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“C’era una volta un atomo”: la scienza raccontata come una favola

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“C’era una volta un atomo”: la scienza raccontata come una favola
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Il fisico Chris Ferrie ci spiega come insegnare la scienza ai bambini attraverso l'espediente narrativo a loro più famigliare

libru"Questa è una palla. Questa palla ha energia. Questa è una palla. Questa palla ha energia zero.
Tutte le palle sono fatte di atomi”. Inizia così Baby scienziati - Fisica quantistica, l’ultimo libro di Chris Ferrie uscito insieme a Ottica fisica e dopo Relatività generale e Ingegneria spaziale. Tutti pubblicati in Italia dal Castoro. Trentasette anni, quattro figli, Chris Ferrie ricercatore di fisica e matematica all’università della Tecnologia di Sydney (Australia) da qualche anno scrive libri di scienza per bambini. E in America sono un successo da un milione di copie. Tra i fan anche la famiglia Zuckerberg.

Come le è venuta l’idea di scrivere libri di fisica e ingegneria per bambini?
«Perché nessuno lo aveva ancora fatto. E attraverso il meccanismo della storia ai bambini si può parlare di tutto. Nei miei lavori i protagonisti non sono personaggi ma elementi scientifici con un loro percorso che parte da un inizio e arriva a una fine. Sono storie scientifiche».

Alla scuola primaria si approccia la scienza partendo da fenomeni di cui gli alunni hanno esperienza: le piante, l’acqua, le montagne. Come reagiscono, invece, i bambini a sentire parlare di oggetti scientifici che non possono né vedere, né toccare come neutroni e protoni?
«Nella scienza le idee astratte e la fisica si basano su modelli fittizi. Esattamente come fanno i bambini quando giocano. Sono esperienze simili. Per questo quando ascoltano le mie storie scientifiche, non si sentono disorientati. Non pensano siano cose strane. Per loro sono libri come gli altri, con una loro trama».

Iniziare presto aumenta le possibilità di successo?
«Sicuramente è uno stimolo. Però l’obiettivo dei miei libri non è crescere piccoli scienziati, è piuttosto far prendere ai bambini confidenza con le materie scientifiche. Molti ragazzi quando arrivano alla secondaria si spaventano quando sentono parlare di fisica e matematica. Se, invece, sono già stati esposti da piccoli a
questi concetti e se conservano un ricordo piacevole delle letture fatte con mamma e papà, allora il loro approccio sarà più sereno. Avranno coscienza che queste materie sono alla portata di tutti, perché le hanno scoperte da bambini».

Secondo lei, come si insegna la scienza a scuola? Cambierebbe qualcosa?
«Un problema che accomuna un po’ tutte le culture è che la scienza è poco considerata, almeno fino alla scuola secondaria. E invece sarebbe importante insegnarla bene da prima, proprio per fare in modo che i bambini familiarizzino con questi argomenti. Però bisognerebbe formare maestri e insegnanti».

Quale consiglio darebbe a un insegnante della secondaria per avvicinare i ragazzi alle materie scientifiche?
«Si potrebbe chiedere agli studenti più grandi di preparare lezioni per i più piccoli. Io stesso ho capito molte cose solo nel momento in cui le ho dovute spiegare. Preparare materiale didattico, come schede colorate o disegni che illustrino un concetto, è divertente e aiuta chi lo fa a schiarirsi le idee e anche a memorizzare. Un po’ come faccio io con i miei libri».

E se durante la lettura di un suo libro, un bambino pone una domanda a cui il genitore o l’insegnante non sa rispondere?
«La prima cosa da fare quando un bambino fa una domanda, è chiedergli di provare a trovare una risposta da solo. È interessante ascoltare le sue teorie. Per esempio, quando ho portato mio figlio al museo di scienze e ha visto lo scheletro di un dinosauro, mi ha chiesto come mai non c’erano anche ossa di drago. Non ho avuto fretta di rispondere. E alla fine è giunto da solo alla conclusione che il reperto non c’era perché i draghi non esistono. E questa è la base del metodo scientifico: fare domande e cercare risposte. Se però si tratta di una domanda specifica di cui l’adulto non conosce la risposta, si può ammettere sinceramente: “Non lo so” e proporre di cercare insieme la soluzione su un libro o su Internet. Ma quello che è importante far capire è che anche il migliore scienziato non sa tutto».

E lei com’era a scuola?
«Non avevo una particolare propensione per le scienze, ma ero molto bravo in matematica. Anche se non ero
il classico genietto. All’università ho conosciuto bambini precoci di 10 anni, spinti dal sistema educativo a diventare prodigi della matematica. Però questi ragazzi non avevano nient’altro. Io, al contrario, avevo molti hobby, giocavo a hockey, mi piacevano i videogiochi, uscivo con gli amici. E questo mi ha permesso di diventare una persona completa. Ho coltivato il mio lato creativo e ho sviluppato competenze sociali: requisiti fondamentali per avere successo nella vita. E questo lo devo soprattutto ai miei genitori e agli insegnanti che mi hanno incoraggiato nello studio, senza mai spingermi».

Che differenza c’è tra incoraggiare e spingere?
«La differenza sta nel lasciare liberi i bambini di seguire le loro passioni (ovviamente nei limiti del buonsenso). Io volevo studiare matematica e mi piaceva molto leggere libri non fiction come enciclopedie e atlanti. Nessuno mi ha mai obbligato. Ma se un bambino preferisce leggere romanzi o fumetti, va bene lo stesso. Bisogna sapere assecondare le attitudini individuali. E poi la società non ha bisogno solo di scienziati, ma anche di artisti, scrittori, musicisti...».

A proposito di libri, perché ha scelto questo mezzo per fare divulgazione al posto del digitale?
«Mi piaceva l’idea dell’oggetto che si regala al bambino e che rimane. Inoltre, i piccoli necessitano dell’interazione dei genitori, leggere insieme un libro. Mentre il digitale non richiede la presenza fisica dell’adulto».

Progetti nel cassetto?
«Ho in programma alcuni libri scientifici dal tono favolistico ma questa volta per bambini di 8, 12 anni. Diciamo che le mie storie crescono con l’età dei miei figli».