capire, esprimere e gestire le emozioni, di cambiare prospettiva e di sviluppare l’empatia. Sono importanti per affrontare la frustrazione, il disagio, l’eccitazione. Nella pratica, per non buttare la spugna subito davanti a un compito che appare difficile. Chi sviluppa queste competenze è in grado di distinguere le sensazioni che derivano da situazioni diverse.
  • 2 - Competenze di regolazione del funzionamento cognitivo (chiamate anche metacognizione): in pratica si tratta di saper “organizzare” le proprie azioni in funzione di un obiettivo. Questo richiede di sviluppare la capacità di concentrazione, di programmazione, di coordinamento, l’essere in grado di scegliere in modo consapevole tra più alternative e di esercitare l’autocontrollo.
  • 3 - Competenze sociali e interpersonali: comprendono la capacità di interpretare il comportamento degli altri, di sapersi muovere nelle diverse situazioni, di costruire relazioni positive, sia tra pari sia con gli adulti. Sono alla base della collaborazione, della capacità di risolvere i conflitti,
    di essere parte di un gruppo.

GLI EFFETTI SUGLI STUDENTI

«L’educazione socio-emotiva nelle scuole - scrive Jones in un articolo sullo State Education Standard (una delle pubblicazioni della National Association of State Boards of Education statunitense) - può avere nel breve termine ricadute sull’apprendimento, aumentando la perseveranza e favorendo un’attitudine positiva verso la scuola stessa. Sul lungo termine può invece avere un impatto sull’abbandono scolastico e su altri comportamenti come l’abuso di sostanze stupefacenti e alcol. Una recente analisi dei costi-benefici ha concluso che programmi di educazione socio-emotiva producono un netto vantaggio economico, con un ritorno medio degli investimenti di 11 a 1. È un’opportunità di connettere i molti sforzi già messi in campo, come le iniziative per ridurre il bullismo nelle scuole».

«L’educazione emotiva è qualcosa di molto specifico, diverso quindi dall’educazione all’affettività, che è intesa in modo più generico - spiega Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta, che insieme a Ulisse Mariani ha dato vita a un’associazione e a un metodo di insegnamento chiamato Didattica delle Emozioni - L’obiettivo è aiutare il bambino a passare dallo stadio della pulsione – in cui si trova da quando è nato, e il cui appagamento non può essere rimandato – a uno stadio più consapevole, in cui la pulsione può essere gestita. Chi non è in grado di fare questo, non sa sostenere la frustrazione dei rifiuti e delle ‘sconfitte’, ed è portato a cercare continuamente la soddisfazione delle sue necessità. È questo il disagio che sta alla base delle dipendenze, che dalla fine degli anni Novanta sono aumentate drasticamente. La pulsione è un buco nero e ci inghiotte; l’emozione, invece, è una linea sulla quale possiamo declinare il nostro comportamento. L’educazione emotiva è finalizzata esattamente a questo: fornire al “piccolo imperatore tutto-e-subito” una “valigia della sicurezza” nella quale trovare gli strumenti per fare i conti con le regole e con le normali delusioni».

EUMOSCHOOL: UN PROGETTO IN EUROPA

Schiralli e Mariani hanno portato avanti un progetto triennale europeo, Eumoschool, che si è concluso con la stesura di linee guida (con ben 103 indicazioni) per il contrasto dell’abbandono scolastico precoce e che ha testato l’implementazione del loro protocollo di educazione emotiva nelle scuole di cinque Paesi europei (Italia, Regno Unito, Ungheria, Romania, Austria) e in Turchia (per tutte le informazioni si rimanda al sito eumoschool.eu).

«Si è trattato di uno studio che ha coinvolto circa tremila insegnanti, studenti e genitori (o tutor) di cui una parte come gruppo di controllo, con l’obiettivo di verificare se il metodo fosse in grado di aumentare in modo statisticamente significativo i livelli di benessere, cooperazione ed empatia» spiega Mariani. «I risultati sono stati positivi e le linee guida che abbiamo stilato sono state inviate ai ministeri dell’istruzione dei Paesi dell’Unione europea».

GLI ALTRI FILONI: MONTESSORI E PHILOSOPHY FOR CHILDREN

Chi da sempre considera la componente emotiva alla base del processo di apprendimento sono gli insegnanti Montessori, metodo che parte da un ribaltamento della concezione tradizionale della scuola: non è l’adulto che insegna ma il bambino che impara, e all’adulto spetta solo il compito di rimuovere gli ostacoli di un processo naturale che passa soprattutto per la condivisione dell’esperienza. In questa visione, in cui il bambino ha totale libertà di scelta e socialità, l’attenzione alle emozioni è talmente marcata da permeare ogni momento.

«Non esiste un “reparto emozioni” separato dal resto, e trovo artificiale lavorare sulle emozioni sganciandole dalla quotidianità» osserva Cecilia Quagliana, dirigente scolastica della Casa dei Bambini di piazza San Gerolamo a Milano, la cui critica è rivolta al modello di scuola tradizionale e non certo ai progetti di educazione emotiva: «Quando un bambino è arrabbiato, per esempio, non è obbligato a stare con gli altri. Tutti noi, quando siamo alterati, abbiamo bisogno di uno spazio di decompressione, in questo modo la persona viene accolta nella sua individualità».

Ma anche in questo contesto esistono progetti speciali, come Philosophy for Children (P4C), in cui l’esposizione del proprio pensiero riguardo a un argomento dato diviene un esercizio di comprensione reciproca. E, ovviamente, la gestione delle emozioni è il fulcro del dibattito.

Anche in questo caso lo sviluppo delle competenze emotive passa per l’osservazione reciproca: «Nelle classi si trovano bambini di età diversa - spiega Quagliana - In questo modo si creano piccole comunità, in cui i più grandi mettono naturalmente a disposizione la propria esperienza».

«Questi confronti migliorano la capacità di dialogo e di problem solving, aiutano a stabilire una relazione empatica con gli altri, ad affrontare la rabbia e a risolvere i conflitti» dice Marta Fratepietro, mamma di due gemelli che frequentano la Casa dei Bambini. «Questo la scuola Montessori lo fa da sempre» conclude «ma programmi specifici come P4C possono essere molto utili per far emergere i vissuti personali ed esplorarli. I bambini possono riflettere sull’importanza di usare parole non giudicanti e cercare di comunicare in maniera pulita, senza farsi travolgere da quello che provano».

Testi di di Tiziana Moriconi