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Compiti a casa: ci vuole la giusta misura

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Compiti a casa: ci vuole la giusta misura
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I compiti servono a consolidare gli apprendimenti, ma la qualità e la quantità devono essere commisurate alla crescita evolutiva degli alunni.

Compiti a casa sì, compiti a casa no? Quante volte ci siamo interrogati su questo dilemma e in ciascuno dei nostri diversi ruoli: come insegnanti, ricercatori e anche genitori. Una risposta univoca non c’è, perché bisogna capire quali e quanti compiti a casa sono quelli a cui ci stiamo riferendo.

Per questo è utile ripercorrere alcune riflessioni generali di sintesi dalla ricerca scientifica contemporanea.

1 - IL PROCESSO D'APPRENDIMENTO

L’apprendimento è un processo complesso, costruttivo e sociale che implica passaggi di istruzione (da fuori a dentro), di elaborazione (da dentro a dentro) e di condivisione (da dentro a fuori). Per questo l’apprendimento non è soltanto un processo individuale ma condiviso, distribuito e sociale.

2 - LA MEMORIA NON VA "INGOLFATA"

Non è un processo passivo ripetitivo e prestazionale, ma un flusso dinamico (flow cognitivo) non soltanto portatore di informazioni conoscitive, ma anche (e soprattutto) emotive, affettive, sociali (warm cognition). Questo significa che se mentre apprendo sperimento sentimenti quali noia, paura, ansia, solitudine, successivamente riprenderò dalle reti di memoria non soltanto ciò che ho appreso ma anche le emozioni connesse.

Da queste due premesse iniziali, ecco alcune riflessioni: i compiti non possono essere i sostituti dell’insegnante e dell’apprendimento, ma sono indispensabili per consolidare quanto studiato in classe. Il nostro cervello però non è un contenitore da riempire all’infinito, dunque superare un certo numero di ore di studio affatica il sistema cognitivo e lo rende incapace di recepire cose nuove il giorno seguente.

Il sistema scolastico non deve dimenticare che il nostro cervello è creato per autoproteggersi, autoconservarsi e, in seguito a un carico eccessivo di informazioni, mette in atto meccanismi di pulizia, liberando la memoria per fare posto alle nuove informazioni. L’ingozzamento di informazioni rende i ragazzi incapaci di selezionare e comprendere nuove informazioni.

3 - OCCORRE TARARE IL CARICO IN BASE ALLE REALI NECESSITÀ

Il carico di lavoro a casa deve essere commisurato all’età e non deve occupare tutto il tempo libero.
Il tempo da dedicare allo studio aumenta con l’età, secondo la National Parent Teacher Association e la National Education Association: gli studenti dovrebbero fare circa 10 minuti di compiti per ordine e grado scolastico. Quindi, alla primaria dovrebbero studiare: 10 minuti in prima, 20 in seconda, 30 in terza e così via; in tal modo, il carico di studio sarebbe commisurato alla crescita intellettuale dei ragazzi.

È dunque necessario che la quantità e la qualità delle informazioni rispettino la fascia d’età e le finestre evolutive corrispondenti. Diversamente, il rischio è che l’apprendimento diventi mero immagazzinamento di informazioni e, di conseguenza, si generino cortocircuiti a livello neuro-fisiologico. E questi potrebbero causare stanchezza e fuga dallo studio.  Dunque, i compiti dovrebbero avere come unici obiettivi il consolidamento degli apprendimenti e l’autovalutazione di quanto appreso in classe, favorendo l’autonomia nel metodo da parte dello studente.

E i genitori come dovrebbero comportarsi? Suggerite loro di guidare e incoraggiare i gli, ma mai sostituirsi a loro. Inoltre, dovrebbero evitare che il momento dei compiti si trasformi in un braccio di ferro con minacce e punizioni.

In conclusione “compiti sì” per stabilizzare e autoregolare l’apprendimento; “compiti no” per ingozzare e sostituire il lavoro fra docente e alunno.

Testo in collaborazione con Annamaria Porru.