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Coronavirus e ritorno a scuola: cosa sa (e non sa) la scienza sul rischio contagi

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Coronavirus e ritorno a scuola: cosa sa (e non sa) la scienza sul rischio contagi
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Il rientro in classe farà risalire la curva dei contagi? In mezzo alle (tante) incertezze, ecco cinque studi autorevoli che possono aiutarci ad avere uno sguardo d'insieme sulla situazione

Coronavirus e ritorno a scuola è il binomio che in queste settimane delicate sta tenendo banco tra i media nazionali ed internazionali. Se infatti l'idea di riportare milioni di studenti a frequentare strutture chiuse per diverse ore al giorno fa tremare i polsi a chi teme una nuova ondata di contagi, la necessità che ragazzi e ragazze si riapproprino del sacrosanto diritto di vivere le dinamiche della routine scolastica è ormai una priorità non più rimandabile.

In Italia il Comitato Scientifico incaricato di dettare le linee guida per la riapertura sta delineando le regole per l'anno di convivenza con il COVID-19 (distanziamento fisico, mascherine, ingressi scaglionati ecc...), ma la verità, anche se si fa fatica ad ammetterlo, è che nemmeno la scienza, ad oggi, ha soluzioni chiare e definite da offrire alla popolazione: i bambini in classe diventeranno un veicolo per il contagio? L'inizio della scuola innescherà un boom di nuovi positivi? E le distanze sancite basteranno a limitare la diffusione del virus? Per dare risposte a tali quesiti, purtroppo servirà ancora del tempo.

LA SCIENZA E I SUOI TEMPI

Ovviamente ciò non significa che la Scienza, quella con la esse maiuscola, abbia fallito. Semplicemente, che ci piaccia o meno, il metodo scientifico funziona così: non fornisce subito certezze assolute, ma cerca possibili risposte attraverso indagini, teorie e dimostrazioni di tali teorie, a costo di smentirsi e contraddirsi nel giro di poche settimane. Tutto questo ovviamente richiede tempo e purtroppo non si può mettere fretta alla Scienza, nemmeno quando il mondo intero freme per poter voltare pagina.

In un simile clima d'incertezza, quindi, il cittadino può solo tentare d'informarsi il più possibile, mantenendo un occhio critico e affidandosi alle fonti valevoli di fiducia

Proprio in questa ottica il sito americano Journalist's Resource ha raccolto cinque studi differenti - tutti scientificamente validi e pubblicati su riviste autorevoli - che possono offrire a chiunque, specialmente agli insegnanti, diretti interessati della situazione, uno sguardo d'insieme in merito alle riaperture delle scuole.

CORONAVIRUS E RITORNO A SCUOLA

1 - Giovani asintomatici 

Il primo studio in esame è stato pubblicato a giugno su Lancet dalla ricercatrice Haiyan Qiu e si è basa to sull'analisi di un piccolo campione composto da 36 ragazzi cinesi di età compresa tra gli 1 e i 16 anni che sono risultati positivi al test del COVID-19.

La ricerca, condotta da gennaio a marzo, ha mostrato come i sintomi dei giovani ospedalizzati fossero in media più miti rispetto a quelli degli adulti. Tuttavia, ben 10 ragazzi su 36 (un terzo del campione) non ha mai mostrato sintomi, il che, scrivono gli studiosi, potrebbe destare qualche preoccupazione in vista del monitoraggio di positivi tra le varie scuole.

STUDIO: Clinical and epidemiological features of 36 children with coronavirus disease 2019 (COVID-19) in Zhejiang, China: an observational cohort study

2 - Lo studio svedese: "bimbi vettori del contagio? Improbabile"

In questo articolo comparso a maggio su Acta Pædiatrica, lo svedese Jonas F. Ludvigsson ha indagato uno degli aspetti cruciali del ritorno a scuola: i bambini diventeranno un veicolo di contagio? Come si evince dal titolo, per l'autore della ricerca la risposta è negativa.

Ludvigsson e il suo team hanno raccolto 700 articoli e 47 studi integrali riguardanti la trasmissione della malattia nei bambini, giungendo alla conclusione che sebbene anche i giovanissmi siano esposti al coronavirus, tra i più piccoli la carica virale è indicativamente più bassa che negli adulti. Il motivo potrebbe risiedere nel fatto che i bimbi sviluppano meno sintomi, riducendo quindi le probabilità del contagio.

Lo studio, quindi, non solo afferma che i bambini sono poco indicati a diventare un veicolo per SARS-CoV-2, ma suggerisce che la riapertura di scuole primarie e asili potrebbe impattare positivamente sulla mortalità degli adulti: a scuola infatti i bambini interagirebbero tra pari età e avrebbero meno occasioni di contagiare persone più anziane.

STUDIO: Children are unlikely to be the main drivers of the COVID‐19 pandemic – A systematic review

3 - Il pessimismo della ricerca di Chicago

Meno ottimista è la posizione della dottoressa specializzata in malattie pediatriche Taylor Heald-Sargent, la quale lo scorso luglio ha pubblicato su JAMA Pediatrics un piccolo studio nell'area di Chicago dove si mostra come nella nasofaringe di alcuni bimbi positivi al COVID-19 si annidasse un quantitativo di RNA di SARS-CoV-2 molto maggiore rispetto a quella di ragazzi più grandi o adulti.

La ricerca - che ha escluso pazienti con sintomi particolarmente gravi - si è basata sull'osservazione di 145 soggetti suddivisi tra 46 bimbi di età inferiore ai cinque anni, 51 bambini tra i cinque e i 17 anni e 48 adulti. Di queste categorie, sono stati sorprendentemente i più piccoli a rivelare una maggiore presenza di RNA del coronavirus, a volte anche 100 volte superiore alla media.

Secondo la Heald-Sargent quindi, i più giovani possono essere un fattore rilevante nello nascita di nuovi focolai.

STUDIO: Age-Related Differences in Nasopharyngeal Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 (SARS-CoV-2) Levels in Patients With Mild to Moderate Coronavirus Disease 2019 (COVID-19)

4 - Il parallelismo con l'Influenza spagnola

Interessante per comparare la situazione attuale a precedevi casi di pandemia è invece studio del matematico Daihai He, invece, nel 2013 analizzava l'impatto di alcuni fattori nella diffusione dell'influenza spagnola nel Regno Unito del 1918-1919. Tali fattori erano il cambiamento dei comportamenti della popolazione, cambiamento delle temperature e le aperture/chiusure delle scuole.

Analizzando i dati degli infetti e i bollettini settimanali sulla mortalità causata dal morbo, Daihai He e il suo team hanno quindi elaborato un modello matematico per calcolare quale dei tre aspetti avesse influito maggiormente sull'innalzamento dei contagi.

STUDIO: Inferring the causes of the three waves of the 1918 influenza pandemic in England and Wales

Ebbene, stando ai risultati ottenuti, le tre chiusure delle scuole (dal 23 giugno al 15 ottobre 1918 e poi durante le settimane di ferie natalizie e pasquali) contribuirono ad un calo di trasmissioni del virus della spagnola del 40%, ma molto maggiore fu l'impatto del clima (43%) e ancora di più quello del cambiamento di comportamenti, che anzi è risultato essere il fattore decisivo per l'andamento dell'epidemia.

5 - Il precedente americano del 2009

Secondo il Journalist's Resource anche l'ultimo studio, comparso sul Journal of Infectious Diseases nel 2010, può risultare utile per comprendere la situazione attuale. Tale ricerca infatti analizzava il ruolo giocato dalle scuole nella diffusione del virus dell'influenza H1N1, notando come l'estensione del contagio fosse iniziata ad apparire evidente circa due settimane dopo l'inizio delle lezioni.

Raccogliendo i dati di 19 Stati del Distretto di Columbia e avvalendosi delle informazioni"a campione" per gli altri 25 Stati del Paese dunque, gli studiosi hanno notato un collegamento tra i grandi numeri d'infetti e l'apertura delle scuole medie. Tuttavia l'autore dell'articolo Dennis L. Chao e i suoi collaboratori non andarono a fondo ricercando l'effettiva causa di tale relazione.

STUDIO: School Opening Dates Predict Pandemic Influenza A(H1N1) Outbreaks in the United States