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Chiara Saraceno: “l’ascensore sociale si è rotto”

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Chiara Saraceno: “l’ascensore sociale si è rotto”
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Aumentano le disuguaglianze tra i ragazzi, dovute soprattutto alle possibilità della famiglia. La scuola però potrebbe incidere di più.

Quando un giornalista ha bisogno di fare un’analisi accurata e puntuale sulla società non può non chiamare Chiara Saraceno. Sociologa, filosofa, è una delle voci più ascoltate nel panorama italiano. Fino al 2008 è stata docente di sociologia della famiglia presso la facoltà di scienze politiche all’Università di Torino. Da ottobre 2006 a giugno 2011 è stata professoressa di ricerca presso il Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung, l’Istituto di Ricerche Sociali di Berlino. Editorialista del quotidiano La Repubblica e collaboratrice di numerose testate, oltre che autrice di diversi libri, Saraceno è intervenuta più volte in merito alla mobilità sociale.

LA SITUAZIONE

I dati che abbiamo a disposizione assegnano all’Italia la maglia nera. L’ascensore sociale nel nostro Paese è fermo. Siamo ultimi se si considerano quanti tra i 25 e i 64 anni appartengono a una classe sociale diversa, più alta o più bassa, rispetto ai genitori nel 2002-2004. Solo uno su tre si è mosso verso l’alto, quasi dieci punti sotto la media Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: ndr) e lontano dal 42% di Francia, Germania, Svizzera; dal 46% dell’Olanda e dal 49% degli Usa. In Italia ci vogliono almeno cinque generazioni per i bambini nati in famiglie con reddito basso per raggiungere il reddito medio.

L'INTERVISTA A CHIARA SARACENO

Professoressa, quali sono i fattori che impediscono gli spostamenti sulla scala sociale nel nostro Paese?
«Oggi è mutata la stratificazione sociale e si è modificato il sistema dei mestieri. In passato, negli anni Sessanta e Settanta, i figli dei contadini diventavano operai e impiegati. Adesso i cambiamenti sono più frammentati e polarizzanti. Ci troviamo di fronte a due categorie: professioni ad altissima specializzazione e altre a bassa. Stanno sparendo quelle intermedie. In questo quadro ciò che non è cambiato è il peso dell’origine sociale. In una situazione in cui le chance sono minori e i rischi di polarizzazione sono molto ampi conta la provenienza familiare. Non è vero che tutti i giovani sono svantaggiati. Quello che è successo è che si sono ampliate le disuguaglianze tra i ragazzi. Andare all’estero, poter fare un Master in più: tutto ciò dipende dalla famiglia d’origine. Non sto parlando di raccomandazioni, ma delle conoscenze a cui si può accedere».

Quali sono le responsabilità del sistema d’istruzione italiano?
«Abbiamo una scuola che compie delle differenziazioni sociali. Mi spiego: in genere agli istituti tecnici non ci vanno i figli dei laureati. Anche i non laureati sanno che una laurea protegge, ma purtroppo spesso c’è l’urgenza di avere un figlio che si presenti al più presto sul mercato del lavoro. A prescindere dalle predisposizioni, dalle competenze, dalle capacità dei ragazzi, questa selezione sociale avviene alle superiori. E così la scuola stessa anziché essere uno strumento di mobilità diventa uno strumento di conferma delle disuguaglianze».

Il suo pensiero è chiaro, ma quanto un maestro può incidere nel creare le condizioni perché vi sia un ascensore sociale?
«Le ricerche internazionali dimostrano che gli svantaggi sociali si cristallizzano già prima della scuola primaria. Tutti noi diciamo che bisogna investire molto nell’educazione precoce esponendo i bambini a una varietà di stimoli che amplino le loro possibilità e contrastino gli svantaggi di origine familiare e culturale. Ci sono neuropediatri che dicono che bisogna insegnare alle mamme e ai papà a leggere le storie ai loro bambini da neonati, addestrarli alla parola, al linguaggio. La scuola primaria è cruciale: è lì che si può essere incoraggiati o scoraggiati. La funzione di Pigmalione di un insegnante di scuola primaria è importantissima. È in quel contesto che i bambini imparano il gusto della lettura o il fascino della matematica, piuttosto che la noiosità di entrambi».

Incide di più la scuola o la famiglia nel determinare la mobilità sociale?
«Purtroppo nella nostra società, in Italia più che in altri Paesi, incide maggiormente la famiglia. L’origine sociale determina il futuro di un bambino: quanti libri ci sono in casa; che istruzione hanno i genitori; posso o non posso fare sport; vado o non vado al cinema; mi portano al museo o no. Tutti questi sono fattori determinanti. C’è uno studio di Save the Children sulla povertà educativa che mostra come a parità di condizioni è la famiglia a fare la differenza. Ci sono contesti in cui il curriculum è ricco ma non sempre la scuola e la comunità locale fanno la loro parte. Da questo punto di vista, il fatto che il Governo abbia dimezzato le risorse del fondo per il contrasto alla povertà educativa è un grave segno. C’è un totale disinteresse per i bambini».

Focus Scuola è il nuovo mensile per gli insegnanti del Gruppo Mondadori, un magazine rivolto a tutti i docenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, per aiutarli ad affrontare le nuove sfide dell’insegnamento nell’era digitale. La rivista propone approfondimenti sugli ultimi studi scientifici e pedagogici, ma anche idee di buone pratiche sperimentate in Italia e nel resto del mondo dai singoli insegnanti e fornisce spunti su didattiche innovative e sull’uso della tecnologia in classe

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