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Arlecchino, una maschera con le toppe

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La maschera di Arlecchino è sicuramente la più conosciuta da tutti. Secondo la tradizione nasce in un quartiere povero di Bergamo, ha un carattere vivace e ne combina di tutti i colori, proprio come il suo vestito!

Faccio scherzi e sono sempre allegro

 

Occhio ragazzi, sto per assestarvi un colpo in testa! Sì, perché anche quest'anno, a Carnevale, mi vedrete fra i carri allegorici saltando a destra e a sinistra, col mio bastone e la mia maschera nera, veloce e acrobatico, burlone e vestito con la solita giacchetta e i pantaloni di pezze di molti colori, una borsetta alla cintura e un cappelletto di feltro! Se non conoscete ancora il mio nome, eccomi: sono Arlecchino. Così agile e sempre pronto a far scherzi e dar noia, mi immaginerete giovane. Sì, perché è difficile dare un'età a chi non si toglie mai la maschera come me. Vi capisco. Fate conto che io abbia sempre la stessa età e che non invecchi mai. Anche se io, in fondo, so all'incirca la mia età. E sarò io stesso a raccontarvi la mia storia. Sono un gran bugiardo, ma stavolta vi dirò la verità.

 

Ho più di 2.600 anni e dico anche le bugie

 

La mia casa è Bergamo, in Lombardia. Ma io non sono proprio originario di lì e non mi sono chiamato sempre Arlecchino. Ho avuto molti nomi e ho vissuto in tanti luoghi. La mia terra d'origine è l'Italia del sud, che all'epoca si chiamava Magna Grecia, e sono nato quasi 600 anni prima di Gesù Cristo. In pratica, ho più o meno 2.600 anni. È “soltanto” da cinque secoli che sono un servo sempre affamato, ingenuo e credulone, che pur di non andare nei guai dice bugie, inganna e fa dispetti.

 

Parlo cantando e mi ficco nei guai

 

Tuttavia nei guai ci sono sempre e comunque e spesso non mi va a finire bene. Sono veloce e rapido, parlo cantando con una voce stridula, indosso pantaloni e giacchetta con toppe multicolori. Alla cintura porto il “batocio”, una specie di bastone con cui picchio gli altri e che i bergamaschi usano per girare la polenta e condurre le vacche al pascolo, e una “scarsella”, borsetta in cui ho del pane e dei soldi. In testa ho un cappello di feltro e sul viso una maschera nera che non tolgo mai. Il mio rivale è il bergamasco Brighella, di ricche origini. È dispettoso come me, ma è più furbo ed ha sempre la meglio.

 

Sono innamorato di Colombina

 

Wikimedia Commons

Io e Colombina, che è di Siena, siamo innamorati. Lei è una cameriera molto civetta, furba e chiacchierona. Tutti la corteggiano, ma lei ama me. È brava nell'ingannare suo padre, vecchio brontolone un po' cattivo, e aiuta sempre la sua padrona nelle faccende d'amore. Così è come sono da 500 anni, ossia da quando i comici della Commedia dell'Arte mi hanno costruito delle storie che ho dovuto recitare. Ma io sono stato, anticamente, figlio di dèi e folletti, Re della caccia selvaggia, capo dell’esercito dei morti; sono stato anche Artù e un conte di Boulogne. Il mio berretto e le mie vesti li trovate in leggende lontane, mentre il mio bernoccolo e il mio bastone riposano in tante vecchie storie di altrettanti Paesi dove sono stato e ho vissuto. Ero un po' diverso, quando nacqui. Ma, come sapete, col tempo si cambia. Nacqui esattamente a Megara nel 581 avanti Cristo, e fui chiamato Mimo. Da lì andai a Roma, in Francia, nei Paesi del Nord Europa, dove mi dettero nomi diversi e anche belli, a dirla tutta. Il poeta Dante Alighieri, ad esempio, mi ha chiamato Alichino nella sua Divina Commedia.

 

Così ero tanto tempo fa

 

A Megara già danzavo, imitavo gli animali, facevo acrobazie e giochi di abilità. Piacevo molto e mi vollero in altri luoghi. Mi fecero recitare nella farsa fliacica. indossando una maschera e imbottiture sul ventre, sul sedere e sul... davanti. I Romani mi portarono a recitare nella fabula atellana. Lì dovevo improvvisare e travestirmi alla svelta in almeno due dei personaggi diversi, ossia Bucco (il chiacchierone) e Maccus (il ghiottone). Anche se a volte a travestirsi da Maccus era Pulcinella, che tutti credono nato a Napoli ma che ha tanti anni, quasi come me. Poco dopo, sempre a Roma, mi chiamarono pazzo e mi fecero indossare una giacchetta simile a quella di adesso che si chiamava centunculus, fatta di pezze di tanti colori. Anche come pazzo, a Roma, avevo grandi doti acrobatiche. All'epoca ero allo stesso tempo ingenuo e maligno, buono e cattivo, credulone e perfido. Insomma, avevo già una personalità ambigua e indecifrabile. Non è che io, in seguito, sia poi cambiato molto.

 

Con la maschera io mi trasformo!

 

Perché io e tanti altri ci mettiamo la maschera? Perché la maschera è un oggetto magico che permette di trasformarsi e avere poteri agli occhi di tutti. Mettendosi la maschera gli uomini cercano di richiamare, tramite la somiglianza, lo spirito che vogliono invocare nei loro riti. E quale rito, secondo voi, ha avuto sempre un posto speciale per gli uomini? Eh sì: la morte. Per gli uomini la morte è il fatto più angosciante e la maggiore minaccia alle regole della vita. Io, fra le tante cose, sono stato anche un morto che vagava e faceva paura a tutti. In breve uno spettro, un demonio, un pericolo. Mi hanno tributato sempre grandi onori. Ed è bello essere così potenti e ben trattati! Ahahahahah!

 

Eccomi nei saturnalia con il mondo alla rovescia

 

Questi Romani erano un po' strani e tributavano ai morti delle feste chiamate parentalia. Il morto, per loro, continuava a vivere nella tomba, e per scongiurarne il ritorno i Romani pronunciavano frasi e formule che sembravano magiche. Collegati al culto ai defunti erano anche i saturnalia, feste dedicate al dio Saturno, in cui i Romani dovevano compiere un sacrificio umano (ossia uccidere una persona, erano altri tempi ragazzi miei...) per non far arrabbiare il demone dei morti. E così colui che indossava la maschera si trasformava per tutti in una specie di diavolo con il diritto di ribaltare la realtà: i potenti diventavano deboli e i deboli comandavano. Sentite qui: trenta giorni prima dei saturnalia veniva scelto un uomo giovane e bello che doveva vestirsi in modo da ricordare il dio Saturno. Egli veniva accompagnato da molti soldati, il suo regno era allegro ma, purtroppo, terminava malissimo: quando si giungeva al termine dei trenta giorni gli veniva tagliata la testa davanti all’altare del dio. Ecco il sacrificio umano di cui vi parlavo prima. E perché un sacrificio umano?, vi chiederete voi. Perché la società antiche avevano bisogno ogni tanto di rinnovarsi eliminando il male accumulato (dolori, malattie, disgrazie) e cercando di assicurarsi un miglior futuro. Ebbene, in queste feste c'ero anch'io e continuavano a chiamarmi Pazzo. Facevo le solite cose: saltavo, prendevo in giro, colpivo in testa la gente. Io sono un demone ma anche una maschera, ossia un personaggio, del teatro. Larva e masca (o maska), nel Medioevo, significano entrambi sia “spirito maligno” sia “maschera teatrale”. Ecco che io, sia che fossi un mimo, Bucco o Maccus, un giullare o un pazzo, sono sempre stato una maschera teatrale e allo stesso tempo uno spirito maligno. Dopo tutte quelle feste romane, decisi di cambiare aria e andai a vivere nell’Europa centrale e settentrionale.

 

Ora sono Artù, Hellequin ed Herla!

 

All'improvviso mi trovai in una leggenda francese in cui alcuni mi chiamarono Hoillequin e altri Hellequin de Boulogne, cavaliere e conte morto in battaglia contro i normanni nell’anno 886. In quella situazione, ero un soldato così straordinario da far fuori in battaglia un enorme numero di saraceni. Ma fui costretto per questo peccato a scorrazzare eternamente in compagnia del mio esercito. In molte parti della Francia questa leggenda vive ancora, ma non mi chiamo più Hellequin, ma Artù, e non ho più con me un esercito ma un gruppo di fedeli. Novecento anni fa mi trasferii in Gran Bretagna e diventai un re di nome Herla. In sella ad un’enorme capra, fui costretto da un incantesimo a galoppare per sempre insieme alla mia comitiva di cavalieri, spettri scheletrici come i cavalli che montavano. Sempre in Francia guidai la “Maisnie Hellequin”, il “corteo di Hellequin”, il cui capo era appunto l’enigmatico Hellequin, ossia io. Scorrazzai in Normandia con la mia truppa di diavoli e spettri su cavalli infernali che buttavano fuoco e fumo dalle narici. Poi mi recai in Scandinavia, dove mi trasformai nel dio Odinn o Wotan che dir si voglia (in Italia si dice Odino) in groppa ad un destriero di (udite udite!) otto zampe, il mio caro demoniaco Sleipnir, a condurre la “Caccia selvaggia” in attesa della battaglia della “fine del mondo”. Io, Odinn, fui il padrone maligno di un mondo in cui vagai a mio piacimento. E ora eccoci al punto. Mi hanno chiamato, come vi ho detto, Hellequin, nome di origine germanica che deriva da Herl (“inferno”) e Konig (“re”), parole che in inglese corrispondono a Hell e King: io, Arlecchino, sono quindi il “Re dell'Inferno”. Piacere, dunque: sono il Re dell'Inferno.

 

Eccomi in Francia e poi ancora in Italia

 

Il 1° maggio 1276 partecipai al Jeu de la feuillée, una rappresentazione nella città francese di Arras. Che risate mi son fatto nell'ascoltare un giovane contadino in maschera che denunciava davanti a tutti le malefatte dei cittadini di Arras senza che nessuno lo potesse interrompere! E io lì, dietro di lui, a sghignazzare col mio nome di Hellequin, a capo di un seguito di fate e folletti. E fui proprio io a propiziare i buoni raccolti e la fortuna della gente di Arras con il mio incontro con l’altro demone Morgue (Morgana). Io e il mio seguito indossavamo maschere nere e portavamo sonagli che annunciavano il nostro arrivo, come quelli usati anche nel nostro Carnevale. In quel tempo ero vestito con abiti multicolori e abbracciavo gli uomini all’improvviso, saltavo loro sulle spalle, eseguivo acrobazie, danzavo e facevo discorsi sciocchi. Un po' come sempre, in definitiva. Una trentina di anni dopo, il 1° maggio 1304, mi trovai a Firenze in una rappresentazione in riva al fiume Arno insieme ad altri demoni. Dante Alighieri, che forse era presente quel giorno, nella sua Divina Commedia mi chiamò Alichino e mi descrisse mentre mi azzuffavo con gli altri demoni Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia e compagnia. Passarono più di due secoli prima di ritrovarmi nella Commedia dell’Arte, un periodo del teatro in cui gli attori italiani recitavano nelle piazze, compiendo anche viaggi lunghissimi, ognuno con il proprio dialetto. Immaginatevi che confusione e che divertimento sentir recitare in veneto, in fiorentino, in bergamasco come me, in padovano, in napoletano davanti a spettatori con gli occhi sbarrati che capivano poco o nulla! Da lì il mio nome di Arlecchino si è diffuso in tutta Italia, mentre in Francia mi hanno chiamato e mi chiamano Arlequin. Col tempo, proprio dalla Commedia dell'Arte in poi, mi trasformai in una specie di demone pasticcione e comico. Ma io ora penso al Carnevale e a darvi bastonate in testa, ragazzi! Occhio, perché sarò sempre in agguato! Ahahahahah! A presto, mooolto presto!  

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