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Educazione ai media: conoscere i nuovi media (teoria)

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Educazione ai media: conoscere i nuovi media (teoria)
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La formazione all’uso dei nuovi media è fondamentale per i nostri alunni. Da che cosa partire? Come guidarli? Come trasformare il web in uno strumento didattico?

  • Conoscere i nuovi media
  • Primo passo: documentarsi
  • Raccogliere esperienze
  • Le diffuse criticità
  • La pubblicità nascosta
  • Il meccanismo della ricompensa
  • Imparare in rete: il Web come risorsa
  • Informazioni immediate, ma senza controllo
  • Il WebQuest
  • Palestra di competenze
  • La sfida della didattica a distanza
  • Cambiare prospettiva

CONOSCERE I NUOVI MEDIA

Osservare bambini e ragazzi con il cellulare in mano passare da un video all’altro su TikTok può essere un po’ straniante: se li si lasciasse fare senza intervenire potrebbero passarvi diverse ore. Ogni video del popolarissimo social network dura pochi secondi e, agli occhi di un adulto, spesso il contenuto sembra di una banalità imbarazzante: brevi balletti, canzoni eseguite in playback, riproduzioni di sequenze o battute di film in chiave parodica, imitazioni e così via. Eppure l’effetto sembra ipnotico: ragazzi e ragazze saltano da un video all’altro, ne condividono uno, ne rilanciano un altro contribuendo a un flusso costante e globale. Ed è così anche per altri popolarissimi social: per esempio, Instagram.

Ma se da una parte si vanno accumulando le prove dei rischi collegati a un uso poco critico delle piattaforme di social network, dall’altra la via spesso scelta dagli adulti per contrastarlo, cioè la demonizzazione, si rivela la meno efficace. Che cosa possono fare, dunque, gli educatori per accompagnare studentesse e studenti verso un uso più consapevole delle risorse web e social? È possibile vedere in questi media una valida risorsa educativa? Proviamo a esaminare i vari aspetti della questione.

PRIMO PASSO: DOCUMENTARSI

Uno degli aspetti più fastidiosi e che contribuiscono di più a frapporre muri insormontabili tra insegnanti e studenti sono le critiche aprioristiche dei primi all’universo virtuale in cui sono calati e vivono i secondi. Come sottolineava già decenni fa lo scrittore e pedagogista Gianni Rodari, gli adulti spesso liquidano con espressioni di sufficienza le attività che piacciono a bambini e ragazzi senza neppure cercare di conoscerle.

Il primo passo è, quindi, conoscere i nuovi media documentandosi sul funzionamento delle app di cui si è scelto di parlare in classe, ricordandosi che raramente stigmatizzare qualcosa che fa parte del mondo dei nostri alunni potrà indurli a ripensarlo in modo critico. Mostrare un atteggiamento aperto e curioso e documentarsi tramite i molti testi, siti e canali video che offrono spiegazioni semplici è un buon punto di partenza per non trasmettere, oltretutto, un messaggio altamente diseducativo, cioè il fatto che si possa criticare senza prima conoscere.

Ricordiamo, infatti, che accanto ai contenuti espliciti del nostro insegnamento, passano anche tantissimi altri messaggi impliciti, che costituiscono un sottotesto non meno importante dell’attività educativa.

RACCOGLIERE ESPERIENZE.

Adoperando il metodo del brainstorming – non caotico e disorganizzato, ma diretto dall’insegnante attraverso le giuste domande-stimolo e riassunto via via in uno schema o mappa concettuale che aiuti a fare il punto – si può provare ad avviare in classe una discussione sulle esperienze relative all’utilizzo delle piattaforme social e del web da parte dei nostri alunni.

Si potrà, per esempio, avviare un monitoraggio di circa una settimana, con l’aiuto delle apposite funzioni integrate in cellulari e pc, cercando di rispondere a una serie di domande di base:

  • Quante ore al giorno trascorri sulle varie app? In quali giorni e ore tendi a collegarti di più?
  • Che cosa ti spinge a utilizzare una determinata app?
  • Ti capita di faticare a staccarti dalle app che ti piacciono di più? Come ti senti quando non puoi collegarti?
  • Hai mai avuto esperienze negative collegate all’uso di web e app? Quali pensi siano i rischi di un uso poco corretto di questi strumenti?
  • Rispetti le regole di utilizzo e le limitazioni stabilite per l’uso delle varie piattaforme?

LE DIFFUSE CRITICITÀ

Una discussione di questo tipo potrà rapidamente mettere in luce le diffuse criticità del rapporto tra i nostri studenti e i social. La recente indagine “Adolescenti e stili di vita”, condotta dal Laboratorio Adolescenza e dall’Istituto di Ricerca Iard, mette in evidenza come quasi il 60% di bambine e bambini abbia il suo primo cellulare tra i 10 e gli 11 anni, ma oltre il 28% prima dei 10 anni. Quasi l’80% inizia ad accedere ai social tra i 10 e i 12 anni e poco meno del 12% prima dei 10 anni.

L’indagine prosegue, poi, esaminando altri comportamenti a rischio, come il fatto di ignorare l’età limite per l’accesso alle varie piattaforme e la mancanza di cautele per la privacy nell’uso degli account. Fenomeni come la cosiddetta FOMO (un acronimo che sta per fear of missing out, “paura di essere tagliati fuori”, tipica di quando non si ha accesso al cellulare o ci si trova in una zona con una cattiva ricezione) sono diffusi in età giovanile e sono preoccupanti campanelli d’allarme dell’instaurarsi di una dipendenza, sui cui meccanismi si possono far riflettere gli alunni, magari mettendola a confronto con altre condizioni più facilmente percepibili come tali, come quella da alcol o sostanze stupefacenti, la ludopatia o i disturbi del comportamento alimentare.

LA PUBBLICITÀ NASCOSTA

Utile e interessante sarà, poi, far riflettere gli studenti sulle motivazioni che sono alla base della gratuità di determinati servizi, come i social network. Invitandoli alla riflessione critica, chiediamo loro per quali ragioni possiamo utilizzare Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook, eccetera, senza pagare e per quali motivi molti popolari influencer ricevano dalle aziende tanti prodotti gratuiti che poi ritroviamo nelle loro “storie” e nei loro post.

Sarà anche possibile, soprattutto con i ragazzi delle medie, fare riferimento al dibattito scaturito da un documentario come The social dilemma, che, attraverso la testimonianza di persone che lavoravano presso le più importanti aziende che hanno contribuito allo sviluppo dei social network, ne illustra il metodo di funzionamento. Lo scopo è condurli, pian piano, a comprendere che questi servizi hanno una finalità commerciale e che “il prodotto in vendita siamo noi”: gli introiti si basano, infatti, sulle inserzioni pubblicitarie, calibrate dagli algoritmi di profilazione sui nostri interessi e sulla nostra rete sociale, per poter essere il più possibile precise e mirate.

Anche questo è "conoscere i nuovi media".

IL MECCANISMO DELLA RICOMPENSA

Facendo, poi, attenzione a non assumere un tono che possa indulgere al complottismo, possiamo illustrare a bambini e ragazzi il meccanismo della ricompensa, che agisce a livello cerebrale, con maggiori o minori particolari a seconda dell’età dei nostri studenti.

Possiamo indurli a riflettere sul fatto che il motivo per il quale risulta così faticoso staccarsi dai social network è molto simile a quello che spinge un giocatore compulsivo ad azionare di continuo la leva della slot machine: la gratificazione che saltuariamente ne riceviamo (il like, il commento, la risposta a un “direct”) attiva una scarica di un neurotrasmettitore, la dopamina, che induce una sensazione di benessere, che ci porta a ricercarne nuovamente l’esperienza. Nel frattempo, il nostro rimanere ossessivamente attaccati ai social per via di questo meccanismo continua a favorire le piattaforme e le aziende che si rivolgono a esse, perché il numero di dati che rilasciamo dipende direttamente dalla nostra permanenza.

Lo scopo dell’approfondimento di questi aspetti non è indurre i ragazzi a non adoperare più i social, ma spingerli a farlo in modo critico e ragionato, senza essere travolti da determinati meccanismi. Al termine dell’unità di apprendimento si potrà, tutti insieme, stilare un breve prontuario per un uso più consapevole del web.

IMPARARE CON LA RETE: IL WEB COME RISORSA

Un tempo, quando ci si doveva documentare su un certo argomento (per realizzare, per esempio, una ricerca scolastica), ci si affidava in genere a un’enciclopedia: ve ne erano di ottime anche destinate specificatamente ai ragazzi.

Chi scriveva su un’enciclopedia, selezionato dall’editore, era un esperto su quella determinata tematica e quindi, in genere, le informazioni che si potevano trarre erano abbastanza affidabili. Ora è tutto cambiato: adulti e ragazzi, quando hanno necessità di sapere qualcosa, accedono a Internet, usano un motore di ricerca, digitano una o due parole chiave e ottengono, in pochi secondi, un numero impressionante di link che rimandano a siti dove l’argomento richiesto è trattato. Si tratta di un cambiamento profondo che non va né glorificato né demonizzato.

Come tutte le cose, presenta infatti aspetti positivi e aspetti negativi che è importante conoscere.

INFORMAZIONI IMMEDIATE, MA SENZA CONTROLLO

Tra gli aspetti positivi vi è sicuramente la facilità e la velocità con cui si ottengono informazioni. Tra quelli negativi vi è la totale mancanza di controllo sull’affidabilità delle informazioni ottenute. Chi scrive sui siti che vengono segnalati dal motore di ricerca, infatti, non ha subito alcuna selezione e quindi non necessariamente è un esperto in quel settore disciplinare. Inoltre, il materiale reperito non ha alcuna organizzazione e vi è il serio rischio di un sovraccarico cognitivo per l’utente, che non sempre ha la capacità di selezionare le informazioni, distinguendo tra quelle affidabili e quelle che non lo sono.

Questo vale per tutti, ma è un problema particolarmente delicato per i ragazzi. Negli anni sono state proposte diverse strategie didattiche per risolvere questo problema. Una di queste è stata definita WebQuest.

IL WEBQUEST

Il WebQuest è una strategia didattica formalizzata negli Stati Uniti a metà degli anni Novanta dagli studiosi Bernie Dodge e Tom March. Si tratta di un’attività collettiva della classe per reperire informazioni su un dato argomento utilizzando il web, sotto la guida del docente.

Quest’ultimo fa una prima selezione delle fonti e fornisce agli studenti indicazioni sulle caratteristiche dell’elaborato finale da produrre. Al di là della semplice ricerca di informa-ioni, è fondamentale che il docente chiarisca bene quale debba essere il compito dello studente. Secondo le raccomandazioni originali di Dodge e March, il docente, oltre a specificare gli obiettivi, le risorse e le istruzioni per svolgere il compito e produrre l’elaborato finale, deve anche specificare e comunicare agli studenti i criteri di valutazione che verranno applicati all’elaborato (in genere costituito da testo e immagini).

Il WebQuest può essere progettato come attività breve o di più lunga durata. La versione breve è finalizzata a supportare l’acquisizione e l’integrazione di conoscenza. La durata media varia da 1 a 3 lezioni. Quella lunga invece è finalizzata all’acquisizione da parte dello studente di un consistente numero di informazioni sottoposte poi a un’approfondita fase di elaborazione, riflessione e interpretazione. Può variare da una settimana a un mese.

Come ha dichiarato lo stesso Tom March, le basi pedagogiche del WebQuest consistono nel fatto che «the use of powerful learning strategies differentiates real WebQuests from mere Web-based activities» (L’uso di potenti strategie di apprendimento differenzia i WebQuest reali dalle mere attività basate sul web).

Nel volume A different kind of classroom: Teaching with dimensions of learning, lo studioso statunitense Robert J. Marzano individua 5 fasi dell’apprendimento:

  • 1. Attitudine e percezione positive durante il processo di apprendimento.
  • 2. Processo iterativo di integrazione delle nuove conoscenze con quelle già possedute.
  • 3. Estensione e affinamento della conoscenza acquisita.
  • 4. Utilizzo della conoscenza acquisita per svolgere un compito autentico (realistico) in un periodo di tempo sufficientemente lungo da consentire un’adeguata riflessione.
  • 5. Determinazione a risolvere il problema con accuratezza, cercando di pensare in modo non convenzionale.

Il WebQuest, oltre a essere un’occasione per mettere in pratica le competenze digitali di base, è utile per valutare le principali acquisizioni (le cosiddette key foundings, ovvero scoperte chiave) degli studenti. Inoltre, può rappresentare un versatile strumento didattico che può essere usato per far acquisire nuove conoscenze, per consolidare e approfondire quelle possedute e per trasmettere agli studenti un adeguato senso critico nella ricerca di informazioni.

PALESTRA PER LE COMPETENZE

I media possono dunque rappresentare un’utile palestra per mettere alla prova le competenze degli allievi. Commentare e approfondire notizie lette sui giornali o sentite in televisione può essere un’utile occasione di approfondimento interdisciplinare.

Rispetto ai media tradizionali, il web presenta indubbiamente vantaggi. Non ci si deve infatti limitare a un’unica fonte, ma si può facilmente ricercarne altre e, in alcuni casi, risalire alla fonte originale della notizia. Questo può rappresentare un utile esercizio del senso critico da parte degli studenti. Si può, infatti, scoprire che la fonte originale è inattendibile, oppure che la notizia in origine era differente da come è stata riportata sui media (vedi scheda didattica), oppure confermare la veridicità di quanto riportato.

Il web può inoltre fornire al docente preziosi strumenti didattici. Con un po’ di pazienza, per esempio, si possono ritrovare documenti originali (molte biblioteche hanno digitalizzato i loro contenuti), filmati e documentari di indubbio valore storico (RaiPlay è una vera miniera in questo senso), si possono organizzare visite virtuali di musei, luoghi di interesse artistico o naturalistico da proporre in classe agli studenti. Per le materie scientifiche, poi, si possono trovare numerose risorse che possono essere una valida alternativa alle attività laboratoriali, non sempre disponibili in tutte le scuole.

LA SFIDA DELLA DIDATTICA A DISTANZA

Infine, non è da sottovalutare l’opportunità che le nuove tecnologie informatiche offrono in merito alla possibilità di svolgere didattica a distanza. La pandemia in corso ha dimostrato l’importanza di tale possibilità. Nonostante le critiche che la Dad ha suscitato, non dobbiamo dimenticare che l’alternativa a essa sarebbe stato il nulla, con conseguente totale abbandono dei ragazzi che si sarebbero ritrovati senza alcun contatto con la scuola e con i propri insegnanti.

Certo, la Dad non è paragonabile alle lezioni in presenza: è una cosa diversa. E come tale deve essere utilizzata.

CAMBIARE PROSPETTIVA

Non si può pensare di svolgere normalmente le proprie ore di lezione frontale, come se l’unica differenza fosse quella di trovarsi davanti a una webcam e un monitor anziché a una classe di studenti in carne e ossa. È quindi necessario escogitare nuove strategie che stimolino di più i ragazzi e li coinvolgano in maniera più attiva. E un aiuto può venire proprio dall’utilizzo del web. Per esempio, una possibile soluzione può essere la strategia utilizzata nella cosiddetta flipped classroom, ovvero la classe rovesciata.

Dopo aver proposto agli alunni alcune problematiche, cercando di stimolare la loro curiosità, si invitano i ragazzi a ricercare da soli informazioni e conoscenze su quel determinato argomento utilizzando Internet. Come già sottolineato, le nuove tecnologie offrono straordinarie risorse in tal senso. Ovviamente il docente deve dare indicazioni e, soprattutto, insegnare ai ragazzi a selezionare le fonti attendibili da quelle “farlocche” (e questo non è certo un obiettivo didattico secondario). Infine, gli incontri in videoconferenza possono servire per una discussione, rielaborazione e, perché no, valutazione di quanto fatto dai ragazzi.

Il ruolo dell’insegnante risulta profondamente modificato: non è più un semplice trasmettitore della conoscenza, bensì un tutor, una guida, un consulente che stimola le capacità dei ragazzi, indirizzandole e correggendole opportunamente. Insomma la Rete, se usata bene, può venire in aiuto alla didattica, sia a distanza sia in presenza.

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